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Sydney Sibilia: “883, la leggenda di due ragazzi normali”

Il creatore sceneggiatore e regista Sydney Sibilla sul set di Nord Sud Ovest. Sky Italia 

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L’ideatore, produttore e regista della serie di Sky Sydney Sibilia spiega perché ha tanto amato la storia di Pezzali e Repetto. A scoppio ritardato
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Sydney Sibilia viene da Salerno e, dai 16 ai 20 anni, l’estate animava i villaggi turistici di Palinuro, dove ha imparato come e quando il pubblico ride. Si chiama così per via di una parente emigrata in Australia. A differenza degli 883, nativi di Pavia, cui ha dedicato una serie di due stagioni, non trovava soffocante la sua città: il mare sprovincializza e il Mediterraneo ti porta sempre da qualche parte.

E in tre righe abbiamo già infilato i temi chiave di questa intervista: la provincia, il romanzo di formazione (Ovosodo di Virzi è il suo film di culto), la sociologia, magari spicciola ma utile, che impari se fai l’animatore. Oddio, la parente emigrata non c’entra tanto, ma ce la lasciamo.

Adesso l’ideatore, sceneggiatore, regista e produttore di La leggendaria storia degli 883 è in fibrillazione perché, dal 9 ottobre, su Sky e Now va in onda la seconda stagione, con la parabola finale dei prodigiosi pavesini: Nord Sud Ovest Est. E, dato che la prima, Hanno ucciso l’Uomo Ragno, h…

Sydney Sibilia viene da Salerno e, dai 16 ai 20 anni, l’estate animava i villaggi turistici di Palinuro, dove ha imparato come e quando il pubblico ride. Si chiama così per via di una parente emigrata in Australia. A differenza degli 883, nativi di Pavia, cui ha dedicato una serie di due stagioni, non trovava soffocante la sua città: il mare sprovincializza e il Mediterraneo ti porta sempre da qualche parte.

E in tre righe abbiamo già infilato i temi chiave di questa intervista: la provincia, il romanzo di formazione (Ovosodo di Virzi è il suo film di culto), la sociologia, magari spicciola ma utile, che impari se fai l’animatore. Oddio, la parente emigrata non c’entra tanto, ma ce la lasciamo.

Adesso l’ideatore, sceneggiatore, regista e produttore di La leggendaria storia degli 883 è in fibrillazione perché, dal 9 ottobre, su Sky e Now va in onda la seconda stagione, con la parabola finale dei prodigiosi pavesini: Nord Sud Ovest Est. E, dato che la prima, Hanno ucciso l’Uomo Ragno, ha fatto sfracelli con oltre due milioni di persone che l’hanno guardata, ci tiene a mantenere il livello. Certo, i tutto esaurito di Max Pezzali nei palasport lasciano ben sperare.

Come ha deciso di fare una serie su una coppia nata quando lei aveva sette anni, separata di fatto quando ne aveva 13, e sciolta da un quarto di secolo? «Da piccolo ero fan degli 883, ma, finiti gli anni Novanta, me li ero un po’ persi, poi mi è capitato di riascoltare le canzoni, e di intuire le ragioni del loro grande successo. Fino a quel momento storico il cantante era un figo che se la sentiva caldissima: se soffriva, soffriva per amore. Poi arrivarono le boy band, tutti bei ragazzi, programmatissimi, invece Max in una canzone dice andiamo in centro a fare un giro a piedi, a guardare le ragazze degli altri, perché loro non ce l’hanno. Max Pezzali e Mauro Repetto non sono sfigati, sono normali, autoironici e parlano al 99 per cento delle persone. Sono già primi in classifica, ma in Sei un mito Max racconta che è arrivato mezz’ora prima all’appuntamento con una ragazza perché era in ansia. Questa cosa l’ho trovata di una potenza meravigliosa, allora sono andato ad approfondire la storia, poi avevo dei flash, perché erano due compagni di banco, uno ballava e basta e alla fine scopro che è la storia anche mia, degli outsider, del luogo comune della provincia che ti programma all’insuccesso».

Hanno non poco in comune anche con i Righeira, che li hanno preceduti di qualche anno. «Raffronto inevitabile: compagni di banco, tutti e due che non sapevano suonare, breve durata».

Perché nella prima stagione ha inserito Einstein, in questa Foscolo? «Perché proprio a Pavia il giovane Albert scrisse il suo primo articolo scientifico, e Foscolo realizzò il suo sogno: ebbe la cattedra di Eloquenza, che però fu eliminata poco dopo. Da ragazzo avevo la sensazione che i grandi eventi li creasse la televisione, che la storia passasse non sotto casa mia, a Salerno, ma nelle grandi città».

E nelle piccole passava la geografia. Ma scusi, a Salerno non avete avuto la Svolta di Salerno? «Sì, ho capito, ma non è che proprio tutti i pomeriggi c’era una svolta. Se vivi a Roma, di quel corteo di cui tanto si parla vedi le conseguenze».

Per dovere di vicinato con l’intervistatore delle pagine precedenti: Carlo Lucarelli, che all’epoca sceneggiò qualche video degli 883, ha gradito il modo in cui l’avete rappresentato in questa stagione? Non risulta un po’ troppo opportunista e pasticcione? «Ma noi prendiamo in giro tutti, la gente si diverte, a lei non piacerebbe essere rappresentata così?».

Non so. Senta, lei ha debuttato nel 2014 con la trilogia di Smetto quando voglio, profondamente radicata nella contemporaneità della disoccupazione intellettuale. Poi è slittato verso il passato prossimo con L’incredibile storia dell’isola delle rose e Mixed by Erry. Problemi con il presente o passione per il rétro? «Direi più che altro istinto, casualità. Ma, in effetti, adesso farei più fatica a codificare il presente, ho la sensazione che vada molto veloce e quindi si fatica a definire un oggi anche perché, mentre un film deve reggere tre anni prima di uscire, che ne sai che mondo sarà fra tre anni? Il Covid ha esasperato questa sensazione perché ha preso il tempo e l’ha stretchato, ad alcuni sembra risalga a ieri, ad altri a cent’anni fa. Non si capisce tanto bene che presente stiamo vivendo».

Mentre, nella serie, le cose che non c’erano negli anni Novanta fanno capire benissimo che epoca era e costituiscono degli snodi narrativi. «Silvia, la ragazza di cui Max è innamorato, va a Dublino qualche mese e quando torna non sa che lui è diventato famosissimo. Non lo sa perché non c’è internet e ci si sente pochissimo dato che le telefonate internazionali costano un botto. Mauro perde la modella che gli piace da morire e, anche se va a cercarla in America, non la trova perché non ci sono i cellulari, cioè: ci sono, ma li hanno solo i super ricchi. Quando giravamo dovevo spiegare ai ragazzi molto giovani e increduli che viaggiare in queste condizioni era anche più bello. Io ho 44 anni e mi ricordo il tempo vuoto, la noia: se aspettavo un amico sotto casa mi rompevo le palle, mentre adesso in quei minuti fai duecento cose col telefonino, mandi otto messaggi, hai sempre l’intrattenimento in tasca».

In La leggendaria storia degli 883 le coincidenze, l’eterno ritorno, i piccoli eventi che generano conseguenze inimmaginabili hanno un ruolo determinante: in che corrente filosofica inseriamo i superpoteri del caso? Andiamo sull’orientale o verso altri territori? «Più delle dottrine orientali, penso che la corrente filosofica sia il punk. È tutto predeterminato e liturgico? Oppure guidi tu la tua canoa? Non lo so. Forse un po’ e un po’».

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