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L’America di Gregory Crewdson al bivio tra sogno e incubo

Pickup Truck (2014) 

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Per la prima volta in Italia la trilogia del fotografo Usa, che mette in scena una provincia Usa familiare e straniante: «Il conflitto tra bellezza e tristezza risuona dentro di me»
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Il 4 novembre l’America tornerà a contarsi. Ma Gregory Crewdson la conta da trent’anni: uno alla volta, i suoi abitanti immobili davanti a una vetrina, sotto un lampione, dentro un’auto parcheggiata. Alla vigilia delle elezioni di midterm del 2026, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, inflazione e costo della vita tra i temi che agitano il voto e un Paese ancora diviso su quale futuro promettersi, le sue fotografie sembrano meno finzione e più referto. Dal 10 ottobre al 17 gennaio 2027, ai Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia, Eveningside – curata da Jean-Charles Vergne e realizzata in collaborazione con Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo – riunisce la trilogia iniziata con Cathedral of the Pines e proseguita con An Eclipse of Moths: dieci anni passati a fotografare l’America lontana da Washington, Wall Street e Silicon Valley. Nato a Brooklyn nel 1962, professore a Yale, Crewdson ha scelto invece Becket, Pittsfield e le cittadine del Massachusetts occidentale: luoghi dove una fe…

Il 4 novembre l’America tornerà a contarsi. Ma Gregory Crewdson la conta da trent’anni: uno alla volta, i suoi abitanti immobili davanti a una vetrina, sotto un lampione, dentro un’auto parcheggiata. Alla vigilia delle elezioni di midterm del 2026, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, inflazione e costo della vita tra i temi che agitano il voto e un Paese ancora diviso su quale futuro promettersi, le sue fotografie sembrano meno finzione e più referto. Dal 10 ottobre al 17 gennaio 2027, ai Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia, Eveningside – curata da Jean-Charles Vergne e realizzata in collaborazione con Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo – riunisce la trilogia iniziata con Cathedral of the Pines e proseguita con An Eclipse of Moths: dieci anni passati a fotografare l’America lontana da Washington, Wall Street e Silicon Valley. Nato a Brooklyn nel 1962, professore a Yale, Crewdson ha scelto invece Becket, Pittsfield e le cittadine del Massachusetts occidentale: luoghi dove una ferramenta può diventare inquietante quanto una scena del crimine. A Pittsfield, segnata dalla chiusura dello stabilimento General Electric nel 1987, ha fatto arrivare rottami, autocisterne per creare pozzanghere, macchine della nebbia e luci montate su gru da dodici metri. Il risultato è un’America bellissima ma guasta, sospesa un secondo prima della catastrofe o uno dopo. Crewdson sostiene di non voler fare politica: fotografa paure, ansie e desideri. Il problema è che, nel 2026, assomigliano terribilmente a quelli di un intero Paese.

Arriva a Reggio Emilia, città che con la fotografia ha un rapporto speciale, ma anche una forte tradizione civile. Se il pubblico di Eveningside dovesse uscire dalla mostra con una risposta sul mondo di oggi, quale vorrebbe che fosse?

«Preferirei che le mie fotografie lasciassero domande, non risposte. Sono immagini volutamente aperte: spesso nemmeno io so esattamente cosa stia accadendo al loro interno. È lo spettatore a completarle, portandoci la propria storia. Spero che guardarle faccia scattare qualcosa di personale, un ricordo, un’esperienza, una riflessione. E che, alla fine, dicano qualcosa non soltanto dell’immagine che abbiamo davanti, ma anche di chi la sta guardando».

Per molti europei, l’America delle piccole città resta un luogo mitico, sospeso da qualche parte tra Hopper, David Lynch e Steinbeck. Lei le esplora dall’interno. Cosa vede oggi in quell’America che noi continuiamo a immaginare senza conoscere davvero?

«Il mio lavoro nasce nelle piccole città del New England, nel Nord-Est e si inserisce in una tradizione di artisti americani come Hopper, Lynch, Steinbeck e altri, che hanno esplorato lo scontro tra vita quotidiana e teatralità. Io prendo quei codici e quelle convenzioni e cerco di reinventarli, nella speranza di renderli miei».

Alone Street (2018-2019). La mostra Eveningside è ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia dal 10 ottobre al 17 gennaio 2027 

Le sue foto raccontavano isolamento, fratture e malinconia molto prima che Donald Trump portasse al centro del dibattito politico la cosiddetta “America dimenticata”. Pensa che quelle immagini siano state, in qualche modo, profetiche?

