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Éric Cantona: “Se giocassi oggi segnerei 120 gol a stagione”

Éric Cantona (a sinistra) è nato a Marsiglia nel 1966. (Getty images) 

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Negli anni Novanta è stato l’enfant terrible del calcio. Ora dipinge e recita. E racconta la sua carriera spericolata in un doc. Pentito del colpo sferrato al tifoso? «Avrei dovuto darglielo più forte»
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«Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate delle sardine in mare». Il 31 marzo 1995 Éric Cantona, già ribattezzato “Éric the King” per il talento e la capacità di riportare al titolo il Manchester United nel 1993 dopo un’astinenza di 26 anni, rilasciava questa criptica dichiarazione nella conferenza stampa successiva alla squalifica di otto mesi comminata per aver dato un calcio da kung fu a Matthew Simmons, tifoso del Crystal Palace che lo aveva insultato dagli spalti.

È uno dei tanti bizzarri momenti del documentario Cantona, che sarà il 23 ottobre alla Festa del Cinema di Roma dopo l’anteprima al festival di Cannes. Il film di David Tryhorn e Ben Nicholas intreccia le sublimi gesta sportive dell’attaccante (cinque Premier League, due titoli francesi, 165 gol, 70 assist), alle passioni per la pittura e la recitazione, con la personalità di uomo solo contro tutto e tutti: ecco allora gli insulti contro il ct Henri Michel (“sac à merde”), reo di …

«Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate delle sardine in mare». Il 31 marzo 1995 Éric Cantona, già ribattezzato “Éric the King” per il talento e la capacità di riportare al titolo il Manchester United nel 1993 dopo un’astinenza di 26 anni, rilasciava questa criptica dichiarazione nella conferenza stampa successiva alla squalifica di otto mesi comminata per aver dato un calcio da kung fu a Matthew Simmons, tifoso del Crystal Palace che lo aveva insultato dagli spalti.

È uno dei tanti bizzarri momenti del documentario Cantona, che sarà il 23 ottobre alla Festa del Cinema di Roma dopo l’anteprima al festival di Cannes. Il film di David Tryhorn e Ben Nicholas intreccia le sublimi gesta sportive dell’attaccante (cinque Premier League, due titoli francesi, 165 gol, 70 assist), alle passioni per la pittura e la recitazione, con la personalità di uomo solo contro tutto e tutti: ecco allora gli insulti contro il ct Henri Michel (“sac à merde”), reo di non averlo convocato in Nazionale quando aveva 23 anni; il litigio con Bernard Tapie, presidente del Marsiglia (“Non mi piace chi usa il calcio per la politica”), con tanto di maglia gettata via; le pallonate e gli insulti contro gli arbitri, il dito medio esibito ai tifosi.

E poi le liti con i giornalisti e le espulsioni per interventi tanto violenti da ingigantirne la fama di enfant terrible, per un giocatore che in realtà ha subito solo cinque cartellini rossi in carriera. «Mi ricordo la frase sui gabbiani», se la ridacchia Cantona, che oggi si divide tra la pittura e la recitazione, quando lo incontriamo sulla Croisette per questa intervista. Ha una casacca a scacchi blu e un cappello a cilindro, è di buonumore, anche se ogni tanto si acciglia. «La società voleva a tutti i costi che dicessi qualcosa e mi venne in mente quella frase. Secondo me è stata la miglior conferenza stampa di sempre. Ricordo i giornalisti ridere e interrogarsi sulla frase: sarà una citazione di Cantona o di un filosofo? In ogni caso erano orgogliosi di dire: quel giorno io c’ero. Adoro la stampa».

Ne è sicuro? A giudicare dal modo in cui manda a quel paese due giornalisti all’inizio del documentario non si direbbe… «Le loro critiche, così come i loro elogi, hanno contribuito a creare una drammaturgia nella narrazione della mia carriera, anche in questo film. Mi meritavo entrambe le cose: le lodi e la disapprovazione».

Perché ha deciso di partecipare a questo documentario? «Ho aderito perché non è solo un documentario sul calcio ma su un essere umano che cerca di capire se stesso, e viene aiutato da un altro uomo, Sir Alex Ferguson (suo allenatore allo United dal ’92 fino al ’97, anno del ritiro, ndr). Se si concentrasse solo sul nostro rapporto, questo film potrebbe essere una grande storia d’amore».

Qual era la grandezza di Ferguson? «Ci ha dato e ha ottenuto da tutti noi grande rispetto. Sapeva adattarsi ai giocatori e quella squadra era piena di personalità forti: Peter Schmeichel, Steve Bruce, Mark Hughes, Ryan Giggs, Roy Keane. Eravamo tutti pazzi».

A distanza di tanto tempo si è pentito di quel calcio dato a Simmons? «L’unico rimpianto è di non averlo preso a calci ancora più forte. Ho subito insulti anche feroci dagli spalti per tutta la mia carriera senza reagire mai. Quel giorno ero più fragile o forse più forte, e l’ho colpito. Tutte le cose belle o brutte che ho fatto mi hanno aiutato a essere qui: oggi sono molto felice di potermi esprimere con l’arte. Finalmente mi sento totalmente libero».

Chi la dipinge come bad boy dimentica che prima di reagire lei subiva falli pesanti dagli avversari. Crede che oggi, in cui i calciatori sono più tutelati dagli arbitri, sarebbe andata diversamente? «Oggi è tutta un’altra storia: se giocassi segnerei 120 gol a stagione. Non so se vi ricordate i fallacci che faceva alla mia epoca Vinnie Jones: oggi prenderebbe tre cartellini rossi a partita. Una volta mi ha quasi rotto una gamba e non ha preso nemmeno un giallo».

Continua a seguire il calcio? «Non più, non mi interessa vivere nel passato, ma esplorare i confini di ciò che di inatteso può accadermi ancora. Avevo detto che quando si sarebbe spento il fuoco sacro per il calcio mi sarei ritirato, e nessuno mi ha creduto. Ma quando è accaduto, a 30 anni, ho detto basta».

Cosa non le piace del calcio di oggi rispetto a quello dei suoi tempi? «È sempre stato uno sport popolare, praticato da persone provenienti dalle fasce più povere della società. Io da ragazzino andavo a vedere il Marsiglia, ma oggi chi può permettersi più un biglietto allo stadio? Vedono tutti la partita in tv, ma è allo stadio, quando non segui il pallone e guardi in altre zone del campo, che vedi le cose davvero interessanti».

Personaggi come lei o Maradona di questi tempi scarseggiano… «Maradona era unico, come George Best e come me. Forse proviamo nostalgia perché oggi tutto sembra accadere nei social, mentre una volta contava la realtà. Io sono sempre stato la pecora nera, come dice mio padre nel documentario. Ma ogni epoca ha i suoi idoli: a me piace Lamine Yamal, soprattutto dopo che l’ho visto sventolare la bandiera palestinese alla celebrazione dello scudetto del Barcellona».

Molti ricordano i suoi gol, ma lei era un favoloso assist-man. «Tiravo in porta solo se ero sicuro di segnare. Se invece sentivo che un mio compagno aveva maggiori opportunità di fare gol, ero felice di renderlo felice. Non sono mai stato egoista».

Nel film si commuove quando parla di quanto fosse importante per lei da bambino lo sguardo di suo padre.«Mi ha sempre spronato e ha avuto un atteggiamento positivo per aiutarmi a essere felice. Avrei voluto che mi dicesse bravo, ma se l’avesse fatto non avrei speso tutte le energie fino all’ultimo giorno della mia carriera per diventare un calciatore migliore».

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