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Ritorno a Ceuta tre mesi dopo l’emergenza migranti

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A tre mesi dall’arrivo di migliaia di migranti (con tanto di scontro Meloni-Sánchez), la crisi nell’exclave spagnola in terra marocchina non è certo risolta: troppi vivono ancora in condizioni precarie. E il voto anticipato a Madrid complica tutto. Reportage
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CEUTA. La pioggia cade fina sui rifugi che erano stati pensati per durare giorni e stanno in piedi da oltre due mesi. Un ragazzo in ciabatte esce da una baracca bassa, costruita con bancali di legno, cartoni e teli di plastica, e strizza la coperta rossa, ormai zuppa, che ne copre l’ingresso. È l’alba di un nuovo giorno d’attesa nella cittadella di tende, fabbricate con mezzi di fortuna, che è sorta tra i capannoni di lamiera della zona industriale di Ceuta. Mentre gli accampamenti improvvisati montati sulle spiagge dell’exclave spagnola diventavano il simbolo della crisi scoppiata a fine luglio (dando il via anche allo scontro sui migranti Roma-Madrid), con l’entrata irregolare di almeno 80 mila persone in 24 ore dalla frontiera con il Marocco, qui nel poligono industriale si sono rifugiate famiglie e ragazzini soli perché si sentono più al sicuro.

Ragazzini come Imad, Emin e Ismael, tra i 15 e i 17 anni, che una tenda nemmeno ce l’hanno. Si riparano dalla pioggia sotto un telone pog…

CEUTA. La pioggia cade fina sui rifugi che erano stati pensati per durare giorni e stanno in piedi da oltre due mesi. Un ragazzo in ciabatte esce da una baracca bassa, costruita con bancali di legno, cartoni e teli di plastica, e strizza la coperta rossa, ormai zuppa, che ne copre l’ingresso. È l’alba di un nuovo giorno d’attesa nella cittadella di tende, fabbricate con mezzi di fortuna, che è sorta tra i capannoni di lamiera della zona industriale di Ceuta. Mentre gli accampamenti improvvisati montati sulle spiagge dell’exclave spagnola diventavano il simbolo della crisi scoppiata a fine luglio (dando il via anche allo scontro sui migranti Roma-Madrid), con l’entrata irregolare di almeno 80 mila persone in 24 ore dalla frontiera con il Marocco, qui nel poligono industriale si sono rifugiate famiglie e ragazzini soli perché si sentono più al sicuro.

Ragazzini come Imad, Emin e Ismael, tra i 15 e i 17 anni, che una tenda nemmeno ce l’hanno. Si riparano dalla pioggia sotto un telone poggiato su quattro pali. Alla luce dei lampioni che filtra dalla plastica azzurra sembrano più piccoli dell’età che dichiarano. Sono partiti da Tangeri, seguendo i messaggi che circolavano sui social network prima del 30 luglio e che assicuravano che era facile passare il confine. Ognuno è arrivato per conto suo, attraversando a nuoto la frontiera del Tarajal, e si sono ritrovati qui. Tra di loro c’è chi vorrebbe raggiungere uno zio a Siviglia e chi sogna Barcellona. Ma il tempo passa e le speranze, l’unico bagaglio con cui sono arrivati, diventano ogni giorno più deboli.

«Non vogliamo tornare in Marocco. Lì futuro non ne abbiamo», ripetono. Tra di loro siede Islam, stretto in un giubbotto grigio, con il cappuccio tirato sulla testa. Ha dieci anni ed è l’unico del gruppo a non essere qui da solo. La sua famiglia si trova in una tenda piantata qualche metro più in là, vicino a un vecchio furgone abbandonato in un angolo della strada. In due metri per due vivono in quattro: lui, suo padre Zaid, sua madre Lamia e suo fratello Usayd, nato il 18 settembre nell’unico ospedale di Ceuta. Quando hanno attraversato la frontiera, la donna era incinta di otto mesi.

Lamia, ancora convalescente dal parto cesareo, si muove lentamente nel poco spazio della tenda che non vuole abbandonare. Ha un posto riservato in un centro per casi vulnerabili, ma il marito dovrebbe andare in un’altra struttura e l’idea di dividere la famiglia li terrorizza. Dal vicinato, c’è chi si avvicina per portare vestiti, pannolini, latte. Anche gli operatori delle ong vengono per cercare di convincerli ad andare in un luogo protetto. Ma più del disagio per le condizioni in cui vivono, può la paura. Trovare un posto in uno dei centri allestiti d’urgenza dal governo spagnolo – quando era ormai chiaro che la situazione non si sarebbe risolta in 48 ore, come aveva assicurato il ministro dell’Interno, Fernando Grande Marlaska – è stato una lotteria.

