La notizia sulla morte delle agenzie di viaggio, su cui avevo scommesso anch'io, era della categoria "largamente esagerata". Almeno per una specifica categoria di clienti: i super-ricchi. Tipo quelli che si avvantaggiano dei servizi della canadese Olivia Ferney. Ovvero persone che, in media, spendono almeno un milione di dollari all'anno in viaggi e non hanno alcun problema a cacciarne 100 mila di commissione per la Top Tier Travel per cui la signora lavora. In cambio di cosa, esattamente? Le richieste, come racconta l'Economist, vanno da quella banalotta di essere aviotrasportati (magari dagli Stati Uniti) a Parigi per esaudire la voglia di un buon croissant a quella, decisamente più superomista, di "chiamare chiunque credano" per far smettere di piovere (e qui, per un momento, immaginate il ganassa nella versione texana di "lei non sa chi sono io"). Ma dicevamo della morte presunta. Ero convinto che, al tempo di Booking e Expedia, le agenzie sarebbero sopravvissute solo grazie ai vecchietti. Invece in Gran Bretagna circa un terzo dei viaggiatori – si ignora l'età – ha prenotato via agenzia, l'anno scorso. Mentre negli Stati Uniti gli iscritti alla American Society of Travel Advisers sono passati, in un anno, da 190 mila e 310 mila. Per LinkedIn è addirittura uno dei lavori che in America cresce di più. L'Ia sta diventando bravissima nell'organizzare i viaggi, anche personalizzati, ma se qualcosa va storto non ti puoi arrabbiare con Claude. Mentre se paghi, puoi pretendere di più. Almeno fino alle prossime versioni dei migliori travel bot. La rubrica Galapagos dalla newsletter del Venerdì del 18 settembre 2026 |