Contrordine: riabilitiamo Giulio Cesare
di Giuliano AluffiCesare non aveva Twitter, Trump non ha mai arringato il popolo dal Foro: entrambi però, con tutte le loro differenze, appartengono a una storia antichissima, quella del leader che cerca un rapporto diretto con il popolo erodendo i confini delle istituzioni. A confrontare la Roma antica e l’America di oggi è la nuova edizione di Il caso Giulio Cesare (Fazi), il saggio più famoso del politologo marxista Michael Parenti, scomparso all’inizio di quest’anno dopo una vita di fiera opposizione intellettuale al potere delle élite e del Pentagono.
«Mio padre iniziò a interessarsi di Cesare alla fine degli anni Novanta» ci racconta Christian Parenti, giornalista investigativo e docente di economia alla City University di New York e autore della postfazione. «Ma è nell’America trumpiana che le domande che lo fecero appassionare alla Repubblica romana si sono fatte più pressanti: cosa resta della democrazia quando la ricchezza si concentra? Quanto conta la personalità di un leader e quanto, invec…
Cesare non aveva Twitter, Trump non ha mai arringato il popolo dal Foro: entrambi però, con tutte le loro differenze, appartengono a una storia antichissima, quella del leader che cerca un rapporto diretto con il popolo erodendo i confini delle istituzioni. A confrontare la Roma antica e l’America di oggi è la nuova edizione di Il caso Giulio Cesare (Fazi), il saggio più famoso del politologo marxista Michael Parenti, scomparso all’inizio di quest’anno dopo una vita di fiera opposizione intellettuale al potere delle élite e del Pentagono.
«Mio padre iniziò a interessarsi di Cesare alla fine degli anni Novanta» ci racconta Christian Parenti, giornalista investigativo e docente di economia alla City University di New York e autore della postfazione. «Ma è nell’America trumpiana che le domande che lo fecero appassionare alla Repubblica romana si sono fatte più pressanti: cosa resta della democrazia quando la ricchezza si concentra? Quanto conta la personalità di un leader e quanto, invece, la struttura di potere che lo circonda?».
Tutto cominciò da un libro: «Mio padre trovò un volume raro intitolato Lotta di classe nell’antichità e se ne innamorò» spiega Parenti. «E iniziò a lavorare a un libro, Good demagogues, su quei personaggi storici che, come Cesare, a suo giudizio erano stati rappresentati dai loro contemporanei e dagli storici come figure spietate, mosse esclusivamente dall’interesse personale, in parte perché le loro politiche redistributive le rendevano “scomode” per le élite dell’epoca. Spesso la carriera di questi demagoghi si concludeva con un assassinio, come accadde anche a Huey Pierce Long, governatore e senatore della Louisiana molto più a sinistra di Roosevelt».
Da Cosenza a East Harlem
Michael Parenti era affascinato anche da Hugo Chávez: «Sapeva che non era un santo, ma rimarcava anche il fatto che il governo americano non ha alcun problema con il dispotismo di Stati alleati come l’Arabia Saudita o Israele, ma non appena emerge un leader che professa politiche redistributive, ecco che l’accademia e l’establishment statunitensi gridano allo scandalo» spiega il figlio. «C’è molta ipocrisia. Trump, per esempio, ha graziato di recente un ex presidente dell’Honduras che era stato condannato per traffico di droga».
Alla fine però il politologo prese così a cuore Giulio Cesare da dedicargli tutto il saggio. «L’interesse per Cesare c’era anche per le origini di mio padre: era cresciuto durante la Depressione e la Seconda guerra mondiale nel quartiere di East Harlem, anche detto “la Harlem italiana”, in una famiglia immigrata da Cosenza che usava l’italiano come prima lingua» ci spiega Christian. «E ammirava politici populisti come il deputato locale Vito Marcantonio, che con il sindaco Fiorello La Guardia sosteneva Roosevelt e le politiche redistributive del New Deal, che prevedevano la costruzione di grandi infrastrutture pubbliche alla maniera di Cesare».
Era anche una questione di orgoglio. «Oggi in America si scherza sull’orgoglio italoamericano dicendo “Come fai a sapere se qualcuno è italoamericano? Te lo dice lui!”. Ma negli anni Trenta non era così: essere immigrati italiani poveri a New York significava essere trattati come spazzatura. Per esempio il mio bisnonno venne a New York per scavare i tunnel della metropolitana, un lavoro pericolosissimo e sottopagato» continua Parenti. «Il terzo idolo italoamericano di East Harlem, Leonard Covello, insegnava ai figli degli immigrati a essere orgogliosi del loro retaggio italiano, evidenziando grandi eredità culturali come Roma e il Rinascimento. Senza contare che mio padre era chierichetto e la Messa era in latino. Tutto questo spinse mio padre verso Cesare».
La recita di Donald
Da marxista assai più pragmatico che idealista, Michael Parenti di Cesare apprezzava le riforme agrarie, la cancellazione di un quarto di tutti i debiti, l’obbligo per i proprietari terrieri di garantire che almeno un terzo dei loro lavoratori fossero cittadini liberi e non schiavi. «Il problema è che quando un politico riformista inizia a utilizzare il suo potere per avvantaggiare le masse, può innescarsi un ciclo positivo che le élite non riescono più a interrompere legalmente» spiega Parenti. «A quel punto spesso intervengono illegalmente». È la chiave con cui Parenti legge anche le Idi di marzo: non soltanto il tirannicidio tramandato dalla retorica repubblicana, ma la reazione di una classe dirigente minacciata nei propri interessi. La stessa lente, stavolta assai più controversa, il politologo la applicò decenni dopo all’assassinio di Kennedy. «Per l’adesione alla tesi sposata da Oliver Stone nel suo film, ovvero il deep state e il complesso militare-industriale come mandanti, mio padre fu deriso come complottista, anche da Noam Chomsky» spiega Christian.
Ma Michael Parenti non era un fan acritico di Kennedy e nemmeno di Cesare: per lui puntare i riflettori su singoli individui eccezionali rischia di far perdere di vista le strutture di potere politico ed economico sottostanti. «Negli ultimi anni Michael era molto critico con l’ossessione dei media per Trump: lo vedeva come un teatro, una distrazione» spiega Parenti. «Anche perché Trump si è rivelato uno spregiudicato camaleonte: quando vinse la prima volta si presentava come contrario alle guerre, e faceva promesse che parlavano direttamente alla sofferenza economica delle persone, come il ritorno in New Hampshire delle fabbriche dislocate in Messico. Si presentava come una specie di “falso Bernie Sanders”: rubava parecchie battute al socialdemocratico, e nel primo grande dibattito delle primarie fu l’unico dei repubblicani a dire che non avrebbe mai privatizzato i programmi di assistenza sanitaria per anziani e poveri». A dare retta all’uomo arancione (come lo chiama la satira americana), avresti potuto scambiarlo per Cesare, mentre Hillary Clinton veniva percepita come la beniamina delle élite. «Ma il populismo di Trump era una recita» commenta Parenti. «Ora sta facendo tutto l’opposto, rivelandosi l’antitesi di Cesare: invece di attraversare il Rubicone, lo ha trasformato in un campo da golf».
Sul Venerdì del 16 ottobre 2026