Malika Ayane: “Vivo a Berlino, lì nessuno si gira se esco indossando piume”
di Alba SolaroÈ una bella conquista vivere senza «dover correre dalle sette di mattina alle sette di sera, magari anche solo poter tornare a casa e cambiarti prima di uscire di nuovo». Elegante senza sforzo in un tailleur bianco, davanti a un risotto in un affollato bistrot milanese all’ora di pranzo, Malika Ayane riflette con serenità su dove è arrivata nei suoi 42 anni di vita e musica. «Ho un nuovo punto di partenza», racconta allegra, la voce che Paolo Conte definì “arancione scuro che sa di spezia amara e rara”. E di Marlboro. Serafica, dice che l’unica volta che ha considerato se smettere di fumare «è stato quando ho corso la maratona di New York e tossivo come un tricheco», ma non l’ha fatto, «del resto il mio spirito guida è Serge Gainsbourg», la voce da sessanta Gitanes senza filtro al giorno.
Francofila irriducibile, cita Françoise Hardy come musa della sua bionditudine. E per essere una che rincorre la lentezza, sembra non fermarsi mai. Da poche settimane è uscito Cicale, il suo settimo …
È una bella conquista vivere senza «dover correre dalle sette di mattina alle sette di sera, magari anche solo poter tornare a casa e cambiarti prima di uscire di nuovo». Elegante senza sforzo in un tailleur bianco, davanti a un risotto in un affollato bistrot milanese all’ora di pranzo, Malika Ayane riflette con serenità su dove è arrivata nei suoi 42 anni di vita e musica. «Ho un nuovo punto di partenza», racconta allegra, la voce che Paolo Conte definì “arancione scuro che sa di spezia amara e rara”. E di Marlboro. Serafica, dice che l’unica volta che ha considerato se smettere di fumare «è stato quando ho corso la maratona di New York e tossivo come un tricheco», ma non l’ha fatto, «del resto il mio spirito guida è Serge Gainsbourg», la voce da sessanta Gitanes senza filtro al giorno.
Francofila irriducibile, cita Françoise Hardy come musa della sua bionditudine. E per essere una che rincorre la lentezza, sembra non fermarsi mai. Da poche settimane è uscito Cicale, il suo settimo album, prepara un tour nei teatri, che partirà il 1° novembre da Fermo e toccherà Roma (3/11), Firenze (4/11), Milano (10/11), passando per Napoli, Catania, Bologna.
In questi anni ha fatto di tutto: cinema, tv, la giudice a X Factor, un libro di racconti (Ansia da felicità), ha cantato al Quirinale davanti al presidente Mattarella, lo aveva fatto anche nel 2009 per la Festa della Repubblica davanti a Giorgio Napolitano – è stato lì che ha conosciuto Cesare Cremonini ed è iniziata la loro relazione, durata tre anni. Sono tornati ora a duettare nel brano Cose molto piccole nel nuovo album di Cremonini Amateur.
Ogni volta che parte un dibattito su emigrazione e donne la cercano, «perché le ho tutte». Erano gli anni 70, la madre italiana aveva conosciuto il padre durante una vacanza in Marocco; tornarono insieme in Italia quando lei rimase incinta. Figlia dell’integrazione? «Preferisco la parola interazione. Che certo è una faccenda più complessa, ma in quest’era di grande polarizzazione io continuo a scegliere la complessità».
A proposito di scelte, quattro anni fa ha deciso di andare a vivere a Berlino. Come David Bowie negli anni 70?
«Per pura coincidenza la prima casa in cui ho abitato era a due passi da dove viveva Bowie, su Hauptstrasse. Sono stata spesso a Berlino negli anni, frequentavo altre zone, Kreuzberg, Friedrichshain, tutto il distretto Lgbtq+. È una città dove puoi scendere in pigiama, a me è capitato di uscire con delle grandi piume, e nessuno si gira, è normale incontrare alle 10 di mattina a colazione nello stesso caffè quelli usciti dal club mezzi nudi vestiti fetish, e il nonno coi nipotini. Capisco Bowie e il bisogno che aveva di stare nel nulla, nel grigio dell’anonimato: è liberatorio. Anche per me, mi alleggerisce dalle pressioni, guardo le cose che faccio con meno ossessività. Per questo non penso di essere scappata a Berlino. Penso di essere andata verso».
La Milano che si è lasciata dietro è molto cambiata.
