Max Pezzali si racconta a Carlo Lucarelli: “Le mie storie senza sfumature”
di Carlo LucarelliIo con Max mi sono sempre divertito. Ma in quel modo che ridi e scherzi e poi ci ripensi e scopri che hai parlato di qualcosa di importante. Da quando ho sentito Hanno ucciso l’Uomo Ragno, ai tempi degli 883, un brano veramente noir. Quando ho ascoltato, Nord Sud Ovest Est e ho telefonato a un mio amico di quelli un po’ intellettuali – il pop, le canzonette, ma dai, questi fanno ballare i ragazzini – e gli ho detto ma lo sai cosa cantano questi qua? O le volte che ci siamo incontrati e abbiamo chiacchierato come due adolescenti in gita – perché ci sono certi soggetti che messi insieme sviluppano un enzima che li fa regredire a dodici anni, massimo quattordici – ma dopo un po’ ho sempre pensato però, quella cosa lì che ci siamo detti… Ecco, qui è successo lo stesso. Ci siamo detti un sacco di cose, Max me le ha dette, divertenti, curiose e interessanti. Provo a raccontarvele anche a voi.
Partiamo dalla serie televisiva di Sky che adesso esce con la seconda stagione, Nord Sud Ovest Est…
Io con Max mi sono sempre divertito. Ma in quel modo che ridi e scherzi e poi ci ripensi e scopri che hai parlato di qualcosa di importante. Da quando ho sentito Hanno ucciso l’Uomo Ragno, ai tempi degli 883, un brano veramente noir. Quando ho ascoltato, Nord Sud Ovest Est e ho telefonato a un mio amico di quelli un po’ intellettuali – il pop, le canzonette, ma dai, questi fanno ballare i ragazzini – e gli ho detto ma lo sai cosa cantano questi qua? O le volte che ci siamo incontrati e abbiamo chiacchierato come due adolescenti in gita – perché ci sono certi soggetti che messi insieme sviluppano un enzima che li fa regredire a dodici anni, massimo quattordici – ma dopo un po’ ho sempre pensato però, quella cosa lì che ci siamo detti… Ecco, qui è successo lo stesso. Ci siamo detti un sacco di cose, Max me le ha dette, divertenti, curiose e interessanti. Provo a raccontarvele anche a voi.
Partiamo dalla serie televisiva di Sky che adesso esce con la seconda stagione, Nord Sud Ovest Est. Io l’ho vista e mi è piaciuta molto, e non ne dubitavo dal momento che Sydney Sibilia, il suo creatore, è sempre un grande. Tra l’altro ci sono anch’io come sceneggiatore dei vostri videoclip e sono molto contento, anche se hanno fatto Stefano Salvati, il regista dei video, molto più figo di me. Tu che mi dici? «All’inizio mi straniva un po’, perché questa cosa del diventare improvvisamente qualcun altro, e con quelle storie… io dicevo “ma siete sicuri che qualcuno possa essere interessato a una storia del genere?”. C’è anche il fatto della time line, di come e quando i fatti sono avvenuti, perché alcune cose sono state adattate alle esigenze narrative, come quattro anni condensati in uno. Poi mi sono reso conto che è il senso generale della storia la cosa principale. Cioè lo spirito di due ragazzi di provincia che vivevano in un posto in cui sembrava che nulla potesse cambiare mai, che non avessero alcuna possibilità di giocare in nessun campo che non fosse il campetto sotto casa. E che, senza alcun talento particolare, ma solo mossi da un fuoco sacro immotivato, perché non sapevamo cantare, non sapevamo suonare bene, però avevamo talmente voglia di farla, questa cosa, che alla fine l’abbiamo fatta. Quindi l’idea di ‘sti due privi del talentone, che oggi sembra essere la necessità principale, come nei talent, devi essere perfetto, sembra che sia tutta una scienza esatta in cui dei dati numerici siano l’unica cosa che conta, in un’epoca in cui ci hanno messi di fronte alla competizione, “se non riesci a essere il primo, se non riesci...”, mentre in realtà noi siamo riusciti lo stesso. Forse perché avevamo solamente tanta voglia di dire delle cose. Far vedere anche ai ragazzini che, pur non avendo quel tipo di performance-oriented mind, puoi inseguire un sogno, ecco, quella cosa forse è la cosa principale e più bella».
