Non solo K-Pop, i giovani coreani vanno in fattoria
di Daniele BattagliaPyoseon (Corea del Sud). Qui a Pyosein, nella parte orientale dell’isola di Jejutale dell’isola di Jeju, il paesaggio è quello della Corea del Sud rurale: campi, aziende agricole, muretti di pietra vulcanica. È una Jeju diversa da quella delle spiagge e dei resort. Nella sede di Oasis Village una grande mappa dell’isola segnala aziende e giovani agricoltori; sui pannelli tre parole riassumono il percorso: esperienza, permanenza, sperimentazione. Prima conoscere il territorio, poi viverne la quotidianità, infine capire se possa nascerne un lavoro.
Vita in comunità
Partito a fine agosto, il progetto Oasis coinvolge decine di ragazzi tra i venti e i trent’anni. Alcuni studiano, altri hanno già lavorato. Incontrano agricoltori e abitanti, sperimentano la vita comunitaria, conoscono le smart farm e immaginano attività legate all’agricoltura, alla vendita dei prodotti, al turismo e alla comunicazione. Oasis è una delle iniziative selezionate nel 2026 nell’ambito degli Youth Villages, il pro…
Pyoseon (Corea del Sud). Qui a Pyosein, nella parte orientale dell’isola di Jejutale dell’isola di Jeju, il paesaggio è quello della Corea del Sud rurale: campi, aziende agricole, muretti di pietra vulcanica. È una Jeju diversa da quella delle spiagge e dei resort. Nella sede di Oasis Village una grande mappa dell’isola segnala aziende e giovani agricoltori; sui pannelli tre parole riassumono il percorso: esperienza, permanenza, sperimentazione. Prima conoscere il territorio, poi viverne la quotidianità, infine capire se possa nascerne un lavoro.
Vita in comunità
Partito a fine agosto, il progetto Oasis coinvolge decine di ragazzi tra i venti e i trent’anni. Alcuni studiano, altri hanno già lavorato. Incontrano agricoltori e abitanti, sperimentano la vita comunitaria, conoscono le smart farm e immaginano attività legate all’agricoltura, alla vendita dei prodotti, al turismo e alla comunicazione. Oasis è una delle iniziative selezionate nel 2026 nell’ambito degli Youth Villages, il programma nazionale sostenuto dal governo sudcoreano. Non sono villaggi costruiti ex novo né contributi individuali: lo Stato finanzia organizzazioni locali che permettono ai giovani di vivere per un periodo in un territorio e verificare se esistano possibilità concrete di lavoro e permanenza. È un movimento quasi opposto a quello raccontato dalla Hallyu, l’onda coreana che ha conquistato il mondo. K-pop, cinema, serie tv e cosmetica hanno proiettato l’immagine di una Corea urbana, veloce e competitiva, con Seul come centro naturale. Nell’area metropolitana della capitale si concentrano università, imprese e buona parte delle opportunità professionali. Ed è lì che continuano a dirigersi molti giovani da tutto il Paese.
A Pyoseon, invece, si prova a capire se il futuro possa viaggiare anche in una direzione diversa. Il progetto, qui, è gestito da Table Genie, impresa agricola locale. «Se la maggior parte dei posti di lavoro sono concentrati a Seul», racconta Jo Yong-woo, copresidente della società e responsabile operativo di Oasis, nato e cresciuto a Jeju e con una formazione in economia agraria, «qui abbiamo le aree rurali, la cultura e il turismo. E abbiamo cercato di mettere insieme queste risorse per costruire il nostro programma».Jo non immagina però un ritorno all’agricoltura di una volta. Tecnologia, sensori e smart farm ne hanno cambiato tempi e modalità, lasciando più spazio alla gestione e alla vendita. «Anche noi lavoriamo come giovani agricoltori e vogliamo condividere la nostra esperienza con questi ragazzi». L’obiettivo non è soltanto nuova manodopera. «Vogliamo portare nel villaggio le prospettive e le idee che solo i giovani possono avere». La sfida è trasformare l’esperienza in reddito e costruire attività capaci, un giorno, di continuare anche senza finanziamenti pubblici.
