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Il tempo della Mela

Steve Jobs (1955-2011), in una foto del 1984 con un computer Macintosh. (Alamy) 
Cinquant’anni dopo la fondazione di Apple, un libro di David Pogue ne racconta la storia: dai primi passi ai successi dell’iPhone. E sfata qualche mito. Come quello che tutto iniziò in un garage
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A mezzo secolo dalla fondazione di Apple, è tempo di fare i conti con la sua storia. E con qualche mito da sfatare: non è nata in un garage e il “terzo fondatore”, Ronald Wayne, non rimpiange di aver abbandonato quella che sarebbe diventata una delle aziende più ricche del mondo. A svelare questi e altri gustosi retroscena è David Pogue, firma tecnologica del New York Times, nel saggio Apple: 50 anni di storia (Limina, 608 pagine, 36 euro), titolo originale: Apple: The First 50 Years.

Cominciamo dal garage di Steve Jobs: Apple è nata davvero lì?

«Non proprio. È nata sulla scrivania di Steve Wozniak, alla Hp, dove progettava calcolatrici. Nel 1976 i computer erano riservati ad aziende, governi e università, tanto che averne uno in casa sembrava un’idea assurda. “Woz”, però, ne voleva uno per giocare e, lavorando di notte, riuscì a costruirselo. Nacque così quello che poi sarà chiamato Apple I. Solo più tardi arrivò Steve Jobs e disse: “Ehi, dovremmo costruirne altri e venderli”. Il gar…

A mezzo secolo dalla fondazione di Apple, è tempo di fare i conti con la sua storia. E con qualche mito da sfatare: non è nata in un garage e il “terzo fondatore”, Ronald Wayne, non rimpiange di aver abbandonato quella che sarebbe diventata una delle aziende più ricche del mondo. A svelare questi e altri gustosi retroscena è David Pogue, firma tecnologica del New York Times, nel saggio Apple: 50 anni di storia (Limina, 608 pagine, 36 euro), titolo originale: Apple: The First 50 Years.

Cominciamo dal garage di Steve Jobs: Apple è nata davvero lì?

«Non proprio. È nata sulla scrivania di Steve Wozniak, alla Hp, dove progettava calcolatrici. Nel 1976 i computer erano riservati ad aziende, governi e università, tanto che averne uno in casa sembrava un’idea assurda. “Woz”, però, ne voleva uno per giocare e, lavorando di notte, riuscì a costruirselo. Nacque così quello che poi sarà chiamato Apple I. Solo più tardi arrivò Steve Jobs e disse: “Ehi, dovremmo costruirne altri e venderli”. Il garage entrò in scena dopo, quando assemblavano le schede a casa sua».

Qual è l’impresa più singolare dei due Steve, prima di Apple?

«Woz aveva letto su Esquire dei “phone phreaks”: erano hacker che avevano scoperto come ingannare il sistema telefonico riproducendo i giusti toni acustici, per telefonare gratis. Così costruì un primo modello di Blue Box. Il marchingegno funzionava male, ma il secondo, digitale, era perfetto. Jobs, naturalmente, disse: “Ehi, dovremmo costruirne altre e venderle”. I componenti costavano circa 75 dollari. Ne vendettero un paio di centinaia agli studenti al prezzo doppio, bussando alle porte: “Vi piacerebbe telefonare gratis per sempre?”. Quando però AT&T modificò il sistema e cominciarono a circolare storie di arresti, smisero. I ruoli, intanto, erano già chiari: Woz l’ingegnere, Jobs il venditore».

Wozniak era famoso anche per gli scherzi. Qual è per lei il più divertente?

«Quello alla suocera. Leggendo L’esorcista, la signora si convinse che fosse un libro malefico e arrivò al punto di gettarlo nell’oceano. Woz ne comprò un’altra copia, la bagnò sotto il rubinetto e gliela lasciò sul comodino, come se il libro fosse misteriosamente tornato dal mare. Uno scherzo esilarante e cattivissimo».

