Monet, cent’anni di buone vibrazioni
di Melania MazzuccoIl 5 dicembre 1926 è una domenica. Nelle prime ore del pomeriggio, a Giverny, nella casa dove abita da più di 40 anni, nella camera da letto dalla quale da un mese non è più uscito, si spegne l’artista che nel XIX secolo ha rivoluzionato la pittura, non solo francese: Claude Monet. Era ammalato da mesi, e ormai senza la forza di dipingere. Fino a ottobre, la nuora, Blanche Hoschedé – pittrice, figlia della sua seconda moglie Alice e vedova di suo figlio Jean – che insieme all’altro figlio Michel da tempo vive con lui e forma la famiglia della sua senilità, lo faceva portare, forse da uno dei sette giardinieri addetti alle piante e ai fiori della proprietà, sulla riva dello stagno delle ninfee, e lui restava lì, a guardare il cielo, l’aria, l’acqua, le nuvole, il riflessi della luce – la natura, insomma, nel suo perenne mutamento e nella sua persistenza, la natura in cui si era letteralmente immerso nelle opere del suo Novecento. I loro ultimi discorsi riguardavano gli alberi, e il sap…
Il 5 dicembre 1926 è una domenica. Nelle prime ore del pomeriggio, a Giverny, nella casa dove abita da più di 40 anni, nella camera da letto dalla quale da un mese non è più uscito, si spegne l’artista che nel XIX secolo ha rivoluzionato la pittura, non solo francese: Claude Monet. Era ammalato da mesi, e ormai senza la forza di dipingere. Fino a ottobre, la nuora, Blanche Hoschedé – pittrice, figlia della sua seconda moglie Alice e vedova di suo figlio Jean – che insieme all’altro figlio Michel da tempo vive con lui e forma la famiglia della sua senilità, lo faceva portare, forse da uno dei sette giardinieri addetti alle piante e ai fiori della proprietà, sulla riva dello stagno delle ninfee, e lui restava lì, a guardare il cielo, l’aria, l’acqua, le nuvole, il riflessi della luce – la natura, insomma, nel suo perenne mutamento e nella sua persistenza, la natura in cui si era letteralmente immerso nelle opere del suo Novecento. I loro ultimi discorsi riguardavano gli alberi, e il sapore dei frutti dell’autunno.
Fra le poche persone che lo videro nel suo crepuscolo figura Georges Clemenceau, amico e politico, già primo ministro, al quale sarebbe toccato il compito di valorizzare l’incommensurabile lascito che Monet, animato dal patriottismo e dall’amore per la Francia, aveva fatto alla Repubblica: le Ninfee, nel 1918, «l’unico modo», come affermò, «per partecipare alla Vittoria». Non voleva essere ricordato come colui che in piena guerra mondiale aveva passato il tempo a dipingere fiori. Eppure quei dodici pannelli-paesaggio, immensi come pareti, dipinti negli anni della carneficina che devastava l’Europa, volevano essere il suo tributo e il suo monumento: la bellezza della natura e l’arte come baluardo contro la guerra e la distruzione – salvezza, forse.
Monet, che nelle ultime fotografie ha la barba bianca da profeta e gli occhi sempre protetti da un paio di occhiali con le lenti colorate di giallo, aveva 86 anni. Gli ultimi quindici, particolarmente tristi. Si riconosceva nel salice piangente: il suo tronco solitario divenne, nei quadri di quel periodo, la sua immagine e il suo autoritratto. Era rimasto vedovo (per la seconda volta) nel 1911, orfano del figlio maggiore, prematuramente scomparso nel 1914; la doppia cataratta diagnosticata nel 1912 gli aveva inesorabilmente indebolito la vista (dei cinque sensi, quello indispensabile a un pittore) e nemmeno l’operazione (con asportazione del cristallino) cui Clemenceau lo convinse a sottoporsi, nel 1922, gliel’aveva restituita: l’occhio sinistro aveva recuperato appena un decimo, l’occhio destro era sensibile unicamente al movimento; aveva perso la percezione della profondità e quella dei colori si era ulteriormente alterata. Monet gettò nel fuoco in una sorta di rogo disperato molti quadri che aveva realizzato negli anni della “cecità”. Gli ultimi, dedicati agli amati iris dai petali viola o giallo malva, li aveva dipinti intorno al 1924.