E infatti la serie ha avuto un enorme successo non solo tra chi conosceva quei tempi là, ma anche su chi non era ancora nato e considera gli anni Novanta come qualcosa di molto lontano, praticamente storia. Evidentemente parla, gioca, con delle note che sono senza tempo. Come la vostra musica, quella degli 883 e la tua. Per esempio, “con un deca non si può andar via”. È una sensazione che abbiamo provato tutti, tu parlavi di Pavia, io stavo a Faenza ma era lo stesso, e vale ugualmente per i ragazzi di oggi anche se stanno in una metropoli, e sono sicuro che valesse pure per mio babbo e mio nonno: quella sensazione di avere dei sogni, grandi sogni, che con i mezzi che hai e dove ti trovi, pensi che non potrai mai realizzare. Come si fa a essere così universali e senza tempo? «Io vivevo in una fase, almeno nella musica, in cui mi rendevo conto che nessuno raccontava i miei piccoli malesseri, appunto, crepuscolari. E dicevo: “Cacchio, ma perché bisogna parlare solo di cose grandi, che al momento mi emozionano, sì, ma perché so che è giusto emozionarsi?”. Perché sono grandi temi. È come l’accordo in minore che ti fa quell’effetto lì. E c’erano cose che mi facevano sentire rappresentato e che raccontavano una mia sofferenza vera ma mi sembravano cose piccole e, per questo, pensavo, non meritavano di essere raccontate. E invece raccontarle, quelle cose molto piccole, era importante perché erano comuni a tanti. Nel luogo in cui sono cresciuto non succedeva niente, pensavo di meritare una vita in cui succedesse qualcosa. Però non succedeva niente. Allora raccontavo il niente che succedeva. Ma poi mi sono reso conto che era più comune il niente del qualcosa che succede».
In giro in macchina con i miei amici per i viali della mia cittadina di provincia con solo un deca in tasca e tanti sogni. Un po’ sono riuscito a realizzarli, e di quelli sono contento. E tu? Li hai realizzati i tuoi? «Anch’io, ma non tutti. Però anche arrivare all’ottanta per cento è un grandissimo risultato, l’ottanta per cento per me è proprio quello: essere riuscito a fare pace con i luoghi in cui vivevo. Perché ho capito che non erano una limitazione, ma anzi forse erano una grande palestra per riuscire ad affrontare il mondo in maniera più consapevole. Forse se fossi nato a New York, o se fossi andato a vivere a Londra, non sarei riuscito a raccontarmi così. In fondo questo luogo mi ha permesso di essere me stesso. E quindi ci fai pace. Nello stesso modo, per me la felicità è vedere che oggi, dopo tutti questi anni, sali su un palco e c’è della gente che canta a memoria delle cose che hai scritto tu trent’anni prima, vent’anni prima, e allora dici: “Cavoli, questa vita ha avuto veramente una grande ragione di essere vissuta”. Quando hai un figlio – i figli, classica roba da italiano, “i figli so’ piezz’ ’e core” – vedere che alcuni valori che credi di avere sempre avuto li trovi in lui, pensi: “Qualcosa di buono forse sono riuscito a farglielo arrivare anch’io”. Ecco, per me, tutto questo insieme di cose, è la felicità».
