Fazio: “Non lascio, raddoppio”
di Francesco BeiLa chiacchiera tra amici, la risata che, a volte, è il modo migliore per dire cose serie e profonde. «Il tavolo comico è stata la parte jazz della nostra trasmissione, una televisione dell’improvvisazione che a me è sempre piaciuta molto, saranno forse gli echi arboriani che la mia generazione ha dentro. Sta di fatto che abbiamo deciso di portarla il mercoledì in prima serata». Fabio Fazio rilancia e raddoppia la posta. Da mercoledì 14 ottobre sul Nove arriva Il tavolo di Che tempo che fa, un nuovo appuntamento in prima serata, mentre la domenica (dall’11 ottobre) torna il programma tradizionale. Con una novità pepata, anche questa una promessa di risate. Ma ci arriviamo.
Fazio, non le bastava la maratona domenicale dall’ora dell’aperitivo fino a notte fonda?
«È il mio ultimo anno di contratto, abbiamo detto: facciamo questo esperimento. Proviam…
La chiacchiera tra amici, la risata che, a volte, è il modo migliore per dire cose serie e profonde. «Il tavolo comico è stata la parte jazz della nostra trasmissione, una televisione dell’improvvisazione che a me è sempre piaciuta molto, saranno forse gli echi arboriani che la mia generazione ha dentro. Sta di fatto che abbiamo deciso di portarla il mercoledì in prima serata». Fabio Fazio rilancia e raddoppia la posta. Da mercoledì 14 ottobre sul Nove arriva Il tavolo di Che tempo che fa, un nuovo appuntamento in prima serata, mentre la domenica (dall’11 ottobre) torna il programma tradizionale. Con una novità pepata, anche questa una promessa di risate. Ma ci arriviamo.
Fazio, non le bastava la maratona domenicale dall’ora dell’aperitivo fino a notte fonda?
«È il mio ultimo anno di contratto, abbiamo detto: facciamo questo esperimento. Proviamo a portare il tavolo, la parte comica del programma, in prima serata. Prima dicevano tutti che andava in onda troppo tardi».
Diceva degli “echi arboriani”, ma Quelli della notte andavano in onda… di notte. Funzionerà il suo spostamento all’ora di cena?
«Chi lo sa. Ma visto che è il nostro ultimo anno, proviamo. Partiamo alle nove e un quarto con l’informazione e poi arriva il tavolo con i comici».
E il programma come inizia?
«Con l’attualità, con la presenza di Roberto Saviano, che avrà una sorta di editoriale settimanale, e il consueto talk con gli ospiti giornalisti».
Di fatto è una nuova prima serata e avrete contro delle corazzate. Non è un azzardo?
«Avremo contro di tutto e di più. Rai1 ha messo il mio amico Carlo Conti con Tale e quale, poi ci sono le partite, Bianca Berlinguer, Chi l’ha visto?. Ma la mia non è una scelta velleitaria, è un modo per movimentare un po’, riaprire nuove prospettive. Se dovesse andare bene si potrebbero fare riflessioni».
E la domenica sarà tutto come prima?
«Avremo una coppia che farà la chiusura e i commenti della settimana: Mara Maionchi e Orietta Berti. È l’altra novità di quest’anno. Chiuderanno la puntata credo con…schiettezza».
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Lei è andato ospite da Carlo Conti a Tale e quale show, sono quattro anni che manca dalla Rai. Non è che pensa di ritornare?
«Carlo è un mio amico, è stato molto gentile a venire ospite da me e ho trovato altrettanto piacevole accettare il suo invito. Ma nessuno si preoccupi, sono andato una sera e basta. Non c’è nessun pensiero recondito».
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Via, nemmeno un rimpianto?
«No. Vede, io ho il Dna della Rai, quando sono entrato, era il 1983. Non avevo nemmeno 19 anni, ero un bambino. Sono stato assunto con un provino da Guido Sacerdote e Bruno Voglino, che io chiamo ancora oggi “mamma” perché mi ha preso. Ho lavorato 25 anni con Enrico Vaime, con Luciano Salce, ho iniziato con maestri che avevano letteralmente costruito la televisione negli anni Sessanta. Io ho dentro quel Dna e la Rai non la riesco nemmeno a chiamare “azienda”. Se questo Dna fosse stato riconosciuto sarei ancora lì».
Invece se ne è andato a Discovery sul Nove. Perché?
«Perché hanno prevalso delle logiche che non hanno nulla a che fare con la televisione, logiche di adesione a chi governa. Un clima che, dopo la legge Renzi, si è ulteriormente deteriorato. Era giocoforza andare dove ero desiderato e dove mi hanno offerto prospettive molto interessanti».
Cosa è diventata la Rai in questi quattro anni?
«Difficile dare una definizione, ci sono ancora cose da vedere molto belle. Trovo più utile immaginare cosa potrebbe essere, in un momento storico in cui la tv ha perso la sua centralità per le nuove generazioni».