Era l’ultimo sopravvissuto della stagione fiammeggiante dell’impressionismo, che aveva avuto origine da lui – e dal suo quadro, Impressione, levar del sole, dipinto a 32 anni in una camera d’albergo di Le Havre e presentato a Parigi nel 1874, alla famosa mostra di boulevard des Capucines, presso gli studi del fotografo Félix Nadar, di cui abbiamo celebrato il 150° anniversario su queste pagine nel 2024. Scomparsi da tempo gli amici fraterni e i protagonisti di quella stagione irripetibile (in ordine di sparizione: Bazille, De Nittis, Caillebotte, Morisot, Sisley, Pissarro, Cézanne, Degas, Renoir); l’impressionismo, agli albori osteggiato, stroncato e deriso, ormai accolto nelle istituzioni, nei musei, nelle collezioni di tutto il mondo. Altre avanguardie avevano scosso le fondamenta dell’arte: erano passati e tramontati il puntinismo, il fauvismo, il cubismo, il futurismo. Si discuteva di astrattismo che Monet, nella fiorita solitudine di Giverny, ormai refrattario ai dibattiti teorici, ostile o ignaro dei contemporanei esperimenti di Kandinsky e Malevič, aveva avvicinato da quando, negli ultimi anni, aveva definitivamente dissolto le forme e i soggetti, trasformando la superficie del quadro in una evanescente e scabra tessitura di colori. Che neppure vedeva più, da quando si era accorto che il rosso assumeva ai suoi occhi un tono di fango e il rosa impallidiva, e che a volte stendeva sulle tele con la punta delle dita.
Un cattivo studente
Era nato in un altro mondo, nel 1840, a Parigi. Ma suo padre tornò a lavorare nell’impresa familiare di fornitura delle navi, e Claude crebbe in quella Le Havre che avrebbe determinato la sua fortuna: l’instabilità dell’elemento acquatico che lo circondava nell’infanzia sarebbe stato il filo d’oro della sua ricerca artistica. Disobbediente e disattento, aveva detestato la scuola, preferendo scorrazzare in campagna e all’aria aperta; manifestò interesse solo per una materia: il disegno. Per qualche tempo si dedicò alle caricature, vendendole per dieci franchi nella bottega di un corniciaio della città. Un modesto paesaggista normanno, Eugène Boudin, gli insegnò a comprendere la natura e a rappresentarla. Ormai convinto che la pittura fosse la sua vocazione, si trasferì a Parigi, dove si iscrisse a una scuola d’arte privata e si fece amicizie fra i giovani pittori, destinate a durare una vita. Ma alla pittura poté consacrarsi solo dopo il servizio militare in Algeria: Monet indossò la divisa dei cacciatori d’Africa.
Nel periodo di apprendistato e formazione, aveva assorbito con avidità stimoli e suggestioni contraddittorie, aveva dipinto en plein air nella foresta di Fontainebleau con Sisley, Renoir e Bazille (col quale divideva lo studio in rue de Furstemberg), aveva conosciuto Courbet (che lo aveva aiutato a superare l’opposizione del padre, il quale lo avrebbe preferito impiegato), osservato attentamente le innovazioni di Manet (del suo scandaloso Colazione sull’erba dipinse una propria versione e anni dopo si premurò di far acquistare il dipinto di Manet dallo Stato francese), e nel 1866 aveva anche esposto al Salon la Donna col vestito verde, ma si era presto distaccato dalla pittura accademica e tradizionale, imboccando la sua strada: non solo rifiutato, semplicemente indipendente. Eluse la guerra franco-prussiana del 1870-’71, che pose fine al Secondo Impero e nella quale morì il suo amico Bazille, partito volontario, e i massacri seguiti alla repressione della Comune, poiché all’inizio delle ostilità si trovava in vacanza al mare in Normandia, e da lì aveva raggiunto l’Inghilterra. A Londra, dove si erano rifugiati anche altri pittori suoi amici, si verificarono due eventi decisivi. Scoprì la brumosa e atmosferica pittura di Turner alla National Gallery e conobbe un altro espatriato, il gallerista e mercante Paul Durand-Ruel.
Questione di atmosfera
Dopo il ritorno in Francia gli fu chiaro ciò che cercava: «L’istantaneità, l’atmosfera soprattutto, nella luce che si diffonde ovunque». Anni dopo avrebbe affermato perentoriamente: «Il soggetto è per me insignificante: mi interessa solo rendere quel che c’è fra esso e me». Insomma: né le forme, né le persone (fossero donne o bambini), né le cose (fossero papaveri o ponti), né i loro significati, erano realmente l’oggetto della sua ricerca, bensì la rappresentazione della sensazione istantanea che in noi suscitano: la percezione che se ne ha.