Fuori dalle strutture sono rimaste centinaia di minorenni. E nelle strade delle periferie, in garage pagati a peso d’oro o nelle colline attorno alla città è accampato un numero indefinito di adulti, dopo che le autorità hanno sgomberato, con un grande dispiegamento di agenti antisommossa, prima la spiaggia di Benítez e poi quella del Trampolín, emblema di questa crisi. Si cerca di moltiplicare gli interventi, anche in vista delle elezioni anticipate del prossimo 29 novembre, ma la situazione rimane critica.

La maggior parte dei migranti entrati tra il 30 e il 31 luglio è tornata subito in Marocco, ma il numero di chi è rimasto è tutt’oggi una stima: circa seimila persone nei centri e almeno tremila fuori. Nel frattempo, dopo lo sgombero delle spiagge, è aumentata la cifra di quelli che le autorità spagnole definiscono “ritorni volontari”: i migranti portati al centro di identificazione, spesso dopo aver abbandonato le baracche con solo quello che avevano addosso, vengono messi di fronte alla scelta se tornare in Marocco senza lasciare i propri dati o registrarsi ed esporsi a una quasi sicura espulsione e al divieto di entrare in Spagna per anni.

L’asilo è una possibilità remota e così viene presentata, nonostante le leggi dicano che le domande vanno analizzate caso per caso. Ma in una Ceuta che ricorda Lesbo, l’isola greca simbolo della crisi dei rifugiati di dieci anni fa, l’Europa continua a stirare al limite la definizione di quello che è legittimo fare pur di chiudere un’emergenza migratoria. La Commissione europea è stata chiara: l’obiettivo è che tutti rientrino in Marocco. In quel “tutti” ha incluso i minori non accompagnati. Quello di cui non si parla più sono i morti nell’attraversamento di massa della frontiera: l’ultima cifra è di 141. Molti sono seppelliti nel cimitero musulmano Sidi Embarek, in tombe identificate solo da un numero. «Quanti altri ce ne saranno stati nel lato marocchino? Io so solo che ho ascoltato i racconti di tante bambine che mi dicevano che nuotavano tra i cadaveri», dice Ahmed Enfeddal, presidente dell’associazione dei residenti del Principe, uno dei quartieri più poveri e tra i più pericolosi della Spagna, ma anche uno dei luoghi in cui c’è stata più solidarietà verso i nuovi arrivati. Quando le autorità tardavano nel rispondere alla crisi, Enfeddal organizzava un campo di accoglienza per decine di famiglie e ragazzine sole. Al rifugio sono arrivati anche migranti pieni di lividi che denunciavano di essere stati picchiati da militari. Amnesty International ha documentato decine di casi e il ministero della Difesa ha aperto un’inchiesta.

Enfeddal è stato testimone di come quello che è successo ha intaccato la convivenza tra le diverse anime di Ceuta. Lui, nato qui come i genitori e i nonni, appartiene alla comunità musulmana, leggermente minoritaria rispetto a quella cristiana. «Siamo trattati come stranieri, anche se siamo nativi di queste terre da prima che esistessero imperi o nazioni. Siamo un quartiere stigmatizzato, con alti tassi di disoccupazione e di abbandono scolastico; sappiamo che cosa vivono queste persone. Per questo siamo sensibili nei loro confronti», spiega.

Nell’exclave le manifestazioni di protesta sono una costante. Chi partecipa ai cortei grida contro il governo, le ong e quella che viene definita un’invasione. «Noi viviamo tutto questo da un’altra prospettiva. Ci fanno pena gli immigrati o sono invasori? Certo, se ci pungono sentiamo lo stesso dolore, abbiamo lo stesso sangue: ma non possiamo permettere che il nostro governo e il Marocco usino le persone come munizioni», dichiara Carmen Mije, una residente che ha preso parte alle manifestazioni. L’esasperazione è reale in un territorio di appena 18 chilometri quadrati.

Ma sulle proteste ha soffiato anche la destra che si prepara a usare la crisi di Ceuta per la campagna per le elezioni. A Enfeddal l’unica cosa che interessa è che la propaganda non si faccia sulla pelle dei più vulnerabili e che si acceleri la redistribuzione dei minori nelle altre regioni del Paese, una misura a cui si oppongono i conservatori del Pp e l’estrema destra di Vox: «I bambini devono essere trasferiti, le strutture in cui si trovano non sono adeguate. Dovrebbero essere stati già scolarizzati e non lo sono. Qui non abbiamo risorse. Mi raccomando, scrivilo questo».

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