Nelle tue canzoni si parla tantissimo di amicizia, di solidarietà, di stare insieme. “Tranquillo, siam qui noi”. Tu hai fatto le tue cose all’inizio e non eri da solo, c’era anche Mauro. E nelle canzoni parli sempre degli amici. Quanto è importante non essere soli? «Per me è tutto. Ti dico la verità, il bello di cantare nei live è che non sei da solo, che c’è la band. La band si trasforma immediatamente nel vecchio gruppone, nella comitiva, nella compagnia di una volta. A me piace prima del concerto andare nel camerino della band, raccontarsi cavolate, quel tipo di goliardia positiva che però ti fa affrontare tutti i momenti, anche quelli importanti, anche quelli che farebbero tremare le ginocchia, specialmente a uno come me. Per me l’idea del gruppo – che, attenzione, non è il branco, sono due cose assolutamente diverse – è quel momento di aggregazione che si aveva quando non c’erano i cellulari, non c’era niente. Ci si vedeva in una sala giochi, al muretto. La comitiva si riuniva. Io ricordo di aver avuto più beneficio da certe chiacchierate di fronte al bar chiuso, alle due tiravano giù la saracinesca, rimanevano fuori le sedie di plastica, col tipo: “Mi raccomando, poi mettetele in fila, quando avete finito di parlare”. E rimanevi lì a parlare. Perché nel silenzio avevi la possibilità di raccontare a qualcuno che non erano i tuoi genitori, che non era la tua fidanzata, che era qualcuno di vicino ma esterno, che magari non faceva neanche il tuo lavoro o faceva tutta un’altra cosa. E questa condivisione, secondo me, era la base del rialzarsi da quella sedia e dire: “Ok, si va avanti”. L’empatia, le cose, si coltivano solo, secondo me, con il rapporto umano. E lo sento mancare un po’ adesso».
Nella serie c’è una frase che ritorna. Non è uno spoiler, sono un giallista e neanche sotto tortura rivelerei un finale. Più o meno suona “questa è la nuova sfida che avrei dovuto affrontare”. Qual è la prossima sfida? O come avrebbe detto Pippo Baudo: progetti futuri? «Beh, io credo che oggi la sfida che per me è più importante superare, sia quella di non deludere la grande fiducia che mi sta dando la gente in questo momento. In fondo la cosa che penso di saper fare meglio è raccontare questo universo un po’ a colori forti. A colori primari, senza troppe sfumature, perché non sono molto bravo nei mezzi toni. Raccontare quel mondo lì alla gente che viene a vedermi nei concerti. Ormai per me l’asse si è spostato proprio sul live, perché è la cosa che mi diverte di più fare e in cui ho un feedback immediato col pubblico. Vedere ragazzi giovani, persone non più giovanissime e anche bambini che si commuovono, no, quando canti, quando vanno via dal concerto, è la cosa che mi dà la spinta. L’ostacolo da superare è: devo riuscire ogni volta a fare qualcosa che riesca a emozionarli. Ecco, ormai è l’unica mia grande montagna da superare. C’è poi l’idea di fare un secondo volume di chicche per Max Forever volume due, pezzi già editi però suonati in maniera diversa, live, acustici. Ma ho capito che il live è il centro di tutto. Perché lì succede una cosa che non puoi replicare. Puoi ascoltare una canzone da solo in macchina, con le cuffie, dove vuoi. Ma quando sei in un posto con migliaia di persone che cantano la stessa frase nello stesso momento, quella cosa diventa altro. Diventa quasi... non voglio usare parole troppo grandi, però terapeutica. C’è qualcosa di collettivo. E dopo gli anni che abbiamo passato, dopo il Covid, dopo l’isolamento, secondo me quella cosa lì ha ancora più valore».