«Le mie immagini nascono prima di tutto da aspetti psicologici: dalle mie paure, dalle mie ansie ma anche dai miei desideri. Non cerco mai di formulare un commento più generale o politico: riguardano piuttosto la psicologia dell’immagine. I temi della disconnessione e della solitudine sono controbilanciati dal desiderio e dalla necessità di creare una connessione più ampia con il mondo e di afferrare un qualche senso di possibilità».

Niente slogan, bandiere, presidenti. Eppure le sue foto vengono spesso lette come profondamente politiche. Per raccontare il potere bisogna davvero ritrarlo?

«Le confesso che mi hanno sempre interessato di più i margini: i luoghi di passaggio, le fermate degli autobus, gli spazi sul retro degli edifici, i confini delle città. E quel senso di attesa che accompagna le figure. È lì che trovo qualcosa di potente da esplorare. Se le mie immagini sono politiche, lo sono indirettamente. Non affrontano mai la politica in modo esplicito e, soprattutto, non vogliono spiegare allo spettatore cosa deve pensare».

Una lavanderia, un bancomat, un parcheggio o un negozio di ferramenta diventano improvvisamente luoghi inquietanti. Che cosa cerca quando trasforma la realtà quotidiana in qualcosa che sembra quasi un sogno?

«Cerco soggetti molto ordinari, per certi versi addirittura familiari: luoghi del paesaggio quotidiano che altrimenti non noteremmo nemmeno. Mi interessa trasformare la normalità di tutti i giorni attraverso la luce e il colore, creando una tensione tra ciò che appare banale o trascurabile e la possibilità di scoprirvi un mistero, un significato e una bellezza inattesi».

Le sue immagini sono bellissime, eppure dentro c’è quasi sempre qualcosa che non va: solitudine, depressione, vulnerabilità. La bellezza è il modo più elegante per raccontare ciò che fa male?

«Mi interessa il conflitto tra elementi contrapposti. E certamente uno di questi è l’incontro tra qualcosa di bello e qualcosa di triste: è un contrasto che risuona profondamente in me».

Le finestre ritornano quasi ossessivamente nel suo lavoro. Separano dentro e fuori, desiderio e realtà, protezione e ignoto. Sono una cornice o una barriera?

«Sono sempre stato attratto da finestre, porte e specchi, da tutto ciò che crea una cornice dentro l’immagine. Rendono lo spettatore consapevole del modo in cui una fotografia viene costruita e di ciò che scegliamo di includere nell’inquadratura. Ma sono anche strumenti di straniamento: separano le figure dal mondo che le circonda. In qualche modo, le isolano ancora di più».

Oggi basta un semplice prompt per generare immagini sorprendentemente realistiche. Lei, al contrario, continua a costruire ogni scena nel mondo reale. Pensa che l’Ia cambierà il significato della fotografia o renderà ancora più preziosa l’arte di creare un’immagine reale?

«Alla fine l’Ia, Photoshop o qualsiasi altra cosa appartenente a quell’ambito sono strumenti. Ciò che conta è l’immaginazione dell’artista. Per me, però, il reale – qualcosa che si trova concretamente davanti alla macchina fotografica – è essenziale per la mia visione. Nonostante tutta la produzione, le grandi squadre e il lavoro artigianale coinvolto, al centro di tutto rimane il fatto che la macchina fotografica sta assistendo a qualcosa che accade realmente davanti all’obiettivo. È un elemento che considero fondamentale e non riuscirei a immaginare un altro modo di lavorare».

Se dovesse fotografare l’America tra dieci anni, dove punterebbe l’obiettivo? Sulle periferie, sui data center, sui nuovi paesaggi tecnologici? O il Paese continua a raccontarsi meglio nelle sue piccole città?

«Ci sono artisti che attraversano il mondo e altri che preferiscono scavare nello stesso luogo, sempre più a fondo. Io appartengo alla seconda categoria. Ho scelto una geografia molto circoscritta: è il mio paesaggio, il mio territorio, il luogo in cui continuo a tornare. Ci sono ragioni pratiche e personali, naturalmente, ma è da lì che continuerò ad attingere. La sfida è riuscire ogni volta a guardarlo diversamente, reinventando e trasformando il mio lavoro».

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