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Reportage dalla Georgia: presa d’assalto dai turisti, ma sempre meno amata dai suoi cittadini

Batumi è una delle maggiori città della Georgia e la località balneare più popolare del Paese sul Mar Nero: qui affonda le radici l’antico mito degli Argonauti. foto di Alessandro Gandolfi 
I suoi abitanti la vorrebbero più vicina all’Europa, e intanto i visitatori la raggiungono da tutto il mondo. E questo malgrado la crescente (e minacciosa) influenza della Russia
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La Saturday March parte tutti i sabati da Avlabari Square, il cuore dell’antico quartiere armeno di Tbilisi. Puntuale ogni settimana, il fiume di manifestanti scende giù verso il ponte dell’Amore (è dedicato al poeta romantico Nikoloz Baratashvili), arriva in piazza della Libertà e punta diritto verso il Parlamento scandendo slogan contro il governo del primo ministro Irakli Kobakhidze. Da due anni nel mirino c’è sempre e solo Sogno Georgiano, il partito di governo ultraconservatore al potere dal 2012, accusato di deriva autoritaria e – con l’interruzione dei negoziati di adesione all’Unione Europea (la Georgia era candidata dal 2023) – di aver riavvicinato il Paese a Mosca.

I due anni esatti cadranno il 26 ottobre 2026, a 24 mesi dalle contestate elezioni parlamentari…

La Saturday March parte tutti i sabati da Avlabari Square, il cuore dell’antico quartiere armeno di Tbilisi. Puntuale ogni settimana, il fiume di manifestanti scende giù verso il ponte dell’Amore (è dedicato al poeta romantico Nikoloz Baratashvili), arriva in piazza della Libertà e punta diritto verso il Parlamento scandendo slogan contro il governo del primo ministro Irakli Kobakhidze. Da due anni nel mirino c’è sempre e solo Sogno Georgiano, il partito di governo ultraconservatore al potere dal 2012, accusato di deriva autoritaria e – con l’interruzione dei negoziati di adesione all’Unione Europea (la Georgia era candidata dal 2023) – di aver riavvicinato il Paese a Mosca.

I due anni esatti cadranno il 26 ottobre 2026, a 24 mesi dalle contestate elezioni parlamentari che hanno scatenato la crisi politica. Le proteste iniziarono due giorni dopo e registrarono il picco il 28 novembre, quando il governo, a dispetto di quanto era stato promesso in campagna elettorale, annunciò che non avrebbe messo all’ordine del giorno l’apertura dei negoziati. Almeno fino alla fine del 2028.

La Georgia, pertanto, sta vivendo un curioso paradosso: è sempre meno amata da una buona parte dei suoi cittadini, che la vorrebbero più democratica e più vicina all’Europa, ma allo stesso tempo è sempre più apprezzata dai turisti che ne lodano le bellezze storiche, la natura incontaminata, l’atmosfera post-sovietica. Così, se le strade di Tbilisi sono diventate il teatro di una delle più lunghe mobilitazioni della storia recente, nel 2025 il Paese (dati della Georgian National Tourism Administration) ha registrato il record di oltre 5,5 milioni di visite turistiche internazionali: più 8,4 per cento rispetto al 2024, ma soprattutto dieci volte in più rispetto al numero (circa 560 mila) di vent’anni fa. I viaggiatori non vengono soltanto dall’Europa, anzi: molti sono mediorientali e altrettanti provengono dalla Russia. Dopo l’invasione Ucraina del 2022, inoltre, decine di migliaia di cittadini russi si sono trasferiti qui, portando con sé denaro e aprendo attività economiche, ma esercitando anche una forte pressione sul mercato immobiliare. E alimentando così il malcontento in una popolazione che – memore delle guerre di inizio anni Novanta contro i separatisti appoggiati dai russi in Ossezia del Sud e in Abkhazia, e del breve conflitto nell’agosto del 2008 contro Mosca, sempre in Ossezia del Sud – continua a considerare la Russia una potenza occupante.

In mezzo ai giganti

Mitica terra del Vello d’oro e degli Argonauti – gli antichi greci definivano quello per raggiungerla «il viaggio più lungo possibile» – la repubblica georgiana sorta nel 1991 dalle ceneri dell’Urss è grande quanto l’Irlanda e conta meno di quattro milioni di abitanti. Stretta fra la Russia e la Turchia (oltre ad Armenia e Azerbaigian), è un concentrato di qualità che attirano i turisti di tutto il mondo: caratteristici villaggi di montagna sparsi lungo la Georgian Military Road, antiche chiese ortodosse che dominano fiumi e vallate, affascinanti città post-sovietiche dall’atmosfera cadente ma anche un vino dalla storia millenaria, una vivace “Las Vegas” sul Mar Nero (il porto di Batumi) e una capitale dinamica e cosmopolita che ricorda per certi versi, con la sua ricca scena underground e gli spazi industriali riconvertiti, la Berlino degli anni Novanta.

Uno dei fiori all’occhiello di Tbilisi, simbolo dell’indipendenza nazionale, è il teatro Rustaveli, ristrutturato vent’anni fa dal miliardario che nel 2012 fondò Sogno Georgiano: Bidzina Ivanishvili, oggi settantenne, che è stato primo ministro tra il 2012 e il 2013 e fece fortuna negli anni Novanta proprio in Russia dopo il crollo sovietico.

E se domani

Oggi il rapporto fra Georgia e Russia è costruito su una contraddizione difficile da risolvere. Dopo il conflitto del 2008 e il consolidamento del controllo militare russo sull’Abkhazia e l’Ossezia del Sud (aree geografiche che corrispondono a circa il 20 per cento del territorio georgiano), fra i due Paesi si sono interrotte le relazioni diplomatiche. Eppure sul piano economico Mosca continua a essere un partner difficile da sostituire: commercio, turismo, rimesse e capitali russi, oltre alle importazioni energetiche, sorreggono l’economia di Tbilisi che, nonostante le buone performance (nel 2025 il Pil è cresciuto del 7,5 per cento dopo cinque anni consecutivi di crescita), è caratterizzata da disoccupazione, bassi salari, povertà diffusa e, in molte aree rurali, una tendenza allo spopolamento. Ma la vicenda georgiana non è soltanto una crisi politica interna: al contrario, si inserisce in una dinamica geopolitica molto più ampia e attuale. Se negli ultimi tempi si sono deteriorati i rapporti con Bruxelles – che non ha mai adottato misure di condanna contro Tbilisi, pur criticando decisioni in merito a Stato di diritto e repressione politica – sono in molti a pensare che un rafforzamento di Mosca sul fronte ucraino potrebbe aumentare notevolmente la sua capacità di esercitare pressione sul Caucaso. Insomma, la domanda è inevitabile: il futuro della vulnerabile Georgia – oggi in un limbo, isolata sul piano internazionale e con un sostegno interno limitato – passa anche da Kiev?

Sul Venerdì del 9 ottobre 2026

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