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“Maranza”, dall’insulto all’orgoglio: chi sono e perché fanno gola al mercato

foto di Michele Crestani 

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La cronaca li bolla come un nuovo pericolo urbano. Ma, fra rap, trap e social, l’economia comincia a sfruttare il fenomeno. Piccola indagine, dribblando i pregiudizi
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Nell’agosto scorso Tony Boy ha ripreso in diretta Instagram la polizia che gli perquisiva l’appartamento. «Ho 15 sbirri in casa», raccontava ai follower, mentre gli agenti trovavano una pistola con la matricola abrasa. Il trapper non ha spento il telefono, ha continuato a filmare, trasformando l’arresto in un contenuto social. Un gesto che riassume quello che il sociologo Federico Pilati, nel libro Maranza. Il capitalismo dello stigma (Ledizioni) chiama un sistema capace di catturare i segni dell’esclusione sociale, convertendoli in guadagno. “È un modello di mercato” spiega Pilati “che anziché limitarsi al lamento riguardo all’emarginazione delle periferie approfitta della visibilità offerta dalle piattaforme, rivendendo lo stigma e trasformandolo in vantaggio economico”.

Insulto etnico

Prima di diventare un’accusa, “maranza” era una parola quasi affettuosa. Ce n’è traccia nel 1988, in un pezzo di Jovanotti che descrive il ribelle alle convenzioni, il coatto di provincia. Peccato che…

Nell’agosto scorso Tony Boy ha ripreso in diretta Instagram la polizia che gli perquisiva l’appartamento. «Ho 15 sbirri in casa», raccontava ai follower, mentre gli agenti trovavano una pistola con la matricola abrasa. Il trapper non ha spento il telefono, ha continuato a filmare, trasformando l’arresto in un contenuto social. Un gesto che riassume quello che il sociologo Federico Pilati, nel libro Maranza. Il capitalismo dello stigma (Ledizioni) chiama un sistema capace di catturare i segni dell’esclusione sociale, convertendoli in guadagno. “È un modello di mercato” spiega Pilati “che anziché limitarsi al lamento riguardo all’emarginazione delle periferie approfitta della visibilità offerta dalle piattaforme, rivendendo lo stigma e trasformandolo in vantaggio economico”.

Insulto etnico

Prima di diventare un’accusa, “maranza” era una parola quasi affettuosa. Ce n’è traccia nel 1988, in un pezzo di Jovanotti che descrive il ribelle alle convenzioni, il coatto di provincia. Peccato che su Facebook presto sia stata convertita in insulto etnico, conseguenza dell’incremento multirazziale in Italia e che il termine sia tracimato fino ai talk show, saldandosi definitivamente alle baby gang. Il punto di svolta va in scena a Peschiera del Garda, nel giugno ’22, in un raduno organizzato su TikTok. Duemila ragazzi, per lo più di origine nordafricana, arrivano in treno per ballare su una spiaggia. La cosa degenera, vandalismi, scontri con la polizia, molestie alle ragazze. “Maranza” sui media diventa un’etnia sospetta. Nelle settimane successive gli assembramenti si ripetono a Riccione e Matteo Salvini criminalizza la vicenda. Il Paese sceglie un nuovo nemico di strada, dopo i paninari o le baby gang. Ma intanto quello stesso nemico attiva una produzione culturale incentrata proprio sui contenuti della sua condanna.

