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Vincenzo Alberto Annese, avventure del ct globetrotter tra feste popolari e kalashnikov a colazione

Vincenzo Alberto Annese con il trofeo della I-League vinto nella stagione 2020-2021 con il Gokulam Kerala FC. 

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Ha allenato in Ghana e Palestina, in Burkina Faso e India: ora Vincenzo Alberto Annese ha raccolto in un libro i suoi viaggi sulle panchine di tutto il mondo
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«Quando si allena all’estero è tutto moltiplicato per dieci. Ci sono Paesi in cui una vittoria ti solleva, e una sconfitta ti travolge. Sei uno straniero che lavora in una terra che non è la sua». Sono dodici anni che Vincenzo Alberto Annese è lontano dall’Italia. Nato a Molfetta, 42 anni, da centrocampista ha nutrito la speranza di giocare in Serie A, approdando alle giovanili del Venezia. Ma la fragilità delle sue fibre muscolari lo ha costretto al ritiro a soli 22 anni. In panchina, invece, ha un curriculum da globetrotter: Lituania, Lettonia, Estonia, Armenia, Cina, Ghana, Palestina, Indonesia, Kosovo, Belize, India, Nepal, Afghanistan e Burkina Faso.

Un autentico Allenatore del mondo, come il titolo del suo libro appena uscito (Sem, 304 pagine, 18 euro). Oggi Annese è ct della Nazionale di calcio della Guinea Equatoriale, squadra che può contare su giocatori come Saúl Coco del Torino e dove ha militato Pedro Obiang, che lo scorso anno ha chiuso la sua carriera nel Monza, di cui o…

«Quando si allena all’estero è tutto moltiplicato per dieci. Ci sono Paesi in cui una vittoria ti solleva, e una sconfitta ti travolge. Sei uno straniero che lavora in una terra che non è la sua». Sono dodici anni che Vincenzo Alberto Annese è lontano dall’Italia. Nato a Molfetta, 42 anni, da centrocampista ha nutrito la speranza di giocare in Serie A, approdando alle giovanili del Venezia. Ma la fragilità delle sue fibre muscolari lo ha costretto al ritiro a soli 22 anni. In panchina, invece, ha un curriculum da globetrotter: Lituania, Lettonia, Estonia, Armenia, Cina, Ghana, Palestina, Indonesia, Kosovo, Belize, India, Nepal, Afghanistan e Burkina Faso.

Un autentico Allenatore del mondo, come il titolo del suo libro appena uscito (Sem, 304 pagine, 18 euro). Oggi Annese è ct della Nazionale di calcio della Guinea Equatoriale, squadra che può contare su giocatori come Saúl Coco del Torino e dove ha militato Pedro Obiang, che lo scorso anno ha chiuso la sua carriera nel Monza, di cui ora è direttore sportivo.

«Ho chiesto a Mancini di fare un’amichevole a giugno», dice al Venerdì da Bata, capitale politica dello Stato, affacciata sull’Atlantico e vicina al confine col Camerun. «Abbiamo una finestra libera ma l’Italia potrebbe essere impegnata con la fase finale della Nations League. Peccato, ma spero che gli azzurri facciano bene, anche perché in caso contrario qui gli sfottò non mancherebbero».

Linea di confine

Durante il suo giro del mondo, Annese ha fatto valere la sua capacità di adattamento, gestendo gruppi diversissimi tra loro e valorizzando i giovani. Spesso ha allenato in luoghi dove la vita quotidiana deve fare i conti con un perenne senso di insicurezza. Da ct dell’Afghanistan nel 2025 ha vissuto in un Paese dove tutto veniva controllato. «C’erano di nuovo i talebani al potere. Uomini armati e posti di blocco facevano pensare che fosse meglio muoversi con molta cautela. Mi hanno portato in un hotel lussuoso e seminuovo, ma completamente blindato», racconta. «Personalmente sono stato trattato sempre bene, con grandi riguardi. E non mi è accaduto nulla di realmente pericoloso. Però uno dei primi giorni in cui ero lì hanno bussato all’alba alla porta della mia camera. Ho aperto e mi sono trovato davanti un uomo armato con un mitragliatore gigantesco. Mi si è gelato il sangue. Non mi ero accorto che c’era anche un vassoio: mi stava portando il cappuccino con il kalashnikov sottobraccio».

Nel 2017 è diventato allenatore dell’Ahli Al-Khalil, il club di Hebron, città della Palestina trenta chilometri a sud di Gerusalemme, in Cisgiordania. Pur tra mille difficoltà, il calcio si giocava anche a Gaza, e la Palestine Cup metteva l’una contro l’altra le vincitrici della West Bank Cup e della Gaza Cup. «Là il calcio aveva un significato speciale: in una realtà come quella, dove ci sono restrizioni durissime, una partita può far dimenticare per un attimo il quotidiano. A maggior ragione se non è una partita qualsiasi, ma l’unica occasione per riunire i due territori della Palestina, almeno nello sport». Nel viaggio verso Gaza, dove la sua squadra era attesa dai padroni di casa dello Shabab di Rafah, al valico di Erez i controlli furono relativamente leggeri per Annese e i suoi collaboratori stranieri. Non così per molti calciatori della squadra. «Ci dissero che il controllo dei militari era stato aggressivo», racconta, «le perquisizioni molto dure. Li avevano fatti aspettare per un tempo lunghissimo, senza dare spiegazioni. Alcuni si erano addirittura dovuti spogliare. Oltretutto a undici atleti era stato vietato l’ingresso. Il motivo ufficiale erano ragioni di sicurezza, documentazione presentata in ritardo, valutazioni amministrative. Mi erano rimasti solo dodici giocatori in tutto».

Con papà sugli spalti

Ma la carriera di Annese è fatta anche di momenti di gioia e di soddisfazione. Come le due I-League consecutive, nel 2021 e 2022, vinte in India alla guida del Gokulam Kerala, accolto al suo rientro da centomila persone in festa. O l’esperienza da ct della Nazionale nepalese. Dove, durante una partita di calcetto giocata di sabato per svagarsi assieme al suo staff, nota tra gli avversari un ragazzo che stoppa la palla in un modo diverso, la tiene attaccata al piede, vede il gioco prima degli altri. «Vieni a provare con noi», gli propone dopo aver assistito a un tiro potentissimo sotto l’incrocio dei pali. Oggi quel giocatore, Mani Kumar Lama, è titolare da quattro anni e forse diventerà capitano della Nazionale.

Annese ha imparato cinque lingue (inglese, francese, spagnolo, russo e armeno) e non fa fatica a farsi capire anche in spagnolo e portoghese, ma il suo sogno è quello di portare in Italia il suo bagaglio di esperienze, accumulato con pazienaza e lontano dai riflettori. «Vivo per il calcio», ammette. «Mi sono giocato le mie carte in giro per il mondo ma sento anche il desiderio di mettere radici, perché sono italiano e sono molto attaccato alla mia famiglia. Tornare in Italia mi permetterebbe anche di realizzare un altro sogno: portare mio padre allo stadio a vedere una partita in cui sono seduto in panchina». Magari in una di quella Serie A che da calciatore gli è sfuggita.

Sul Venerdì del 9 ottobre

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