E cosa dovrebbe essere?
«Ci sarebbe bisogno di un luogo dove venissero riconosciuti dei principi collettivi, un luogo di unità, di valori condivisi, una finestra che si affacci su un identico panorama per tutti quelli che la vedono, per poter offrire la possibilità di una condivisione. Oggi tutte le tv hanno un aspetto prevalentemente commerciale, rispetto a qualunque altra logica, e la Rai non fa eccezione». Rimpiange la tv pedagogica in bianco e nero?
«No assolutamente. L’audience, i numeri, hanno anche liberato la televisione. Quando ho iniziato io, un dirigente mi disse che per la gente le mie imitazioni non funzionavano. Allora mi chiedevo: ma chi sarà mai questa “gente”? Sua moglie, il suo autista, il portiere di casa sua? L’Auditel ha fatto se non altro diventare più democratica la parola “gente”».
Nessuna nostalgia?
«Il rimpianto non fa parte del mio bagaglio. Riconosco però che quella televisione, ancora negli anni Ottanta e Novanta, aveva dentro tutti quelli che l’avevano concepita con un altissimo valore pedagogico. Era gente che aveva avuto come colleghi Marcello Marchesi, Umberto Eco, Angelo Guglielmi, c’era ancora un mondo che veniva da un’altra parte».
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Oggi cosa è rimasto?
«Oggi è una tv commerciale che non ha grandi intenti culturali. Da utente invece mi piacerebbe avere una televisione pubblica per la quale poter dire: stasera resto a casa perché c’è quella cosa da vedere. È un’affermazione ormai desueta, accade solo per le partite di calcio, ma non sono un programma tv. Resiste Sanremo e pochissime altre cose. Ricostruire tutto questo è un lavoro gigantesco».
Arrivata al governo la destra ha detto: finalmente possiamo mettere gente nostra nella casamatta della sinistra. Nel presupposto, falso, che il centrodestra in Rai non fosse rappresentato. E non parlo solo di Bruno Vespa…
«Ma certo! Al di là dei volti, tutta la struttura non è che viene da Marte. La Rai ha iniziato le trasmissioni nel 1954 e all’epoca non mi pare ci fossero i bolscevichi. La tripartizione Rai1, Rai2, Rai3 venne dopo e fu l’unico momento, se vogliamo, in cui la spartizione fu onesta e visibile».
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In questo tentativo di omologazione delle trasmissioni di informazione, scoppia la vicenda Report con la cacciata di Sigfrido Ranucci. Il risultato è una redazione messa alla berlina per mesi, schiacciata, intimidita. Sono riusciti a silenziarla?
«Non credo. Report sono decenni che subisce tentativi continui di intimidazione da parte della politica, è in uno stato di allerta permanente. Del resto, la politica ha sempre avuto nei confronti della Rai un atteggiamento proprietario e non gradisce le cose che gli possono nuocere».
Stavolta però è diverso. Ranucci ha delle responsabilità?
«Questa volta è stata offerta ai nemici di Report una possibilità francamente molto facile. Ci sono degli aspetti inquietanti per il livello di intrusione della politica, il martellamento durato mesi, dopodiché…».
Dopodiché?
«Be’ è difficile immaginare che potesse accadere tutto questo. Abbiamo dovuto leggere di Ranucci “amico fraterno” di Lavitola, due cose che non possono stare insieme nella stessa frase».
Adesso cosa fare?
«Bisogna distinguere i destini di Report da quelli di Ranucci. I destini individuali uno se li costruisce da solo, lo dico senza alcuna pretesa o voglia di fare la morale. Però quando hai un ruolo, la vita ti impone delle scelte. A Ranucci auguro il meglio, ma quello che è accaduto è davvero sorprendente: Report è un’altra cosa, è un patrimonio della Rai. Spero che la redazione resista a questa tempesta, che possa continuare».
Quanto è importante per la politica chiudere gli spazi per il giornalismo d’inchiesta?
«Dirò una cosa controcorrente: all’informazione si dà un peso politico forse eccessivo. La televisione è fatta al 50 per cento da informazione e al 50 da intrattenimento. E, di solito, una canzone lascia una traccia più forte, a distanza di anni, rispetto a una trasmissione di informazione».
Qual è la lezione allora?
«Che la televisione non si misura da una particolare trasmissione, ma dall’insieme, dal progetto generale, dall’idea complessiva che tu dai, quella che va a modellare l’immaginario collettivo. Un immaginario che è costruito spesso più dalla leggerezza, dall’intrattenimento che ti dà anche un’estetica delle cose e persino delle persone. Pensate alle facce che c’erano negli anni Settanta in tv e agli “agglomerati chirurgici” che si vedono ora. Il più grande insegnamento di Guglielmi è che la cultura non è una cosa, ma un modo di fare le cose».
