Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125, Milano
Gentile Natalia, quando si parla di morti sul lavoro, la cronaca e il dibattito pubblico si concentrano quasi solo sui traumi diretti: le cadute dai ponteggi, gli schiacciamenti nei macchinari, gli incidenti nei cantieri. Esiste però un’altra strage altrettanto devastante, che merita finalmente di uscire dall’invisibilità. Non si tratta più soltanto di “operaicidio”, ma di un vero e proprio “lavoricidio”, perché a morire lavorando sono ormai donne e uomini di ogni categoria e livello sociale: vigilanti notturni (come Carlo Sanna morto di notte pochi giorni fa), impiegati, quadri, dirigenti, precari, addetti ai servizi e alla logistica, autotrasportatori, infermieri, medici. Siamo arrivati alla drammatica cifra di 1.021 lavoratori che hanno perso la vita dall’inizio dell’anno. Centinaia di questi decessi non sono causati da un guasto meccanico o dalla mancanza di un casco, ma dalla…
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125, Milano
Gentile Natalia, quando si parla di morti sul lavoro, la cronaca e il dibattito pubblico si concentrano quasi solo sui traumi diretti: le cadute dai ponteggi, gli schiacciamenti nei macchinari, gli incidenti nei cantieri. Esiste però un’altra strage altrettanto devastante, che merita finalmente di uscire dall’invisibilità. Non si tratta più soltanto di “operaicidio”, ma di un vero e proprio “lavoricidio”, perché a morire lavorando sono ormai donne e uomini di ogni categoria e livello sociale: vigilanti notturni (come Carlo Sanna morto di notte pochi giorni fa), impiegati, quadri, dirigenti, precari, addetti ai servizi e alla logistica, autotrasportatori, infermieri, medici. Siamo arrivati alla drammatica cifra di 1.021 lavoratori che hanno perso la vita dall’inizio dell’anno. Centinaia di questi decessi non sono causati da un guasto meccanico o dalla mancanza di un casco, ma dalla fatica, dallo stress massacrante e dalla tensione nervosa costante. Un infarto o un arresto cardiaco a 49 anni durante un turno di guardia notturno, o dopo settimane di straordinari e pressioni psicologiche, viene quasi sempre liquidato dalle statistiche come “malore improvviso” o “causa naturale”.
Così si assolve un sistema che sfrutta e logora le persone fino al collasso: il ricatto del precariato e la paura del licenziamento, un’organizzazione del lavoro disumana, l’assenza di tutele reali. L’articolo 18, quello che permetteva di licenziare solo per giusta causa e giustificato motivo, non esiste più dal 2015: un lavoratore del privato assunto dopo quella data può essere licenziato e indennizzato con un “pugno di dollari”. Se la sinistra vuole recuperare il voto dei lavoratori deve mettere nel programma politico il suo ripristino per tutti, anche per le aziende sotto i 15 dipendenti. Chiedo all’informazione nel suo complesso di rompere il silenzio su questa dimensione della sicurezza. Morire di stanchezza e di lavoro non è una fatalità: è una responsabilità sociale e politica che non può più essere ignorata. Carlo Soricelli, curatore dell’Osservatorio nazionale di Bologna Morti sul Lavoro
Hanno chiuso il Colosseo perché lì, il 23 settembre, è precipitato per una decina di metri il corpo di Andrea Moretti, 22 anni, bello e sempre sorridente: una fine orribile, un operaio specializzato con davanti tutta la vita che lui aveva già progettato e sarebbe diventata quella di un artista. Così, forse per la prima volta, i morti sul lavoro hanno occupato la prima pagina dei giornali. Io avevo già cercato di far parlare di questa tristissima piaga che in un anno ha ucciso 1.021 lavoratori, poi avevo smesso: neppure una volta i lettori se ne erano accorti. Adesso la vita bella del giovane Andrea, gran scalatore, è arrivata addirittura in prima pagina: perché c’è di mezzo il Colosseo? O perché il Colosseo è rimasto chiuso?
