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Quando Freddie Mercury e i Queen forzarono il blocco sovietico per suonare a Budapest

Freddie Mercury (1946-1991)sul palco in Ungheria. Il film Queen Budapest sarà in sala dal 7 all’11 ottobre 

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Quarant’anni fa la band suonava nella capitale ungherese. Un evento diventato film. Che qui ci racconta chi c’era
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«Sono stufo di tutta questa storia. Fai pure saltare in aria lo stadio, così almeno possiamo tornarcene a casa». László Hegedűs rispose così a un anziano signore che, intorno alle sette di sera, mentre sul palco suonava il gruppo di supporto, minacciava al telefono di far esplodere una bomba al Népstadion di Budapest prima dell’esibizione dei Queen. Il promoter ungherese, che aveva portato la band di Freddie Mercury oltre la Cortina di ferro, non ne parlò con nessuno. «Ero sicuro che non sarebbe accaduto nulla. Negli anni 80 minacce simili erano frequenti. E poi la cosa peggiore che può succedere a un concerto è il panico». Di quella telefonata, ovviamente, non c’è traccia in Queen Budapest, il film girato al Népstadion il 27 luglio 1986 durante l’esibizione di Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, restaurato in 4K dalle pellicole originali in 35 mm negli studi neozelandesi Park Road Post Production di Peter Jackson, con un nuovo mix audio e distribuito nelle sale italiane d…

«Sono stufo di tutta questa storia. Fai pure saltare in aria lo stadio, così almeno possiamo tornarcene a casa». László Hegedűs rispose così a un anziano signore che, intorno alle sette di sera, mentre sul palco suonava il gruppo di supporto, minacciava al telefono di far esplodere una bomba al Népstadion di Budapest prima dell’esibizione dei Queen. Il promoter ungherese, che aveva portato la band di Freddie Mercury oltre la Cortina di ferro, non ne parlò con nessuno. «Ero sicuro che non sarebbe accaduto nulla. Negli anni 80 minacce simili erano frequenti. E poi la cosa peggiore che può succedere a un concerto è il panico». Di quella telefonata, ovviamente, non c’è traccia in Queen Budapest, il film girato al Népstadion il 27 luglio 1986 durante l’esibizione di Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, restaurato in 4K dalle pellicole originali in 35 mm negli studi neozelandesi Park Road Post Production di Peter Jackson, con un nuovo mix audio e distribuito nelle sale italiane da Nexo Studios dal 7 all’11 ottobre.

La colonna sonora (2 cd e 3 lp) e i tre formati home video (dvd, Blu-ray e 4K Uhd Blu-ray) saranno nei negozi dal 6 novembre. Quella tappa del Magic Tour, l’ultima tournée dei Queen con Freddie Mercury, fu il primo grande concerto rock da stadio di una band occidentale nell’Europa del blocco sovietico. I dati ufficiali parlano di 80 mila biglietti venduti, secondo Hegedűs lo stadio aveva una capienza di 76 mila posti. Circa 45 mila persone rimasero fuori. A quarant’anni da quella sera, il Venerdì lo ha raggiunto online a Budapest per ricostruire il percorso che lo portò a organizzare quello che sarebbe stato l’ultimo show dei Queen al completo ripreso su pellicola.

Tutto cominciò a Vienna. Dopo la violenta repressione della rivoluzione ungherese del 1956, suo padre pensò che per la famiglia fosse più sicuro riparare nella capitale austriaca. Hegedűs aveva otto anni: «Fu un’esperienza che mi accompagnò per tutta la vita. Vienna era luminosa, bellissima, meravigliosa. La gente era cordiale e sorrideva sempre. Andavo al cinema tre volte al giorno». Nel 1973, di nuovo a Budapest, lavorava come giornalista, ma passò quasi per caso al music business. «Durante una prova i Generál (una band allora molto popolare in Ungheria, ndr) mi proposero di diventare il loro manager e accettai al volo». La sua attività indipendente non andava però a genio a Péter Erdős, dirigente della Mhv, la casa discografica statale ungherese, e figura centrale della scena musicale durante l’era di János Kádár (leader dell’Ungheria comunista dal 1956 al 1988), tanto da essere soprannominato il “Cesare del pop”. «Mi denunciò in ogni sede, accusandomi di lavorare illegalmente. Alcuni funzionari del ministero dell’Interno mi consigliarono di lasciare l’Ungheria al più presto». Hegedűs li prese in parola. «Sposai la fidanzata di un mio amico di Berlino Ovest per ottenere un passaporto consolare. Poi mi trasferii lì».