«Io non ho problemi con Milano, o con Parigi, New York o Bangkok. Non ho problemi con le città. Ce li ho con l’assenza di possibilità di uno stile di vita. Voglio svegliarmi in una città dove posso fare la spesa al mercato, passeggiare. Sono come i gatti. Mi piace andare in giro, scoprire, incuriosirmi. Ma tornare a Milano è sempre interessante».
Tornerà anche per votare il prossimo sindaco?
«Verrò a votare. Chi? C’è da studiare. Mi piacerebbe riuscire a essere presente attraverso quello che si può fare, eventi culturali, incontri nelle scuole».
Nelle canzoni di Cicale si respira una gran voglia di leggerezza. Una reazione ai tempi?
«La cosa più bella di questo disco è che non c’è un camuffo, è tutto lì, nelle canzoni. La leggerezza, più che una reazione è proprio una conquista. E per quanto non ci sia da stare tranquilli, io pretendo di essere ottimista. Penso sia vero quello che diceva Michela Murgia: il mondo è brutto? Dipende da quale mondo ti fai. E sinceramente non so se dieci anni fa si stava meglio. Sono andata a teatro a vedere Lehman Trilogy di Stefano Massini, bellissimo, mi ha ricordato come quella fine primi anni 2000 non fosse un tempo meno catastrofico, solo perché eravamo più giovani e ci sembrò che il crollo globale dei mercati non ci toccasse in maniera così diretta».
A novembre sarà nei teatri. Cosa pensa delle polemiche sui biglietti assurdamente cari di certi concerti?
«Ci sono tanti fattori da considerare. Sono saliti i costi, c’è un problema strutturale nell’economia del mondo. Quello che mi fa infuriare però sono le seconde rivendite. Volevo vedere Stevie Wonder a Parigi, per me è quasi una divinità, ero disposta ad andare a Parigi il tempo di una cena e lo show, pagare il necessario, ma i biglietti sono andati sold out in meno di un’ora. E poi sono ricomparsi a prezzi impossibili. Se c’è chi vuole spendere uno stipendio per gli Oasis, non sarò io a prendermi il patentino e dire se è giusto o no. Ma chi compra i biglietti per poi rivenderli al triplo, per dirla con un francesismo, è solo un pezzo di m…».
Le dobbiamo uno dei ricordi più forti del Festival di Sanremo, quando nel 2010 l’orchestra strappò gli spartiti per protesta contro il televoto che l’aveva eliminata dalla finale. Ora Stefano Di Martino ha annunciato l’aggiunta del voto online, la preoccupa questa svolta?
«Ricordo quel giorno come se fosse ora, stavo andando a teatro a esibirmi, ero sul furgone, mi avevano comunicato che avevo vinto sia il Premio della Critica che quello delle Radio, avevo fatto mille interviste sul nuovo album. Quindi per me era già tutto stupendo, avevo fatto il mio festival. Non mi aspettavo la rivolta dell’orchestra, mi emozionò. E mi destabilizzò. Mia madre mi chiamò per dirmi: “Guarda, sei riuscita a fare confusione”, per una volta che pensavo di aver fatto tutto per bene! Timori? No, ho fatto sei festival di Sanremo, con cinque direttori artistici diversi, nell’arco di diciotto anni. Posso dire con grande serenità che Sanremo rimane sempre identico a se stesso».
Ricorda il momento preciso in cui la musica l’ha folgorata?
«Fine anni 90, un giorno Mixo su Telemontecarlo lancia il video di Life on Mars di Bowie e io ci rimango sotto. Con Tom Waits ho capito che potevo mettere in musica il mio esistenzialismo. Poi sono arrivati i Radiohead su Mtv con quel disco che ha rovinato la vita a tutti, Ok Computer ci ha reso una generazione di malinconici o forse lo eravamo già e non c’era il modo di manifestarlo serenamente».
Ci sarà un seguito ai racconti di Ansia da felicità?
«Mi piacerebbe scrivere un romanzo. L’anno scorso ho seguito un corso di scrittura con Paolo Nori. È stato divertentissimo».
Cos’ha imparato?
«Che se vuoi scrivere un romanzo ti serve una sedia. Lo diceva Bukowski. Da Nori ho capito che per prima cosa bisogna avere una voce».
A parte Paolo Conte, qual è il più bel complimento che ha ricevuto?
(Ride) «Sei meglio dal vivo che in televisione».