Stiamo per entrare in un anno elettorale, come se la caverà? Li inviterà i politici?
«Ogni tanto sì».
Non ha mai invitato ospiti di destra…
«Non è vero, la destra l’ho invitata molte volte, ma non posso costringerli a venire con la forza. È chiaro però che non siamo una trasmissione a cui puoi dire “stasera ti mando questo o quello”. Siamo noi a scegliere delle biografie, dei racconti, degli ospiti che riteniamo interessanti per l’attualità del momento».
E Giorgia Meloni la inviterebbe?
«Se venisse la presidente del Consiglio sarei molto contento, non avrei nessun problema».
Meloni a Che tempo che fa. Sarebbe divertente…
«Sarebbe interessante, in questo momento. Ma deciderà lei. Noi comunque la politica continueremo a raccontarla, attraverso i giornalisti che invitiamo, con Saviano, proveremo a guardarla obiettivamente. Perché è un momento talmente inedito rispetto al passato che sono davvero curioso».
Inedito? Per non dire spaventoso, persino apocalittico. Che sta succedendo?
«Da una parte assistiamo a cambiamenti profondi e difficili da capire, ma dall’altra quello che sta accadendo provoca un tale laico disincanto che mi aiuta a mantenere una serenità assoluta».
Disincanto?
«Nel senso che mi sembra tutto talmente paradossale. Se leggi i giornali trovi nello stesso giorno la notizia che tra venti anni non ci saranno più i ghiacciai sulle Alpi, e chi dice che tra dieci anni non ci sarà proprio più l’umanità a causa dell’Intelligenza artificiale. Poi però ci sono cento pagine sulle primarie del centrosinistra. Capisce, diventa un abisso in cui perdersi…».
Dov’è la via d’uscita?
«È una situazione talmente assurda, che penso che il mio amico e maestro Michele Serra abbia ragione a dire che dobbiamo restare allegri. Ecco, sì, andare verso la catastrofe ma con allegria, è l’unico rimedio che c’è rimasto per essere liberi».
Cosa succede nel centrosinistra?
«Che i partiti in qualche modo si arrangeranno, troveranno un accordo. Ma non credo che la politica sia solo una somma di numeri e percentuali e lo dimostra proprio Meloni, che è arrivata dove sta partendo dal quattro per cento».
Manca un’idea, la capacità di accendere un’emozione?
«Una ricerca di unità fatta così non convince. Non parliamo di Ucraina così il Pd è contento, non parliamo di Matteo Renzi così i Cinque stelle sono tranquilli… ma così come si fa ad appassionare la gente? L’ho detto anche a Giuseppe Conte in tv: io sono per il proporzionale puro, uno si sente rappresentato in pieno. Poi fate come volete voi, ma almeno all’interno della cabina l’elettore è libero».
La sinistra mondiale è divisa tra due strade: la via riformista e quella radicale, stile Mamdani o Linke. Qual è più efficace?
«Io resto un inguaribile riformista, per quanto sia molto faticoso. Da cittadino dico: magari ci fossero una destra o una sinistra “normali”. Oggi ci sarebbe tanto bisogno di buonsenso, ci sono cose che vanno fatte e negarlo solo per partito preso è insostenibile».
La destra invece si estremizza sempre di più, da Trump all’AfD. Preoccupato per l’ascesa di Futuro Nazionale?
«Trovo ridicolo l’inseguimento a destra di Vannacci da parte di tutti gli altri partiti della maggioranza. E soprattutto è inaudito che l’antifascismo non sia un presupposto universale. Dovrebbe essere un valore condiviso anche da una destra, appunto, normale. È da pazzi che ci siano ancora ragazzi che fanno il saluto romano, con quell’altro che va in giro con la maglietta della Decima Mas. Ma trovo anche assurdo che, dall’altra parte, ci sia gente che invece di guardare alla luna non si preoccupa di risolvere i problemi che vede dalla sua finestra».
Crede che le elezioni in Italia verranno decise dalla paura dell’immigrazione irregolare?
«No, non credo che sia determinante, le dimensioni del fenomeno da noi sono tutto sommato contenute. Su questo le cose più sensate le hanno dette papa Francesco e il cardinale Zuppi. Penso che un principio solidaristico sia obbligatorio, non si tratta di destra o sinistra. L’anno scorso chiesi a Conte se fosse d’accordo con lo ius soli e lui rispose di no, perché altrimenti chiunque nasce in Italia sarebbe italiano. Gli risposi: esattamente come lei e me».
Se Vannacci venisse in trasmissione cosa gli chiederebbe?
«Per chi vota davvero. Perché, secondo me, lui in verità non vota Futuro Nazionale, almeno io nutro questa speranza».
Non crede alle cose che dice?
«Siccome è una persona intelligente, non posso pensare che creda a una sola parola di quello che dice».
Sul Venerdì del 2 ottobre 2026