Dall’altra parte del Muro fondò la compagnia Multimedia. Per procurarsi valuta forte ricorse a ingegnose operazioni commerciali con merci e servizi dei Paesi socialisti: cristalli cecoslovacchi, Fiat polacche, vacanze jugoslave, fegato d’oca e vino Tokaji, persino uno yacht costruito nella Germania Est. Un sistema laborioso che permetteva di finanziare i tour. Tra i primi artisti che portò a Est ci furono Bo Diddley, Santana e i Talking Heads.

Nell’autunno del 1983 si presentò negli uffici londinesi dei Queen, al 46 di Pembridge Road. «Dopo essere stato liquidato più volte al telefono, decisi di andare di persona e aspettare Jim Beach, il manager del gruppo». Incontrò invece Julie Nash, la sua segretaria, che smorzò gli entusiasmi: Beach era a Montreux, passava di rado da Londra, i Queen non erano in tournée. E non si sapeva quando sarebbero tornati a suonare dal vivo. Un giorno lo richiamò: Beach sarebbe arrivato l’indomani. «Presi il primo volo delle sette da Berlino Ovest». Il manager voleva far tornare il gruppo sul palco dopo quella che sarebbe diventata la pausa più lunga della loro carriera, quasi 22 mesi. «Ma prima serviva un nuovo album e tutto dipendeva da Freddie». Due anni dopo lo incontrò di nuovo al Live Aid, dove era stato invitato da Mark Knopfler e Ed Bicknell dei Dire Straits. Di Budapest non parlarono, ma tre mesi più tardi Beach lo ricontattò: i Queen stavano pensando a un nuovo tour e gli chiese di volare a Londra per capire che cosa si potesse organizzare.

Fu allora che la tappa della band nella capitale ungherese cominciò a prendere forma, con Nóra Hidasy co-promoter. Per far tornare i conti si pensò di legare quella tappa speciale a un film. «L’idea nacque da Jim e da me. Io però immaginavo qualcosa di diverso, con i Queen anche come attori». Beach lo fermò subito: «Non c’era alcuna possibilità che accettassero di recitare». Qualcosa di quell’idea rimase nelle parentesi non musicali: Freddie in un negozio di antiquariato, Brian in mongolfiera, Roger sui go-kart, John in giro per la città.

Per convincere la band della qualità del cinema ungherese Hegedűs citò László Kovács, direttore della fotografia di Easy Rider, che Beach conosceva e stimava. I Queen ottennero i diritti internazionali e i proventi video; Mafilm, la società cinematografica di Stato ungherese, quelli per l’Europa orientale. Il cachet rimase confidenziale, ma era molto inferiore alle offerte occidentali. László Bulányi, dirigente dell’Ori, l’agenzia statale che vedeva traballare il proprio monopolio sui concerti in Ungheria, obiettò che il Paese non aveva valuta forte neppure per importare medicinali. Hegedűs taglia corto: voleva solo mettere i bastoni fra le ruote. Il film, diretto da János Zsombolyai e prodotto da György Mihály, mobilitò gran parte del cinema ungherese.

Per le riprese furono scelti 17 tra i migliori operatori del Paese; tra preparazione e sviluppo dei negativi, l’industria cinematografica ungherese si fermò per sei giorni. Sulla portata storica di quella sera, Hegedűs non ha dubbi: «Prima, nel blocco orientale, non c’era stato nulla di simile. Neanche lontanamente. I concerti più grandi arrivavano forse a dieci, dodicimila persone». Mercury preparò un colpo di teatro. Chiese di ascoltare le melodie locali più conosciute. Con Lajos Csiba, redattore musicale di Magyar Rádió, Hegedűs preparò una cassetta. Tavaszi szél vizet áraszt era il terzo brano. Freddie la scelse all’istante: «Voglio cantare questa». Il 27 luglio la intonò dopo Love of My Life e il pubblico si unì a lui, in quello che sarebbe diventato il momento più memorabile del concerto.

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