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Un trasloco improvviso per salvare i licaoni

Licaoni in Kenya: secondo le stime sono rimasti in 6.500, ma le coppie riproduttive sono soltanto 700 (Alamy) 

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Catturati, sedati, caricati su un aereo e spostati in Zambia, Sudafrica e Malawi. È il progetto di una ong per ripopolare alcune aree con questi animali sorprendenti, che rispettano il branco e votano a colpi di starnuti
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Tra i predatori delle savane, il licaone o cane selvatico africano (Lycaon pictus) parte da underdog, perdente – e così viene infatti soprannominato. Non è veloce come un ghepardo (65 chilometri orari contro 110) né ha la stazza di un leone (30 chili contro 250), eppure è un ottimo cacciatore di antilopi, gazzelle, facoceri e piccoli mammiferi: va a segno l’80 per cento delle volte (il re della savana appena il 30 per cento). Il segreto del suo successo sta nel gruppo, il pack. Solitamente è numeroso, può arrivare anche a 40 cani: sono tutti diversi – il disegno delle macchie è unico per ciascun individuo, come per noi le impronte digitali – e non passano inosservati con quelle grandi orecchie paraboliche che servono per disperdere calore ma anche per ascoltare i richiami dei compagni in lontananza. A capo del branco c’è una coppia dominante, solitamente l’unica a riprodursi: per fondare la propria “famiglia”, i giovani devono andarsene. Ma l’habitat della specie è ormai così framment…

Tra i predatori delle savane, il licaone o cane selvatico africano (Lycaon pictus) parte da underdog, perdente – e così viene infatti soprannominato. Non è veloce come un ghepardo (65 chilometri orari contro 110) né ha la stazza di un leone (30 chili contro 250), eppure è un ottimo cacciatore di antilopi, gazzelle, facoceri e piccoli mammiferi: va a segno l’80 per cento delle volte (il re della savana appena il 30 per cento). Il segreto del suo successo sta nel gruppo, il pack. Solitamente è numeroso, può arrivare anche a 40 cani: sono tutti diversi – il disegno delle macchie è unico per ciascun individuo, come per noi le impronte digitali – e non passano inosservati con quelle grandi orecchie paraboliche che servono per disperdere calore ma anche per ascoltare i richiami dei compagni in lontananza. A capo del branco c’è una coppia dominante, solitamente l’unica a riprodursi: per fondare la propria “famiglia”, i giovani devono andarsene. Ma l’habitat della specie è ormai così frammentato che c’è poco da disperdersi.

«In Africa oggi i licaoni occupano appena l’8 per cento del loro territorio originario e sono scomparsi da 25 dei 39 Paesi in cui vivevano (sono totalmente estinti in Nord Africa e in buona parte dell’Africa nordoccidentale, ndr). Secondo le stime, ne rimarrebbero circa 6.500, ma di coppie riproduttive solo 700», dice Cole du Plessis, della ong sudafricana Endangered Wildlife Trust (Ewt), responsabile del Carnivore Range Expansion Project che lavora per ampliare l’areale dei grandi carnivori minacciati, licaoni compresi. «In uno scenario ideale i licaoni farebbero tutto da soli, si disperderebbero naturalmente», spiega il coordinatore. Ma strade, miniere, città e altri ostacoli lo rendono impossibile, così sono intervenuti i conservazionisti: gli animali vengono trasferiti da gruppi esistenti per creare nuovi branchi dove la specie è scomparsa oppure per rafforzare geneticamente popolazioni troppo piccole e isolate. «Abbiamo reintrodotto 450 licaoni in 2 milioni di ettari di riserve tra Sudafrica, Mozambico, Malawi e Zambia», racconta il ricercatore, «il trasferimento più recente, lo scorso inverno, è stato di 20 esemplari (due branchi da 6 e 14 individui, ndr) dal Sud al Nord dello Zimbabwe, precisamente nel Matusadona National Park dove mancavano da decenni». I trasferimenti sono operazioni molto delicate: i licaoni vengono sedati e monitorati dai veterinari durante il viaggio – spesso in aereo – e, prima del rilascio, trascorrono un periodo in recinti di acclimatazione. Una volta liberi, vengono seguiti dai ricercatori negli spostamenti grazie a radiocollari.

Veleno e rabbia

«Ci sono stati dei “fallimenti”, branchi che non sono riusciti a stabilirsi una volta traslocati, ma in generale i licaoni se la cavano bene: sono predatori di grande successo» spiega du Plessis. È anche per questo che godono di una cattiva reputazione: allevatori e proprietari di riserve di caccia temono per i loro animali (e i loro affari). «Al declino dei licaoni hanno contribuito vari fattori» chiarisce il coordinatore «un secolo fa, Stati come Sudafrica, Namibia, Zimbabwe pagavano i cacciatori per ucciderli. Oggi la specie è più protetta, ma situazioni di corruzione, guerre civili e instabilità complicano la conservazione. Le principali minacce restano la distruzione e la frammentazione dell’habitat, gli avvelenamenti, le malattie come rabbia e cimurro canino portati dai cani domestici».

I licaoni sono anche vittime dei lacci: i bracconieri li usano per catturare antilopi e impala, ma ci finiscono pure loro. «Quando ho iniziato la mia carriera nella conservazione, c’era molto bracconaggio con lacci nell’area protetta in cui lavoravo e il mio compito era cercare licaoni mattina e sera», racconta du Plessis, «non conoscevo affatto questi animali, c’è voluto del tempo per “scoprirli”: giocherelloni, intelligenti, strategici, con forti legami».

Uno non vale uno

È stata proprio la loro vita sociale a conquistarlo, racconta: «Nel branco ci si prende cura di malati, feriti, anziani; i cuccioli mangiano sempre prima degli adulti, cosa rarissima per un carnivoro». Addirittura sembra esserci una forma di “democrazia”. Prima di partire per una battuta di caccia, i licaoni si radunano e si caricano correndo, scodinzolando, scambiandosi effusioni. Poi qualcuno “starnutisce”, un suono nasale tipo sbuffo: partiamo? Significa. Dipende da quanti compagni rispondono allo starnuto, starnutendo a loro volta. Ma attenzione, uno non vale uno: se a starnutire per primo è un alfa, il quorum si abbassa perché il branco si fida molto di lui.

Quella del “voto per starnuti” è solo un’ipotesi, mentre non c’è dubbio che un licaone fuori dal branco è più vulnerabile. «Sindrome del cuore spezzato, la chiamiamo», dice du Plessis , «ed è il motivo per cui curare un individuo ferito togliendolo dal gruppo non è una buona idea: lo stress della separazione abbassa le difese immunitarie portando spesso alla morte dell’animale. Oggi l’approccio è diverso: la cosa migliore da fare per un licaone ferito, non importa quanto sia grave, è sedarlo, curarlo, somministrare antibiotici e poi lasciare che sia il branco a prendersene cura. Perché ciò che i compagni possono fare per lui è molto diverso da ciò che possiamo fare noi».

Sul Venerdì del 18 settembre 2026

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