Perché mia moglie ha detto no alla “ginnastica” d’amore?
Gentile Aspesi, eccomi anch’io, come tanti uomini alla soglia dei sessant’anni, a incassare da mia moglie la dichiarazione di fine della “ginnastica” a letto, ora che è arrivata al traguardo della menopausa. Un uomo equilibrato e pacato, come mi ritengo, sa bene di non essere più quello di un tempo, sia sul piano del desiderio che su quello delle prestazioni. Eppure avverte che potrebbe tranquillamente tenere il passo ancora per un po’ di anni. Nel rispetto di un rapporto che si avvicina ormai ai quarant’anni di vita comune, mi adeguo. Immagino che situazioni come questa siano tutt’altro che rare. Tuttavia mi chiedo se non ci sia qualche consiglio da offrire a chi si trova in questa condizione. Mia moglie non vuole saperne. Probabilmente, se trovassi delle alternative, non me ne farebbe una colpa. Però sembra che anche questa non sia una strada percorribile, almeno secondo il comune sentire. Forse la vera domanda è questa: come si concilia l’affetto costruito in una vita insieme con la rinuncia a una dimensione che, per uno dei due, continua a essere importante? Nico, Sora
Caro amico, non può chiedermi di risolvere un problema come questo. Che poi non è un problema, è, dopo quarant’anni, la fine di una “ginnastica” che continua a essere amore forse anche più di prima. La vostra unione è sempre stata bella. Per lei quasi un’abitudine, un gioco piacevole, a letto. Per sua moglie, anno dopo anno sempre più spento. Se sua moglie le ha detto basta, vuol dire che per lei, per tante mogli come lei, l’amore ha trovato altre strade, un altro modo di sentirsi vicina a lei. Per uno dei due,far l’amore è ancora importante, per l’altra persona no.Lei ubbidirà a sua moglie, certo con rimpianto, e poi non si preoccupi, si troverà benissimo anche lei.
Smettiamo di giudicare le donne dalle gonne
Cara Natalia Aspesi, leggo che, dopo le polemiche sulle parole di Antonio Tajani, Roberto Vannacci ha deciso di intervenire a modo suo: «Tra una donna con la gonna lunga e una con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna».Mi viene da sorridere, ma è un sorriso amaro. Perché forse il problema non è soltanto la battuta di Vannacci, né quella di Tajani. Il problema è un’abitudine dura a morire: quella di guardare una donna e giudicarla prima di tutto per come si veste. Mia moglie Maria la conosco da più di quarant’anni. Se dovessi raccontare chi è, non saprei certo farlo partendo da come si veste. Potrei raccontare la sua pazienza, i suoi difetti, le sue testardaggini, le sue paure, le sue risate, le cose che abbiamo costruito insieme. Una donna può essere elegante, trasandata, appariscente o riservata, indossare una minigonna oppure un cappotto lungo fino ai piedi. Può essere forte o fragile, generosa o egoista, fedele o infedele. Esattamente come un uomo. Cominciamo a guardare le donne negli occhi. Perché una donna non è una gonna lunga, una gonna corta o una donna senza gonna. È una persona. E sarebbe già un bel passo avanti se, prima di chiederci che cosa porta addosso, imparassimo a chiederci che cosa porta dentro. Francesco Vitale, Catania
Che ci sia il povero Vannacci a dire le sue scemenze a un popolo di mezzi tonti dobbiamo rassegnarci. Le stupidaggini che continuano a far salire le sue preferenze, più sono sceme più piacciono. Basta vedere i vecchi tutti impomatati e severi, grassocci, che corrono con la faccia imbambolata a iscriversi al suo partitello. La sua lettera è molto bella: è bellissimo il suo modo di raccontarci di sua moglie Maria, che conosce da quarant’anni e che ha, con amore, imparato a capire. Devo dire che sto provando una cosa strana; non so se per caso, ma qui sono scomparse le donne sciocche, e qui si parla solo di lunghi matrimoni con donne amate, ammirate e ancora desiderate.
Sul Venerdì del 9 ottobre 2026