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Piergiorgio Bucci da cavaliere a vero principe Azzurro

Piergiorgio Bucci alla Società ippica romana La Farnesina, lo storico circolo che quest’anno festeggia il centenario.(Luigi Narici/Agf) 

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Grazie a lui dopo 24 anni l’Italia dell’equitazione tornerà alle Olimpiadi. È il lieto fine di una favola iniziata dormendo sulle balle di fieno: «Ma ora, a 51 anni», dice l’atleta, «faccio finalmente quello che sognavo da bambino»
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«A51 anni sono dove sognavo quando ero bambino». In alto. Volando oltre gli ostacoli da un metro e sessanta dei Gran Premi a 5 stelle, le competizioni più prestigiose e difficili dell’equitazione. Piergiorgio Bucci, aquilano, ci è arrivato grazie al talento suo e dei cavalli che monta in gara. Ma anche per merito di una dedizione totale a questo sport e agli animali che ne sono i coprotagonisti. Con una carriera che, se ora è fatta di trofei prestigiosi e successi scintillanti, agli esordi è stata durissima, con notti passate a dormire sulle balle di fieno, in scuderia o nei camion che trasportano i cavalli verso i campi di gara. Una storia che sembra uscita da un film: perché, in uno sport dove la disponibilità economica può fare la differenza (non è un caso se nel circuito internazionale si incontrano cognomi come Onassis, Gates, Springsteen, Jobs…), chi non ha un patrimonio a sei zeri deve mettercela tutta per vincere.

E Bucci, figlio di una maestra d’asilo e di un dirigente di un’…

«A51 anni sono dove sognavo quando ero bambino». In alto. Volando oltre gli ostacoli da un metro e sessanta dei Gran Premi a 5 stelle, le competizioni più prestigiose e difficili dell’equitazione. Piergiorgio Bucci, aquilano, ci è arrivato grazie al talento suo e dei cavalli che monta in gara. Ma anche per merito di una dedizione totale a questo sport e agli animali che ne sono i coprotagonisti. Con una carriera che, se ora è fatta di trofei prestigiosi e successi scintillanti, agli esordi è stata durissima, con notti passate a dormire sulle balle di fieno, in scuderia o nei camion che trasportano i cavalli verso i campi di gara. Una storia che sembra uscita da un film: perché, in uno sport dove la disponibilità economica può fare la differenza (non è un caso se nel circuito internazionale si incontrano cognomi come Onassis, Gates, Springsteen, Jobs…), chi non ha un patrimonio a sei zeri deve mettercela tutta per vincere.

E Bucci, figlio di una maestra d’asilo e di un dirigente di un’impresa di costruzioni, sta vincendo come pochi altri italiani hanno fatto in passato. Lo scorso maggio ha trionfato a Piazza di Siena (un azzurro sul gradino più alto del podio non si vedeva dal 2018). Il mese prima aveva vinto il Gran Premio di Mexico City e a giugno, in Francia, il Gran Premio Ville De La Baule. Ma forse la prestazione più importante è stata quella di fine agosto ad Aquisgrana, in Germania, al Campionato del Mondo: classificandosi quarto ha trascinato l’Italia al quinto posto, garantendo alla nostra Nazionale di salto ostacoli l’accesso alle Olimpiadi di Los Angeles. Non succedeva da 24 anni. Lo incontriamo alla Società ippica romana, circolo della capitale che in 100 anni di vita ha visto tra i suoi “maestri” personaggi che hanno scritto la storia dell’equitazione: da Graziano Mancinelli a Piero e Raimondo D’Inzeo.

Piergiorgio Bucci, è questo il periodo migliore della sua carriera? «Assolutamente sì».

Di tutte le vittorie recenti, qual è la più bella? «Piazza di Siena. È stato il giorno più bello della mia vita sportiva».

Quando è iniziato il suo amore per i cavalli? «Da quando ho memoria. Da ragazzino ho iniziato a montare con la sella western: d’estate insieme a un amico accompagnavamo i turisti a fare passeggiate a cavallo nelle campagne di Paganica. Poi, avrò avuto 14 anni, ho assistito per la prima volta al concorso Piazza di Siena. E ho deciso che era quello che volevo fare».