Il ristorante tamarro

Questa storia ha un suono: la trap. Gli esponenti musicali si chiamano Neima Ezza, Favelas JFlous, Omar Ramo, e mettono in musica una visione del mondo legata alla condizione dei giovani immigrati di seconda generazione. Il codice maranza diventa un linguaggio disponibile a chiunque abbia accesso a una rete social. Proliferano centinaia di video che durano pochi secondi, con sfondi di cortili o parcheggi, con le crew tirate a lucido. Come scrive Gabriel Seroussi in La periferia vi guarda con odio (Agenzia X), alcune parti periferiche di città, tanto negativamente connotate da essere divenute corpi estranei al resto della struttura urbana, sono il luogo in cui si annida questa frangia ritenuta pericolosa, che, insieme all’abbigliamento e al linguaggio, condivide la passione per le rime del rap e della trap. Mentre la cronaca nera funziona da promozione in un ecosistema in cui perfino un arresto diventa materiale narrativo da mettere a reddito, i soldi girano, incoraggiando stili di vita in cui si sperperano quattrini per merci di lusso e viaggi a Dubai (anche se poi si scopre che ci sono maranza che coi soldi fatti sulle piattaforme finanziano i pellegrinaggi alla Mecca delle famiglie).

“A Bologna” riprende Pilati, “c’è questo maranza chiamato Ayoub El Bub, un ragazzo dislessico partito da una situazione di marginalità nel quartiere Barca, che tramite la sua visibilità ha aperto il Lux, un ristorante in stile tamarro che non serve alcolici secondo la legge islamica. È il maranza che entra nel mercato”.

Anche il look – tuta in acetato, borsello a tracolla, catene vistose, scarpe di marca ma contraffatte – diventa rivendicazione del diritto di accesso ai simboli del successo. E il modo di parlare maranza, quel saltabeccare tra italiano, arabismi e prestiti dall’inglese, s’afferma come una scelta proprietaria. Opzioni che però continuano a restare invisibili a chi guardi dall’esterno, a dispetto del successo mainstream di un personaggio come Mahmood, che condivide molte di queste peculiarità e le cavalca, trionfando a Sanremo 2019 con un brano, non a caso, intitolato Soldi. Tutto finisce per ricadere su un tema: la sicurezza urbana. E a sdoganare questa sottocultura non aiuta la condizione subalterna nella quale vive la sua sparuta componente femminile: quello dei maranza pare un boys club vecchia maniera. “Le ragazze non si possono permettere questi atteggiamenti, per le aspettative delle famiglie di prima migrazione rispetto al percorso dei figli”, spiega Pilati. E ancora: “L’auspicio è che riescano in carriere tradizionali, mentre sui ragazzi c’è meno investimento. Così quelle che s’identificano come maranza spesso sono ragazze italiane che stanno con loro”.

Panico morale

Dunque nel libro di Pilati i maranza diventano folk devils, i mostri di turno, attorno a cui si costruisce un panico morale che amplifica episodi isolati, facendoli coincidere con una generazione. Scuole e forze dell’ordine oscillano tra incomprensione e repressione, usando il linguaggio del decoro come filtro che trasforma la differenza culturale in rischio da sorvegliare. Intanto molti maranza, nati in Italia da genitori stranieri, vivono fino a diciotto anni in un limbo anagrafico – cittadini di fatto, ma non di diritto – mentre il mercato del lavoro offre loro pochissimo. In questo vuoto di prospettive, TikTok diventa un plausibile ascensore sociale, per rendere fruttuosa l’unica cosa che possiedono: la propria immagine. Ma è una ricchezza che si consuma nell’attimo in cui viene prodotta. Un romanzo o un film restano, mentre un video viene liquidato nel giro di una settimana. E il capitalismo dello stigma pretende una produzione continua. In passato fenomeni sociali ben più pericolosi come mafia e camorra sono divenuti narrativa e cinema, disponendo di una vasta rappresentazione: riti d’affiliazione, codici d’onore, padrini, figure shakespeariane. Il maranza finora non è traducibile nella grammatica del romanzo e manca chi racconti dal di dentro questa realtà con voci diverse dalla cronaca nera. Eppure i trapper hanno costruito un lessico sui marciapiedi da Torino a Bari e hanno edificato uno stile che appartiene a una componente originale della nostra società. Ma per ora latita l’occhio che sappia guardarlo senza il fiato corto dell’allarme sociale, descrivendo queste figure come personaggi della contemporaneità. E non come mostri.

Sul Venerdì del 9 ottobre 2026

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