✕

Ubaldo Pantani: “Siamo tutti un po’ sfigati come il mio Gineprio”

Ubaldo Pantani nei panni di Gineprio. 

Ascolta l'audio

Il quarantenne vergine è uno dei personaggi più amati del comico che ora torna in tv nel GialappaShow: “Almeno una volta nella vita ci siamo sentiti come lui”
3 minuti di lettura

«La prima volta è stata quando ero veramente piccolo e ho imitato la voce di Enrico Beruschi nella presa in giro che ne faceva Gigi Sabani». Ubaldo Pantani, 55 anni, re odierno degli imitatori, in oltre vent’anni di tv, soprattutto da quando si è legato alla serie dei programmi Mai dire…, è diventato iper popolare. Per riuscirci ha dato vita a decine di personaggi inventati, come il 40enne vergine Gineprio, che aspira a conquistare donne bellissime ma arriva all’orgasmo ancora prima che sia cominciato l’incontro amoroso, o celebri come Lapo Elkann, Massimiliano Allegri, Piersilvio Berlusconi, Massimo Giletti e Luciano Spalletti, per citare solo i più recenti, che riproporrà sia in tv nella nuova edizione del GialappaShow (da lunedì 19 ottobre su TV8, anche in simulcast su Sky e in streaming su Now), sia nel suo show teatrale Inimitabile, 21 date in altrettante città italiane, con debutto a Trento il 22 ottobre e finale a Lecce il 9 maggio.

«L’ho intitolato così perché ognuno di noi è …

«La prima volta è stata quando ero veramente piccolo e ho imitato la voce di Enrico Beruschi nella presa in giro che ne faceva Gigi Sabani». Ubaldo Pantani, 55 anni, re odierno degli imitatori, in oltre vent’anni di tv, soprattutto da quando si è legato alla serie dei programmi Mai dire…, è diventato iper popolare. Per riuscirci ha dato vita a decine di personaggi inventati, come il 40enne vergine Gineprio, che aspira a conquistare donne bellissime ma arriva all’orgasmo ancora prima che sia cominciato l’incontro amoroso, o celebri come Lapo Elkann, Massimiliano Allegri, Piersilvio Berlusconi, Massimo Giletti e Luciano Spalletti, per citare solo i più recenti, che riproporrà sia in tv nella nuova edizione del GialappaShow (da lunedì 19 ottobre su TV8, anche in simulcast su Sky e in streaming su Now), sia nel suo show teatrale Inimitabile, 21 date in altrettante città italiane, con debutto a Trento il 22 ottobre e finale a Lecce il 9 maggio.

«L’ho intitolato così perché ognuno di noi è inimitabile: sarà un racconto autobiografico in cui parlerò del rapporto con i miei personaggi, che a un certo punto hanno iniziato a sovrastarmi, anche se ora sono riuscito a farci pace», dice Pantani. Cresciuto a Ponteginori, villaggio operaio tra Pisa e Livorno nato per servire gli stabilimenti per lo sfruttamento di salgemma della Solvay, Pantani sognava di diventare calciatore: «Ho giocato da dilettante ma ho capito che non sarei diventato professionista e così mi sono iscritto a Scienze politiche».

Poi però ha virato sul teatro: «Giorgio Albertazzi alla fine di una serie di stage mi disse: “Comunque questo mestiere se vuoi lo puoi fare”. È stato un complimento enorme, considerando che dissuadeva chi non riteneva all’altezza. Molto presto però sono emersi il mio spirito brillante e la mia ironia, ereditati soprattutto dal mio babbo».

Si ricorda la prima volta che ha scritto un testo comico? «Alle elementari scrissi un pensierino: “Alle cinque inizia la sinfonia delle motoseghe”. Era il concerto degli operai della Solvay che sentivo ogni giorno, quando tornavano a casa e tagliavano la legna da mettere nelle stufe. La maestra e i miei risero tantissimo».

E da grande? «Non sono mai stato un cabarettista e, avendo esordito in tv molto presto, nel ’97 nel programma Macao di Gianni Boncompagni, in teatro ho sempre cercato di proporre testi fuori dai canoni, un po’ intellettuali e per me ultrafighi. Inutile dire che molti di quegli spettacoli sono stati assoluti disastri».

Ad esempio? «Ne ricordo uno a Faenza con l’Ubaldo Pantani Quartet, in cui cantavo canzoni ironiche con tre musicisti jazz. Mi infognavo in cose tremende, come quando mi venne in mente di portare in teatro un testo surreale di Nathanael West, lo scrittore de Il giorno della locusta. Un’altra sciagura».

Da dove nasce questo suo gusto così poco nazionalpopolare? «Ero un grande ammiratore di Freak Antoni, della sua comicità, avevo fondato un fan club degli Skiantos: si chiamava Freak, rantola ancora. Per me era una leggenda, poi siamo diventati amici. Ma un conto era dire quelle battute col suo sguardo ieratico da quarantenne, un altro scimmiottarlo a vent’anni».

Che ricordo ha di Boncompagni e Macao? «Fu un’esperienza bellissima e spaesante: in un mese passai dal servizio civile a Rai 2. Ho nostalgia di Boncompagni, che al provino mi chiese mezz’ora di improvvisazione sul cabaret norvegese. Amava il nonsense. L’ultima volta che lo vidi mi disse: “Mi raccomando: i quaccheri”».

Lei si definisce un comico che fa le imitazioni. Trova che il termine imitatore sia riduttivo? «Se qualcuno mi definisce così non mi sento sminuito. Ma imitare vuol dire rifare qualcuno tale e quale, è un esercizio di stile. Mentre io come Sabani e tanti altri faccio parodie di personaggi. L’importante è coglierne un aspetto ed esasperarlo».

Perché tra le vie dell’imitazione lei ha scelto la strada della trasformazione fisica col makeup? «Desidero che lo spettacolo inizi appena entro in scena, prima di aprire bocca. Mi fa godere, anche se significa ore e ore al trucco. Poi, quando stabilisci una connessione col pubblico, allora puoi diventare anche meno preciso nella somiglianza, come è accaduto anche a Crozza».

Molti come Max Giusti o Fabio Fazio, nella cui trasmissione lei incarna Lapo, si sono allontanati dalle imitazioni. Secondo lei perché? «Perché i personaggi ti succhiano l’anima, soprattutto se hanno successo...».

E ci vuole magari più tempo a essere riconosciuti dal pubblico con la propria faccia. «Per me non essere riconosciuto per strada per tanto tempo è stato un lusso, ma ormai dopo anni di tv e soprattutto dopo il Festival di Sanremo questa cosa è diventata impossibile».

Perché il suo Gineprio piace tanto? «Tornerà al GialappaShow, insieme a Piersilvio, Vespa, Del Debbio e a un personaggio nuovo. Tutti siamo stati un po’ sfigati almeno una volta nella vita come Gineprio, e il suo motto, “sono a posto così!”, ormai è uscito dalla sfera sessuale e indica un’accettazione col sorriso di ciò che ti offre la vita. Chi si contenta gode».

Mi dice qual è la chiave per i suoi personaggi più famosi? «Allegri è la calma dopo la tempesta: ora sembra pacifico, ma prima si arrabbiava tantissimo. Piersilvio è uno che adora ricevere complimenti, Spalletti parla e si incastra nelle subordinate. E per Giletti direi: “Fare giornalismo d’inchiesta è bellissimo, ma io sono ancora più bello”».

E Lapo?«Non è più un’imitazione, è un avatar. Un puro che fa le gaffe. Il mio personaggio è la controfigura di Lapo per le scene pericolose».

Leggi i commenti