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Chi guiderà la Sapienza? Cinque candidati e la sfida per l’autonomia

Il Rettorato con la statua della Minerva, simbolo della Sapienza di Roma. Vito Arcomano / Alamy / ipa 

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Il primo ateneo d’Europa va alle urne per scegliere il nuovo rettore. Dietro una campagna elettorale senza strappi e grida, lo stress-test sull’autonomia dell’accademia
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«Di elezioni ne abbiamo viste parecchie, ma questa volta si decide quale spazio di autonomia avrà l’università nei prossimi anni. La rettrice Antonella Polimeni, prima donna ad aver guidato l’ateneo, lascia un’eredità importante», dice la docente Anna Maria Giannini, che presiede il Collegio dei direttori di dipartimento e conosce perfettamente le dinamiche complicate, talora fumose, di un voto cui non si possono applicare le categorie tradizionali della politica, e che pure di politico ha tantissimo.

Tra pochi giorni, dal 6 ottobre, si vota per eleggere il nuovo rettore della Sapienza, non un ateneo qualsiasi, ma il più grande d’Europa, con un bilancio di quasi seicento milioni di euro che lo equipara di fatto a un ministero; proprio oggi ci sarà l’appello finale dei candidati, quattro uomini e una donna che si contendono la guida per il sessennio 2026-2032 mentre sullo sfondo si gioca una partita che va oltre la governance. Perché queste elezioni mostreranno fin dove il governo inte…

«Di elezioni ne abbiamo viste parecchie, ma questa volta si decide quale spazio di autonomia avrà l’università nei prossimi anni. La rettrice Antonella Polimeni, prima donna ad aver guidato l’ateneo, lascia un’eredità importante», dice la docente Anna Maria Giannini, che presiede il Collegio dei direttori di dipartimento e conosce perfettamente le dinamiche complicate, talora fumose, di un voto cui non si possono applicare le categorie tradizionali della politica, e che pure di politico ha tantissimo.

Tra pochi giorni, dal 6 ottobre, si vota per eleggere il nuovo rettore della Sapienza, non un ateneo qualsiasi, ma il più grande d’Europa, con un bilancio di quasi seicento milioni di euro che lo equipara di fatto a un ministero; proprio oggi ci sarà l’appello finale dei candidati, quattro uomini e una donna che si contendono la guida per il sessennio 2026-2032 mentre sullo sfondo si gioca una partita che va oltre la governance. Perché queste elezioni mostreranno fin dove il governo intenda e possa spingersi nel “controllare” il mondo accademico.

«Una volta si discuteva soprattutto di quale progetto l’università avesse bisogno. Oggi dobbiamo chiederci quanto margine resterà agli atenei per decidere autonomamente il proprio futuro», insiste Giannini.

Con i suoi settecento anni di età, 125 mila studenti, 3.574 docenti, trecento corsi di studio, 2.500 dipendenti, la Sapienza ha scalato le classifiche dei principali ranking mondiali ed è tra i primi posti degli atenei italiani per la qualità della ricerca e della didattica. Alla rettrice Antonella Polimeni si riconoscono, oltre a un certo decisionismo che ha stressato le vecchie giunture della macchina organizzativa, anche alcune misure non solo simboliche, come l’avere lasciato invariate le tasse universitarie e l’avere introdotto l’esonero totale per le vittime di violenza di genere e per gli orfani di femminicidio.

Un ermellino per cinque

Ma nei programmi dei candidati tengono banco soprattutto fondi e ricerca, visto anche che i milioni del Pnrr sono finiti e la spesa pubblica dell’università è in calo: dallo 0,53 per cento del Pil del 2022 scenderà allo 0,47 entro il 2028. Tradotto: 12 miliardi in meno, proprio mentre sul tavolo ci sono il maxi piano per il nuovo Policlinico Umberto I e la realizzazione di Rome Technopole, il primo centro multi tecnologico della Regione Lazio (un progetto da un miliardo di euro).

Un fisico, due ingegneri, uno statistico o uno psicologo: chi sarà a vincere la partita? In ordine alfabetico, i concorrenti sono: Antonio Carcaterra, direttore del dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale; Pierpaolo D’Urso, preside della facoltà di Scienze politiche; Riccardo Faccini, preside della Facoltà di scienze matematiche fisiche e naturali; Fabio Lucidi, prorettore e docente di Psicometria; e Maria Sabrina Sarto, prorettrice, docente di Elettronica.