Apple: 50 anni di storia (Limina, 608 pagine, 36 euro) 

Ronald Wayne, il terzo fondatore, rinunciò al 10 per cento di Apple dopo undici giorni. Come poté farlo?

«Oggi sembra folle: quella quota varrebbe oltre 350 miliardi di dollari. Ma parlando con lui ho capito che, nel 1976, la scelta aveva senso. I due Steve litigavano e chiesero a Wayne, più anziano, di fare da arbitro. Non solo risolse la disputa, ma preparò anche l’accordo: 45 per cento a ciascuno dei due, 10 per cento a lui. Il problema è che quei ragazzi erano hippy trasandati, senza esperienza, e avevano chiesto un prestito di 15 mila dollari per produrre l’Apple 1. Se Apple fosse fallita, Wayne rischiava 1.500 dollari; avendo già visto fallire troppe imprese, preferì uscirne. Ricevette 800 dollari, più altri 1.500 per formalizzare il ritiro. Oggi Wayne dice: “Col senno di poi è facile parlare, ma non sono mai morto di fame”. E Apple allora non era certo quella di oggi».

È vero che negli anni 80 Apple consigliava ai clienti di riparare il computer facendolo cadere sulla scrivania?

«Sembra una barzelletta, ma è tutto vero. Nel 1981 Apple lanciò l’Apple III, un computer che sembrava progettato per sabotare se stesso. Jobs non voleva ventole: troppo rumorose e antiestetiche. Risultato? Il computer diventava un forno, tanto che in certi casi i floppy uscivano deformati dal calore, i componenti perdevano il contatto e la macchina andava in crash. La soluzione ufficiale di Apple? Sollevarla di qualche centimetro e lasciarla ricadere sulla scrivania, per ristabilire i collegamenti. Eh sì, Apple prometteva il futuro dell’informatica, ma prescriveva il rimedio dei vecchi televisori: “Se non funziona, dagli una botta!”».

La presentazione dell’iPhone nel 2007 sembrò perfetta. Che cosa accadeva in realtà dietro le quinte?

«In verità era tutto molto precario. L’iPhone era stato sviluppato talmente in fretta che nessun prototipo era affidabile. Così Jobs aveva sul palco tre telefoni pronti, nel caso uno si fosse bloccato. Gli ingegneri avevano imposto a Jobs una sequenza: “Prima mostra le mappe, poi le foto, quindi manda un messaggio”. Se avesse cambiato l’ordine, il telefono sarebbe andato in crash. Si immagini la squadra in platea, con il fiato sospeso. Alla fine però funzionò tutto e non servirono gli apparecchi di riserva».

Il progetto Titan per produrre un veicolo elettrico è costato un’enormità ma Apple non è riuscita a produrre un’auto. Un fallimento?

«Sulla carta, sì: dieci anni e dieci miliardi di dollari, senza una macchina. Ma il progetto ha generato circa cinquemila brevetti e competenze in batterie, materiali, schermi e intelligenza artificiale. Il nuovo HomePod robotico, appena lanciato, affonda le radici proprio in Titan. Insomma, l’auto non è mai arrivata, ma parte della tecnologia ha trovato un’altra strada».

Quale aneddoto racconta meglio il perfezionismo quasi ossessivo di Steve Jobs?

«Eddy Cue, che lavorava con lui al Music Store, ricorda pomeriggi passati a discutere dell’ombra di un’icona o della curva di un pulsante. Dice che, se scrivesse le sue memorie, le intitolerebbe Un pixel fuori posto! Ancora più significativo il Macintosh del 1983: Jobs faceva ridisegnare la scheda elettronica per renderla più “bella”, anche se nessun cliente l’avrebbe vista perché per aprire il computer servivano attrezzi speciali. Jonathan Ive, il designer dell’iPhone, me l’ha spiegato così: “La cura si può percepire anche quando non si vede”. È questo, credo, ciò che Jobs cercava». Sul Venerdì del 23 ottobre 2026

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