Tuo figlio ha quasi diciotto anni, ma di ragazzi così, a ogni concerto, te ne trovi davanti migliaia. E gli dici cose che sentono e capiscono o scoprono. La percepisci questa responsabilità? «Sento la responsabilità sì, ma in seconda battuta. All’inizio penso: purtroppo non potrei dirgli cose diverse. Nel senso che, nel bene o nel male, tutto quello che ho raccontato e credo quello che racconterò nasce sempre da tutta una scrematura. Sai quella storia: “Come fai a scolpire un elefante? Tolgo tutto quello che non è un elefante”. Quando devo scrivere una cosa penso “come faccio, che cosa scrivo?” e “che cosa canterò?”, poi, a un certo punto, da tutto quello che butti via – ed è più quello che butti via di quello che tieni – alla fine quello che rimane è solo qualcosa che alla fine sei tu. Quello che esce alla fine, il distillato, sei comunque tu. Diciamo l’effetto che il mondo ha su di te. Potrei raccontargli delle cose diverse, sì, ma mentirei. Io sono uno che quando dice una bugia si fa scoprire perché mi scappa da ridere. Ecco, se io dovessi raccontare al pubblico qualcosa che non sono, probabilmente mi sgamerebbero immediatamente. E quindi è meglio che io faccia soltanto questo. Dire quello che sono».
Ti faccio una confessione. Io sono uno scrittore di gialli, ammazzo la gente per mestiere, dovrei avere un cuore di pietra, ma ci sono canzoni che quando le sento mi fanno sempre piangere un po’, almeno dentro. Una di queste è Gli anni. Mi ha dato il senso di una nostalgia struggente per qualcosa che non c’era più, guarda come eravamo e adesso invece… è quello che sento con Un giorno dopo l’altro, di Luigi Tenco. C’è molta nostalgia nelle cose che scrivi e che canti. «Quella canzone l’ho scritta nel ’94, quindi avevo ventisette anni. E adesso, pensandoci dopo, mi dico: “Ma scusami, con tutto il bene, ma di che cosa volevi avere nostalgia? Qual era la tua idea di un prima?”. Così ho capito che fondamentalmente quella lì è una specie di malinconia esistenziale che la provincia ti dà. Che è la nostalgia di un posto in cui non sei mai stato, di un tempo che forse non hai mai vissuto e non vivrai mai. È la nostalgia di qualcosa che deve ancora succedere. Uno stato di mancanza. Dici: “Io sono qui e tutto il resto accade altrove. Accade in un altro tempo, in un altro luogo”. Poi ti accorgi che in realtà non è stato così. Quella cosa ti ha fatto venire voglia di conoscere più cose possibili, di saperne di più, di cercare di fare del tuo meglio. Perché la nostra è la nostalgia di qualcosa che forse non è mai stato e forse non arriverà mai. Alla fine, è un motore che, se riesci a superare quella fase malinconica, ti aiuta a cercare».
E infatti in quella canzone c’è una cosa che tutte le volte mi fa superare quel sentimento e mi fa pensare che in fondo siamo ancora così, sono ancora così anch’io. Che sono ancora “gli anni di Happy Days e di Ralph Malph”: non Richie, il protagonista e neanche Fonzie il più iconico. Ralph, che è, scusa se lo dico alla romagnola, il più “cazzone”. «Happy Days è stata realmente la serie della mia infanzia. Per me quella era l’America immaginaria e sognata, gli anni Cinquanta, la famiglia, tutti quei valori. Che poi erano volutamente scritti così per risollevare l’America dallo shock del Vietnam, fondamentalmente, quella era un po’ l’intenzione. C’erano i grandi caratteri, c’era Richie, che era il bravo ragazzo, era quello che avrebbe fatto strada. C’era Fonzie, che era quello che in qualche modo ti riportava alla realtà. E Ralph Malph, invece, l’ho sempre visto un po’ sfigato. Il nerd, come mi sentivo io nel gruppo di amici quando da ragazzino non ero quello che “portava a casa”, però ero un po’ ballerina di fila. Quello che ogni tanto poteva tirar fuori la battuta spiritosa, ma che non era mai protagonista. Io mi sono sempre sentito così».
Sul Venerdì del 25 settembre 2026