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Quanto sono geniali i capricci di Pontormo

Madonna con Bambino e un angelo, 1523-1525. (Per gentile concessione del Comitato per la Fondazione Galleria corsini Foto: @Claudio Giusti) 

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Celebre per il carattere eccentrico, il pittore toscano raccolse con gli altri manieristi l’eredità dei grandi del Rinascimento. Ma la mostra di Roma rivela anche i suoi tratti più moderni
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L’immagine più nota e che meglio ne restituisce la personalità bizzarra è senza dubbio quella della sua casa a Firenze, in via della Colonna. Le cronache dell’epoca descrivono questa sua dimora. Era al primo piano di un edificio privo di porte e senza un affaccio diretto sulla strada. In tal modo, quando non aveva voglia di vedere nessuno, Pontormo poteva tirar su con una carrucola la scala a pioli che costituiva l’unico collegamento tra il mondo esterno e la sua stanza, e isolarsi da tutto. Questa immagine da perfetto misantropo la si deve in particolare a Giorgio Vasari, storico dell’arte che nella seconda metà del Cinquecento diede alle stampe un libro che da secoli rappresenta un riferimento essenziale per chi voglia farsi un’idea di che tipi fossero gli artisti italiani, dai tempi di Giotto a quelli di Michelangelo. E probabilmente è proprio dal grande Buonarroti che bisogna partire per comprendere Pontormo, sia l’uomo e il pittore che in effetti è stato, sia i racconti che lo vo…

L’immagine più nota e che meglio ne restituisce la personalità bizzarra è senza dubbio quella della sua casa a Firenze, in via della Colonna. Le cronache dell’epoca descrivono questa sua dimora. Era al primo piano di un edificio privo di porte e senza un affaccio diretto sulla strada. In tal modo, quando non aveva voglia di vedere nessuno, Pontormo poteva tirar su con una carrucola la scala a pioli che costituiva l’unico collegamento tra il mondo esterno e la sua stanza, e isolarsi da tutto. Questa immagine da perfetto misantropo la si deve in particolare a Giorgio Vasari, storico dell’arte che nella seconda metà del Cinquecento diede alle stampe un libro che da secoli rappresenta un riferimento essenziale per chi voglia farsi un’idea di che tipi fossero gli artisti italiani, dai tempi di Giotto a quelli di Michelangelo. E probabilmente è proprio dal grande Buonarroti che bisogna partire per comprendere Pontormo, sia l’uomo e il pittore che in effetti è stato, sia i racconti che lo vogliono “ghiribizzo”, stralunato, asociale. Negli anni in cui il giovanissimo orfano Jacopo Carucci da Pontormo arriva a Firenze, intorno al 1510, per le vie della città era possibile incontrare i tre geni del tempo: Raffaello, Leonardo e Michelangelo. Questi tre uomini non erano soltanto gli artisti più luminosi del momento, incarnavano anche lo spirito del Rinascimento, l’apice di un lungo percorso che aveva riportato la civiltà alle altezze degli antichi, date per perdute con la calata dei barbari e la caduta di Roma. Cominciava pertanto a diffondersi l’idea che la pittura non potesse che imitare quei grandi; che si dovesse dipingere alla maniera dei maestri senza però mai raggiungerli, perché meglio di loro era impossibile fare. Nasceva il manierismo, di cui Pontormo fu tra i principali esponenti, insieme a Rosso Fiorentino, il Parmigianino, il Bronzino, Sebastiano del Piombo e molti altri. Per certi versi, perfino lo stesso Michelangelo può essere considerato un manierista, avendo rappresentato per i suoi contemporanei l’artista universale, l’ideale dell’artista prima ancora che un semplice seppure magnifico artista. Per certi versi, il primo a imitare Michelangelo è stato proprio lui, Michelangelo, come sempre lui per primo si è adoperato affinché il mondo ne esaltasse il mito, fornendo ai suoi simili materiali biografici di ogni sorta, oltre che opere sublimi, tanto che l’artista era noto per più di una bizzarria, per il vestire trasandato, un’igiene personale non impeccabile, gli scatti umorali e altro ancora. Si affermò allora l’idea che un pittore della massima distinzione dovesse sfoggiare vizi e stranezze uniti a personalità capricciosa, sicché in molti erano convinti che fosse quella la via per passare da geni e diventare famosi. Da qui a sostenere che tra questi rientrasse anche Pontormo perché ritirava la scala quando non voleva essere importunato ce ne corre, e tuttavia lui e la sua cerchia venivano chiamati anche gli “eccentrici fiorentini”, proprio a sottolineare la loro particolare maniera di trasgredire a certe forme.

Pontormo (Jacopo da Pontormo), Visitazione (particolare), 1528-1532 (Carmignano (Prato), pieve di San Michele Arcangelo Per gentile concessione della Diocesi di Pistoia - Foto: Antonio Quattrone ) 
Un altro famoso attestato della bizzarria di Pontormo è il cosiddetto Libro mio. Potremmo chiamarlo più semplicemente un diario, trattandosi di una serie di annotazioni prive di qualsivoglia ambizione letteraria, a differenza dell’ancor più famosa autobiografia scritta da Benvenuto Cellini. Il pittore non si perdeva in grandi racconti, limitandosi a quello che per lui era lo stretto necessario: cosa mangiava, come evacuava, cosa dipingeva e soprattutto come stava in salute. Il libro – o almeno quel che del libro sopravvive – si apre appunto con questa notazione: “Io ho qualche impedimento o di stomaco o di capo”. Sembrerebbe quasi l’incipit di Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, col protagonista che ci tiene a presentarsi come un uomo malato, non fosse che Pontormo si preoccupa subito che “io vi rimedi col mangiare poco e con lo stare digiuno perché io conosco che non lo facendo io me ne pento”, palesando di tenere in fondo soltanto alla salute in un’epoca in cui malattie e morte erano esperienza quotidiana.

Pontormo (Jacopo Carucci da Pontormo), Adorazione dei magi (Epifania Benintendi), 1523 circa (Firenze, Gallerie degli Uffizi- Galleria Palatina di Palazzo Pitti per gentile concessione del ministero della cultura) 
Il manoscritto di questo diario che copre gli ultimi anni di vita di Pontormo è esposto nella prima grande mostra monografica che le Scuderie del Quirinale (in partnership con le Gallerie degli Uffizi) gli dedicano a partire da oggi, 9 ottobre. Grazie a una scelta illuminata della curatrice Cristina Acidini, il Libro mio sarà visibile al pubblico insieme a una fra le versioni migliori della Madonna del libro, più precisamente sotto a questo dipinto rimasto nella casa senza porte di Pontormo fin dopo la morte e visto da molti copisti. È un’opera incantevole in cui è evidente quanto il pittore studiasse Michelangelo, portando all’estremo le torsioni dei corpi, la purezza quasi diafana di panneggi che sembrano aleggiare sulle figure come nuvole di solo colore. Nel suo confronto a distanza con Buonarroti, Pontormo sembra anticipare la modernità di un genio all’apparenza agli antipodi, ma eccentrico e chiacchierato come lui: Caravaggio. Non per niente, proprio come Caravaggio, nei secoli successivi finì tra gli artisti minori, tra i quasi dimenticati, per venire riscoperto soltanto in tempi più recenti, esercitando un’influenza diffusa che va dai preraffaelliti inglesi a Bill Viola, passando per il nostro Pasolini che nel film La ricotta, pur guadagnandoci un processo per vilipendio, riproduce in un tableau vivant il Trasporto di Cristo nel sepolcro del Pontormo. È una vecchia storia quella per cui ci vogliono secoli per diventare moderni.

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