C’è una scena che mi ha molto colpita nel film Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, premiato alla mostra del cinema di Venezia per la sceneggiatura. È il momento in cui la protagonista, una luminosa Alba Rohrwacher, sta facendo i compiti in videochiamata con il figlio e perde la calma. Lo aggredisce – non c’è un’altra parola – urlandogli che, riassumo, se va avanti così, con la media del sette alle scuole medie, non troverà un posto nel mondo. «Tu es nulle». Sarà una nullità.
Il film è una denuncia dei meccanismi malati che regolano il lavoro nelle grandi aziende e che tutti noi conosciamo. Il passo in più che fa, è quello di mostrare come certi meccanismi siano talmente dentro di noi da permeare i nostri comportamenti anche nella vita privata. Talmente presenti, da farci credere che se un figlio non performa al 130 per cento, non potrà mai farcela.
Non si tratta di mancanza di affetto, né della pretesa di avere figli trofeo. C’è anche questo in molte persone, ma qui a muovere Carla…
C’è una scena che mi ha molto colpita nel film Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, premiato alla mostra del cinema di Venezia per la sceneggiatura. È il momento in cui la protagonista, una luminosa Alba Rohrwacher, sta facendo i compiti in videochiamata con il figlio e perde la calma. Lo aggredisce – non c’è un’altra parola – urlandogli che, riassumo, se va avanti così, con la media del sette alle scuole medie, non troverà un posto nel mondo. «Tu es nulle». Sarà una nullità.
Il film è una denuncia dei meccanismi malati che regolano il lavoro nelle grandi aziende e che tutti noi conosciamo. Il passo in più che fa, è quello di mostrare come certi meccanismi siano talmente dentro di noi da permeare i nostri comportamenti anche nella vita privata. Talmente presenti, da farci credere che se un figlio non performa al 130 per cento, non potrà mai farcela.
Non si tratta di mancanza di affetto, né della pretesa di avere figli trofeo. C’è anche questo in molte persone, ma qui a muovere Carla Moretti è la paura. La costante paura di perdere qualcosa per cui ha duramente lottato. E di non riuscire a sostenere adeguatamente il figlio, con l’idea che la vita fuori è una giungla dentro la quale solo i migliori possono sopravvivere.
Quella scena mi è arrivata addosso come una pugnalata perché è esattamente il modo in cui sono cresciuta io. E in cui, anche quando mi impongo di non farlo, vedo il mondo. Devi impegnarti al massimo, devi dare il massimo, non puoi risparmiarti mai, non puoi mollare. L’abbiamo scambiata a lungo per etica del lavoro, ma lo è davvero? C’è davvero qualcosa di etico nell’iper-performance? È davvero utile a qualcuno, o a se stessi? E soprattutto – è questa la domanda che forse dovremmo porci – è utile ai bambini che vanno a scuola? È questo, che dovremmo chiedere loro?
C’è un magnifico libretto appena ripubblicato da Sellerio, Per la scuola, che raccoglie alcuni scritti di Piero Calamandrei con un’introduzione che aveva redatto, nel 2008, Tullio De Mauro e una postfazione di Franco Lorenzoni. Rileggendo le parole di Calamandrei, mi sono ricordata a cosa deve dare accesso prima di tutto la scuola: a una piena cittadinanza. Alla possibilità di discernere per poi poter scegliere la propria classe dirigente, e rendere compiuta la democrazia rappresentativa. Soprattutto, deve essere – scrive il giurista – “garanzia di liberazione sociale”.
Sembrano discorsi lontani, che parlano di un Paese che non c’è più, ma sono in realtà attualissimi. È a quello che puntiamo ogni giorno? A formare cittadini liberi e consapevoli? O non tendiamo forse – complici le molteplici riforme che hanno inserito termini come debiti, crediti e portfolio – a ricreare nelle classi le stesse dinamiche di un mondo del lavoro stressante quando non feroce?
Un’insegnante un giorno mi raccontava preoccupata di gare di voti capaci di rompere amicizie, in prima media. Non credo debba essere così, credo piuttosto che dovremmo tutti metterci al lavoro perché non lo sia.
Sul Venerdì del 25 settembre 2026