Se del sogno americano è rimasta traccia in questo terzo millennio, probabilmente ha il volto di Edel Rodriguez. Nel 1980 era un bambino fuggito da Cuba con la famiglia. A metà anni Novanta studiava arte a New York, prima al Pratt Institute di Brooklyn e poi all’Hunter College di Manhattan. Oggi firma le illustrazioni di copertina delle più importanti riviste del mondo – dal Time al New Yorker e Der Spiegel – e si è guadagnato il titolo di “America’s Illustrator in Chief” che la rivista Fast Company ha coniato per lui. Sarebbe già una bella storia così. Ma l’America è ancora un grande Paese, generoso anche quando si tratta di aggiungere un tocco di ironia: la fama di “capo-illustratore d’America” la deve in gran parte alla ricca produzione di disegni che irridono Donald Trump. Proprio lui che dell’American Dream dovrebbe essere il volto.
Il suo personaggio del presidente ha uno stile inequivocabile: tratto coerente, quattro tinte di colore sempre uguali, nero rosso giallo e arancione.…
Se del sogno americano è rimasta traccia in questo terzo millennio, probabilmente ha il volto di Edel Rodriguez. Nel 1980 era un bambino fuggito da Cuba con la famiglia. A metà anni Novanta studiava arte a New York, prima al Pratt Institute di Brooklyn e poi all’Hunter College di Manhattan. Oggi firma le illustrazioni di copertina delle più importanti riviste del mondo – dal Time al New Yorker e Der Spiegel – e si è guadagnato il titolo di “America’s Illustrator in Chief” che la rivista Fast Company ha coniato per lui. Sarebbe già una bella storia così. Ma l’America è ancora un grande Paese, generoso anche quando si tratta di aggiungere un tocco di ironia: la fama di “capo-illustratore d’America” la deve in gran parte alla ricca produzione di disegni che irridono Donald Trump. Proprio lui che dell’American Dream dovrebbe essere il volto.
Il suo personaggio del presidente ha uno stile inequivocabile: tratto coerente, quattro tinte di colore sempre uguali, nero rosso giallo e arancione. Praticamente un marchio di fabbrica. Come ci è arrivato?
«Quando Trump si candidò per la prima volta alla presidenza, nel 2016, iniziai a pubblicare online disegni satirici che lo raffiguravano. Lo consideravo un pericolo per il Paese e per il mondo. Ero cresciuto sotto una dittatura a Cuba, e molte delle cose che Trump diceva mi ricordavano le dichiarazioni di Fidel Castro. Sentivo di dover mettere in guardia il Paese, così ho creato un personaggio che fosse semplice da interpretare e da comprendere. Grafica e colori erano audaci e diretti, uno schema con cui potevo lavorare e che è diventato immediatamente riconoscibile».
Ha dedicato a Trump circa 45 copertine. Qual è quella che ha avuto le reazioni più forti?
«Forse quella con la decapitazione della Statua della Libertà, fatta per Der Spiegel. L’impatto visivo era molto forte, un pugno allo stomaco. Venne pubblicata proprio quando, all’inizio del suo mandato, Trump istituì il divieto di ingresso ai musulmani. Credo che la tempistica abbia avuto il suo ruolo. Anche la copertina Meltdown per Time ha ricevuto molta attenzione da parte dei media».
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Essere così strettamente collegato al presidente non rischia di essere un limite? Un po’ come succede a un attore che interpreta sempre lo stesso personaggio…
«Non penso al mio lavoro in questi termini. Faccio quello che mi va, quando mi va. Il resto non mi riguarda. Forse qualcuno non vorrà lavorare con me per la mia posizione politica, ma non è importante. Sono impegnato su tante altre cose: libri per bambini, locandine teatrali, copertine e dipinti con una grande varietà di temi. Il lavoro su Trump è una piccola parte. Anche se penso sia importante continuare a farlo».
Mai ricevuto minacce?
«Certo. Ho ricevuto molte minacce e lettere piene di odio. A volte c’è qualche problema anche con musei e università. Per esempio quando cercano di limitare le opere da esporre o di annullare una mostra. Mai nessun segnale dal governo invece. Negli Usa c’è ancora molta libertà di espressione per gli artisti».
Siamo nell’era dei social media e dei deepfake. Qual è adesso il ruolo dell’arte nella comunicazione e nella divulgazione di idee?
«La diffusione delle mie illustrazioni è iniziata proprio sui social media. E continuo a usarli per le cose che i giornali non vogliono pubblicare. Diciamo che uso i social come fossero la mia tipografia personale».
I suoi lavori sfruttano sia la viralità dei social che la solidità dei grandi magazine internazionali. I due media, digitale e cartaceo, interagiscono o si escludono a vicenda?
«Le grandi riviste hanno pubblico, e attirano più attenzione rispetto ai miei feed sui social media. Cerco di usare i social per arrivare agli art director dei magazine, e spesso è quello che succede: diversi vedono i miei lavori sullo schermo, e poi mi chiedono di fare la stessa cosa per loro. È così che il pubblico è passato da alcune migliaia a milioni, forse miliardi di persone. Torniamo all’immagine della Statua della Libertà decapitata, che avevo caricato sul mio account Twitter. I redattori di Der Spiegel videro la reazione del pubblico e mi chiamarono. Quindi quella copertina vide la luce perché prima era diventata virale sui social».
A proposito di viralità, com’è che un’illustrazione diventa un’immagine simbolo?
«Lo diventa se ha una comunicazione chiara, semplice e diretta. Deve essere compresa da persone di ogni ceto sociale e di qualsiasi lingua, avere una certa universalità».
Si è mai chiesto se attaccare un presidente potesse ottenere l’effetto contrario, aumentandone invece la popolarità?
«No, Trump in America è popolare per altri motivi. Io documento quello che sta succedendo, perché la generazione di oggi e quella di domani possano vedere che ci sono persone che si oppongono al fascismo. Trovo ispirazione negli artisti che denunciarono Hitler e i nazisti negli anni Trenta. Spero che il mio lavoro possa ispirare altri a fare lo stesso».
È arrivato negli Stati Uniti da Cuba in barca alla ricerca di una vita migliore. Il sogno americano esiste ancora?
«Sì. Io ne sono un esempio. A Cuba, in Iran e in molti altri Paesi mi avrebbero sbattuto in prigione già molto tempo fa».
Sul Venerdì del 23 ottobre 2026