Negli anni Settanta dell’Ottocento aveva partecipato alle varie mostre degli Impressionisti (la seconda, contestatissima, gli guadagnò l’ammirazione di Zola, che lo riconobbe capofila del movimento grazie al “suo pennello che si distingue per il suo straordinario splendore”); aveva amato, sposato e perduto Camille, madre dei suoi figli Jean e Michel (commoventi le parole sull’alba in cui capì che Camille, ad appena 32 anni, non viveva più, e il ritratto che le fece nel letto di morte); aveva sofferto povertà e angustie economiche (la sua famiglia borghese disapprovava il legame con Camille e si era opposta al riconoscimento del primogenito); aveva conosciuto lo spericolato mecenate Ernest Hoschedé, che acquistò per la non irrisoria cifra di 800 franchi Impressione, levar del sole e poi gli chiese di decorare il suo castello di Rottembourg a Montgeron, e aveva assistito sgomento alla sua catastrofica rovina finanziaria. La sua fama si era consolidata nel 1883, con la mostra personale alla galleria di Durand-Ruel, nella quale aveva esposto 56 quadri, e poi era stata ribadita dalle tele presentate, per la cura del suo nuovo mercante Georges Petit, in concomitanza con l’Expo Universale del 1889: fu la consacrazione.
A Giverny era arrivato nel 1883, in cerca di una casa economica e abbastanza vasta per la sua nuova, allargata famiglia: lui, i suoi figli (Jean sedicenne, Michel ancora bambino), Alice, la moglie di Hoschedé ora divenuta sua compagna, e i loro sei figli. Giverny – un villaggio di poche case nella campagna dell’Eure, alla confluenza dell’Epte con la Senna – era ben collegata a Parigi, da cui la separavano 70 chilometri. Lo colpirono la qualità della luce e il profilo morbido della collina che dominava il paese. Il casale, abbandonato e modesto, era però spazioso, e il giardino, poco più di un ettaro, con un frutteto, filari di meli e un tappeto variopinto di ranuncoli e iris selvatici, offriva infiniti spunti alla sua pittura. Lo prese in affitto. Ma dopo sette anni di irrequietudine, traslochi e peregrinazioni, che lo condussero fra l’altro in Riviera (a Bordighera scoprì il giardino esotico Moreno), vi prese dimora stabile e pose fine al suo nomadismo. Nel 1890 lo acquistò e nel corso degli anni ampliò il giardino e lo trasformò, deviando un ruscello per formare un laghetto, costruendo un ponte di legno giapponese, piantando specie esotiche, fra cui l’emerocallide cinese dai fiori rossi, l’agapanto blu sudafricano e il glicine giapponese (i contadini suoi vicini, avversi a ogni novità, si allarmarono e tentarono di impedirlo). Vi si installò come in un rifugio, assentandosi solo per alcuni viaggi in Europa, nei quali lo accompagnava Alice, divenuta sua moglie nel 1892, dopo la morte di Ernest Hoschedé: il sud della Francia, la Norvegia, tre volte Londra, Venezia. Era orgoglioso del paradiso vegetale che aveva creato al punto di dire che «al di fuori della pittura e del giardinaggio non valgo nulla. Il mio capolavoro più riuscito è il mio giardino».
L’incontro con Proust
Invece ne aveva realizzati moltissimi altri (la sua prolificità era fenomenale, anche le sue opere erano frutto di lunghissimi studi e lui disprezzava «le cose facili, venute di getto»). Serie, soprattutto, a partire dagli anni Novanta. Pioppi, covoni, cattedrali, ponti, vedute del Tamigi. E ninfee (si ritiene abbia dipinto 250 opere con questo soggetto, di tutte le forme e misure). All’inizio del XX secolo era ormai il pittore per antonomasia e divenne uno dei modelli per il personaggio di Elstir nella Ricerca del tempo perduto di Proust. Lo scrittore aveva visitato la mostra delle Ninfee alla Galleria Durand-Ruel nel 1909 e l’aveva affascinato la smaterializzazione di tutto quello che non fosse colore operata dal pittore. Alla prevalenza della visione sull’oggetto – essenza dell’arte, per Elstir – in altre forme si sarebbe dedicato Proust stesso, nella sua prosa avvolgente, analitica e pulviscolare.
Nel Novecento dai quadri di Monet erano ormai sparite le figure umane (solo del figlio Jean aveva realizzato dozzine di immagini, fin dalla culla). Ma anche i treni, le stazioni, le strade, le chiese, gli edifici – ogni ricordo della vita moderna che pure, da giovane, lo aveva elettrizzato e pittoricamente affascinato. Rimasero solo le infinite sfumature, le variazioni e le metamorfosi della luce, i mutamenti atmosferici fermati per un istante in un angolo limitato del mondo – i salici, l’acqua, il cielo, i fiori. Nelle sue ultime volontà, Monet aveva espresso il desiderio di essere sepolto come un qualunque cittadino di Giverny, senza onori vani, senza ghirlande o fiori, nemmeno se colti sul posto, perché «sarebbe un sacrilegio saccheggiare i fiori del mio giardino per una tale occasione». Cento anni dopo, i suoi fiori dipinti sono ancora freschi e nemmeno uno dei suoi quadri è appassito.
Sul Venerdì del 16 ottobre 2026