L’equitazione non è uno sport per super-ricchi? «La mia storia dimostra il contrario. I miei genitori avevano stipendi normali e non potevano certo comprarmi cavalli vincenti o portarmi in gara tutti i weekend».

E come ha fatto? «Accettando qualsiasi lavoro pur di imparare. A 18 anni mi sono trasferito a Narni, nella scuderia di un cavaliere belga. Lui mi insegnava a saltare e io badavo da solo a 15 cavalli. Più tardi a Roma ho dormito in un container insieme agli operai che lavoravano nel circolo. Non c’era la doccia e ci lavavamo con il tubo dell’acqua. Ma non mi interessava, perché l’unica cosa che volevo era montare a cavallo e saltare».

L’esplosione dopo i cinquant’anni. È diventato più bravo lei o ha trovato finalmente i cavalli giusti? «È un insieme di fattori. E c’entra anche la fortuna. Nel nostro ambiente si dice che la carriera di un cavaliere ruota intorno a un solo cavallo. Nel mio caso penso sia stato fondamentale l’incontro con Pallieter VD N.Ranch (uno stallone di 11 anni nato in Belgio, ndr)».

Come è andata? «La proprietaria, Francesca Castellani, mi ha chiamato per affidarmelo. Certo, sono stato scelto per il mio curriculum, ma ho avuto fortuna, perché Pallieter non è facile da gestire. Invece abbiamo trovato una grande intesa».

Con lui ha vinto il Gran Premio Roma a Piazza di Siena. Ma la qualifica per le Olimpiadi l’ha ottenuta grazie a un altro cavallo, Hantano, castrone olandese del 2012. «Senza Pallieter non sarebbe stato possibile. Fino all’anno scorso avevo solo Hantano come cavallo da Gran Premio. Poi da giugno 2025 ho iniziato a montare Pallieter, il che ha permesso al mio staff di preparare Hantano per il Campionato del Mondo. Ho la fortuna di avere una gran bella scuderia: 13 cavalli che lavoriamo al Centro Ippico Brianteo, vicino a Milano».

Quanto valgono Pallieter e Hantano? «Non esiste un listino prezzi. Ma qualche mese fa la figlia di Steve Jobs ha comprato per 15 milioni di euro un cavallo che ha vinto meno di Pallieter».

Come altri cavalieri italiani, ha vissuto per anni tra Belgio e Olanda. Da noi non ci sono cavalli all’altezza? «Gli allevamenti belga, tedesco, francese, olandese sono più forti dei nostri. Ma ci sono tanti cavalli buoni anche in Italia. Da noi manca la giusta mentalità: si guarda all’uovo oggi più che alla gallina domani, si punta a vincere la prossima “piccola” gara invece di lavorare per fare un Gran Premio più in là. Nei miei 16 anni all’estero sono cresciuto tantissimo, ho conosciuto tutto il mondo che conta nell’equitazione, dall’allevamento al commercio all’organizzazione dei concorsi».

Perché è rientrato in Italia? «Equitazione a parte, non mi sono mai trovato bene in Olanda».

Ora è anche direttore della squadra agonistica della Società ippica romana. Cosa insegnerà alle giovani promesse dell’equitazione? «Mi piacerebbe trasmettere loro una mentalità diversa, basata sul costruire con pazienza. Quando ho preso Hantano non immaginavo dove potesse arrivare, anche se era chiara la sua attitudine non comune a fare percorso netto. Con lui avrei potuto vincere già dalle prime gare, incassando i relativi premi. Ma avrei compromesso la sua crescita. Invece non l’ho forzato e ora è diventato un cavallo da Gran Premio».

Vi vedremo insieme a Los Angeles?«Chi lo sa. La qualificazione conquistata riguarda la Nazionale, non i singoli binomi. Vedremo chi sarà più in forma quando il commissario tecnico formerà la squadra per i Giochi».

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