Pensare lentamente
Una delle partecipanti all’iniziativa è una ragazza nata nel 1995 a Nowon-gu, un distretto di Seul. Lavorava nell’organizzazione di viaggi e ama la fotografia. «Volevo vivere in una zona rurale e creare rapporti con la gente del posto. Penso che vedere Jeju da turista sia completamente diverso dal viverla da vicino, entrando nella quotidianità degli abitanti». Nella capitale era abituata a passare da un impegno all’altro. «Qui voglio vivere più lentamente, trovare il tempo per pensare al tipo di vita che desidero». Sarebbe disposta a guadagnare meno in cambio di tempo, relazioni e qualità della vita, purché ci siano un reddito stabile, una casa accessibile e una comunità. «Lasciare Seul non significa necessariamente rinunciare alle opportunità, ma sceglierne di diverse». La sua esperienza potrebbe diventare una risorsa nel turismo, nella fotografia e nella promozione dei prodotti del territorio.
Un altro partecipante al nuovo progetto del governo è nato nel 1997 a Gwanak-gu, sempre a Seul: ha lavorato per cinque anni prima di tornare all’università. Aveva già fatto volontariato agricolo e sapeva che trascorrere qualche giorno in campagna è diverso dal viverci. «In città è facile sentirsi sotto pressione per seguire un percorso prestabilito, come studiare o trovare un lavoro. Qui voglio lavorare con il mio corpo, vivere con le persone e sperimentare una vita diversa».Seul continua certo a offrire maggiori opportunità di studio e lavoro e questo, osserva, dipende più dalla disparità e dallo squilibrio produttivo tra le regioni che dalle preferenze individuali. Perché invece Oasis diventi una vera alternativa, all’esperienza devono seguire occupazione, impresa, formazione e casa. «Senza passaggi successivi, è molto probabile che si riduca a una semplice esperienza positiva». E riassume così, anche lui, ciò che cerca a Jeju: «Capire se per noi giovani esistano percorsi alternativi a una vita centrata sulla città».
Nessuno dei due giovani ha deciso di restare. Lei vorrebbe sperimentare altri luoghi; lui conoscere Jeju nelle diverse stagioni e verificare opportunità professionali e costo della vita.Ed è proprio questo, secondo Minju Lee, ricercatrice del Jeju Research Institute, il punto. Nel decennio scorso trasferirsi sull’isola o trascorrervi lunghi periodi era diventato quasi un fenomeno culturale. Ma desiderare di fare di Jeju l’esperienza della vita e riuscire a costruirvi il futuro sono due aspetti diversi. Due sfide diverse. L’economia, come il progetto ha messo bene in chiaro, resta qui legata ad agricoltura, turismo e servizi. Punto. Qui sta la ricchezza dell’iniziativa, ma qui sta anche il limite per chi ha invece altre ambizioni.
Alternative reali
Detto ciò, per Lee il successo degli Youth Villages non potrà però misurarsi soltanto contando quanti partecipanti trasferiranno qui la residenza. Bisognerà vedere quanti torneranno, collaboreranno con aziende e abitanti o riusciranno a creare attività economiche. La domanda va allora oltre Pyoseon: può una nazione emergente, in grande sviluppo, che ha concentrato nella sola capitale tante opportunità, permettere davvero alle nuove generazioni di scegliere un’altra strada, così apparentemente periferica? E garantire comunque nello stesso tempo progresso e innovazione, irrinunciabili marchi di fabbrica del Paese? Di più: la Corea della Hallyu ha conquistato il mondo con un’immagine urbana, veloce, competitiva. I giovani di Oasis chiedono invece qualcosa di più concreto. Alternative reali. Ma anche sogni. Riusciranno, sull’onda delle smart farm, a creare un luogo ideale per chi già ci vive e per chi ci arriva? L’isola che c’è, insomma.
Sul Venerdì del 23 ottobre 2026