A differenza di sei anni fa, la corsa potrebbe essere lunga, fino al ballottaggio cui si arriverà se nelle prime tre tornate nessun candidato avrà raggiunto la maggioranza assoluta. Oltre ai docenti, votano i ricercatori, il personale tecnico e amministrativo e i rappresentanti degli studenti nei Consigli di facoltà. Entro il primo novembre, comunque vada, dovrà esserci il nome del vincitore.

Il clima racconta un’elezione ancora incerta, anche se c’è chi pronostica il ballottaggio D’Urso-Lucidi, considerati i concorrenti con più chance. Che cosa li divide? Nel programma di Pierpaolo D’Urso compare molte volte la parola advocacy, termine con il quale si intende imprescindibile l’alleanza stretta con la politica – Comune, Regioni, governo.

Dall’altra parte, Fabio Lucidi è considerato “nella continuità” con Polimeni: ne condivide la difesa dell’autonomia, con un’idea di comunità universitaria ancorata al pubblico e alla laicità. Carcaterra sollecita la collaborazione con i privati e con le imprese. Sarto, che da prorettrice si è molto dedicata al non facile fronte del Pnrr, punta su Technopole. Faccini ha fatto della “cura della persona” un punto centrale. Va detto che a Lucidi è andato il primo (e per ora unico) endorsement di una componente studentesca, l’Unione degli universitari di Roma, vicina alla Cgil.

Per il resto, è una campagna elettorale distesa, senza colpi di scena, con i candidati che sul palco dei confronti si passano gentilmente la parola. Per capire come si stiano spostando gli equilibri conviene ricordare che cosa è accaduto da quando sono cambiate le regole con cui lo Stato finanzia, valuta e organizza il sistema universitario. La sfida alla Sapienza arriva infatti dopo mesi attraversati da discussioni sempre più aspre sull’autonomia dei singoli atenei. «Erano le uniche isole culturali rimaste autonome dalla politica, ma il vento è cambiato», dice Alfredo D’Attorre, docente di Filosofia del diritto e responsabile dell’università per il Partito democratico.

«Temiamo che possa ripetersi quanto accaduto con gli enti lirici e le grandi istituzioni culturali dove c’è stato un intervento visibile, quasi frontale, del mondo politico. Solo il metodo è diverso. Sulle università la pressione si sta esercitando cambiando le norme, le valutazioni e l’incanalamento dei finanziamenti».

Grandi manovre

Un esempio clamoroso è la riforma, entrata in vigore a febbraio, dell’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. «Si è accorciata drasticamente la distanza dal potere politico», racconta Claudio Musicò, sindacalista della Flc-Cgil, che ha inviato un documento di 15 pagine al governo “per una Sapienza democratica e solidale”.

La riforma, spiega, ha introdotto l’elezione del presidente dell’Anvur da parte della ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini. Prima, consultato il mondo universitario, si offriva al presidente della Repubblica una proposta per nominare il Consiglio direttivo, da cui scegliere il responsabile dell’ente. Oggi non ci sono più vincoli, né passaggi: è il governo a decidere. Il ministero ha fatto notare che va già così «per la nomina dei presidenti degli enti di ricerca», ma gran parte del mondo accademico ha replicato che si è superato «di un balzo la vecchia questione della terzietà dell’ente».

Altri segnali? Mentre ancora si discuteva dell’Anvur, ecco l’elezione di Laura Ramaciotti, rettrice a Ferrara, alla presidenza della Crui, la Conferenza dei rettori. Fratelli d’Italia ne ha applaudito la nomina sui social. Lei prima ha dichiarato la piena collaborazione con la ministra Bernini, poi – mai accaduto da decenni – ha evitato di chiedere fondi per gli atenei. A chi le ha domandato come mai ha risposto che è «necessario prima semplificare le spese». E siccome certi dettagli dicono tutto, nessuno dimentica che all’assemblea Crui di giugno nello sconcerto generale ha invitato i rettori a ringraziare pubblicamente i ministri.

Tomaso Montanari, che guida l’Università per stranieri di Siena, ha poi commentato: «Fratelli d’Italia ha pesantemente condizionato questa elezione. Una presidente gradita al governo è l’ultima cosa che serviva all’università italiana, che dovrà combattere per la propria autonomia».

Sul Venerdì del 25 settembre 2026

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