Ogni volta che usciamo di casa li incrociamo, ma non li vediamo. Ci chiedono dei soldi, una sigaretta, un panino. Oppure non chiedono, se ne stanno seduti su una panchina, dormono, brontolano, fumano, si bevono una birra dalla bottiglia. Fantasmi.Il più delle volte tiriamo dritto, presi dalle nostre cose. Sono persone marginali, senza dimora, a volte tossici, come in questo caso. È un tema su cui riflettiamo poco, invece dovrebbe radunare molti pensieri: politici, economici, urbanistici e psicologici. Il film è Urchin, di Harris Dickinson, che quando lo ha portato a Cannes indossava una maglietta con la scritta “Vivere per strada non è una scelta di vita, Suella. È il segno di una politica governativa fallimentare”. Suella è Braverman, ex ministra dell’Interno britannica, che aveva inopportunamente parlato di «lifestyle choice». “Urchin”, in inglese, è il riccio di mare, ma anche un modo di chiamare i bambini che vivono per strada: street urchin. Fuori gli aculei, dentro una sostanza …
Ogni volta che usciamo di casa li incrociamo, ma non li vediamo. Ci chiedono dei soldi, una sigaretta, un panino. Oppure non chiedono, se ne stanno seduti su una panchina, dormono, brontolano, fumano, si bevono una birra dalla bottiglia. Fantasmi.Il più delle volte tiriamo dritto, presi dalle nostre cose. Sono persone marginali, senza dimora, a volte tossici, come in questo caso. È un tema su cui riflettiamo poco, invece dovrebbe radunare molti pensieri: politici, economici, urbanistici e psicologici. Il film è Urchin, di Harris Dickinson, che quando lo ha portato a Cannes indossava una maglietta con la scritta “Vivere per strada non è una scelta di vita, Suella. È il segno di una politica governativa fallimentare”. Suella è Braverman, ex ministra dell’Interno britannica, che aveva inopportunamente parlato di «lifestyle choice». “Urchin”, in inglese, è il riccio di mare, ma anche un modo di chiamare i bambini che vivono per strada: street urchin. Fuori gli aculei, dentro una sostanza segreta e misteriosa. Mike beve, si fa e ha malamente aggredito un uomo gentile per rubargli l’orologio. Finisce in carcere,è seguito dall’assistente sociale, viene convocato, con scarsi risultati (ma poi chissà), per un incontro di giustizia riparativa col signore aggredito. Non sto a raccontarvi ogni peripezia e caduta. Mike è irritante, ma non è uno stereotipo che chiede di piacerci: per questo ci sa mettere in contatto, persino in sintonia, col suo naufragio sociale e mentale. Il film fa pensare a Ken Loach e ai Dardenne, ma stupisce con sequenze oniriche, dissociative, acquatiche. Lunghi canali magmatici, organici, neurali. Paesaggi muscosi, incontri. Sono il cervello e l’inconscio che si parlano, ciascuno ha la sua lingua. In comune, almeno nel caso di Mike, hanno un’infanzia traumatica. Di cui si dice poco,ma s’intuisce molto.
Sul Venerdì del 23 ottobre 2026