Che cosa succede quando fallisce un’adozione
di Giulia D'AleoAvevano appena fatto in tempo a scendere dall’aereo che li aveva portati in Italia, mettere piede nella nuova casa e sistemare le valigie in camera, che il giorno dopo erano stati costretti a lasciarla. Il genitore adottivo ha impiegato meno di 24 ore a decidere che i due bambini ucraini, sei e otto anni, non potevano rimanere con lui: «Non mi sento il loro papà», ha spiegato ai servizi sociali. Per un dodicenne dalla Bulgaria erano bastati un paio di giorni: la famiglia non ha retto il suo «comportamento sfidante» e lo ha portato in comunità.
Dalla luna di miele al caos
È l’esito estremo delle crisi adottive, le incrinature di un sistema solidale dentro cui è difficile guardare. L’incidenza è limitata, ma non marginale: meno di tre adozioni internazionali ogni cento, l’1,4 per cento di quelle nazionali. Un conteggio incompleto, da cui restano fuori le storie che non transitano per le aule dei tribunali e i casi delle famiglie che si disgregano ancor prima di essere riconosciute come …
Avevano appena fatto in tempo a scendere dall’aereo che li aveva portati in Italia, mettere piede nella nuova casa e sistemare le valigie in camera, che il giorno dopo erano stati costretti a lasciarla. Il genitore adottivo ha impiegato meno di 24 ore a decidere che i due bambini ucraini, sei e otto anni, non potevano rimanere con lui: «Non mi sento il loro papà», ha spiegato ai servizi sociali. Per un dodicenne dalla Bulgaria erano bastati un paio di giorni: la famiglia non ha retto il suo «comportamento sfidante» e lo ha portato in comunità.
Dalla luna di miele al caos
È l’esito estremo delle crisi adottive, le incrinature di un sistema solidale dentro cui è difficile guardare. L’incidenza è limitata, ma non marginale: meno di tre adozioni internazionali ogni cento, l’1,4 per cento di quelle nazionali. Un conteggio incompleto, da cui restano fuori le storie che non transitano per le aule dei tribunali e i casi delle famiglie che si disgregano ancor prima di essere riconosciute come tali: chi rifiuta l’abbinamento con il minore o chi interrompe il rapporto durante l’anno di collocamento pre-adottivo. Non è il caso dei fratelli ucraini, finito davanti al giudice. «Il padre ci aveva confessato di avere paura di quello che avrebbe potuto fare loro: abbiamo chiesto subito un trasferimento coattivo», racconta Lorenza Persona, esperta di adozione internazionale per l’associazione Ai.Bi. È uno dei 419 allontanamenti sulle 607 crisi registrate tra il 2014 e il 2018 dai tribunali per i minorenni, secondo gli ultimi dati raccolti dalla Commissione per le adozioni internazionali (Cai). Le ragioni sono ricorrenti: problemi comportamentali o psicologici sottovalutati, aspettative lontane dalla realtà, conflitti familiari preesistenti. «Il primo periodo è quello della luna di miele» spiega Persona. «Ma appena i bambini capiscono di poter mettere in discussione i genitori tirano fuori il peggio di sé per metterli alla prova. Se questi non reggono, agli occhi del minore vengono confermate le aspettative che aveva sugli adulti»
Segnali e rotture
Così ogni nuovo allontanamento funge da acceleratore: averne diversi alle spalle moltiplica di quasi quattro volte la probabilità di una nuova crisi. Le rotture più gravi si consumano in tempi brevi: in media 3,3 anni dall’ingresso in famiglia. Per Rita Daniela Spinelli, 53 anni, le difficoltà si sono manifestate molto prima. «Nostro figlio non voleva dormire in casa, chiedeva di essere riportato in comunità. Poi iniziò ad avere atteggiamenti violenti. Ricordo ancora la prima volta che distrusse la sua cameretta per una sciocchezza: io e mio marito piangemmo per un’intera giornata. Ammetto di essermi chiesta: “Ma chi me l’ha fatto fare?”».
Per quel figlio – frutto di un desiderio covato fin dall’adolescenza – erano serviti anni, tentativi in più tribunali, lunghe attese. Niente di anomalo, se si considera che la durata media dell’iter supera i quattro anni. «La preparazione è cruciale, sia delle coppie che dei servizi che ne valutano l’idoneità» spiega Lidia Salerno, presidente del Tribunale per i minorenni di Roma. «Teniamo incontri periodici con il gruppo di lavoro che se ne occupa, il Gil, per adeguare gli standard alle continue evoluzioni del sistema, come la recente apertura ai single». E la Cai, spiega la vicepresidente Alessandra Gatto, «ha individuato un sistema accompagnamento che prevede procedure operative consolidate e condivise attraverso linee guida, con la collaborazione di esperti e dei principali attori del sistema».
Un eroe di Centocelle
A volte, però, non basta. «Ricordo una coppia che restituì il bambino dopo pochi giorni» racconta Salerno. «Venne fuori che aveva già detto di no a due collocamenti: a mio avviso non era il caso di proporne loro un terzo». La giustificazione più frequente riguarda l’età: «Di recente, altri hanno rifiutato un bambino di tre anni sostenendo fosse troppo grande. Non si può pensare di riceverne uno preconfezionato, considerando che l’età media di chi fa domanda continua ad aumentare. E nel frattempo non riusciamo a trovare una collocazione per tanti ragazzi». Tra loro, c’è anche il tredicenne congolese che a settembre ha salvato la sua insegnante dall’aggressione di un compagno di classe a Centocelle. «Un ragazzo splendido, non si considera un eroe. Spero che per lui e la sorella si riesca a trovare una famiglia affidataria».
La svolta per Rita e il marito si è presentata proprio quando, ormai ultraquarantenni, hanno dato disponibilità ad accogliere bambini sopra i sette anni: appena quindici giorni dopo è arrivato l’abbinamento con il figlio di nove anni e mezzo. Quasi tre anni sopra l’età media delle adozioni nazionali, due in meno rispetto a quella in cui si manifestano le crisi più intense. «Con i più grandi capita che le famiglie fatichino a comprendere di avere davanti persone con un vissuto. «E più la storia d’origine è complessa, più rischia di esserlo l’inserimento», osserva Anna Guerrieri, presidente del coordinamento Care, rete di associazioni familiari.
La mamma-serva
In casa di Rita, il conflitto era rivolto esclusivamente a lei. «Mi considerava la serva degli uomini della famiglia. Un atteggiamento maschilista legato al modello che aveva conosciuto prima». E se quel vissuto arriva da un altro Paese, ricostruirlo può essere ancora più complesso. «I dossier dei miei figli, ucraina e cambogiano, erano molto scarni», conferma Guerrieri. Il rischio è di arrivare impreparati, anche sul terreno dell’identità: «Diventare genitori di un figlio nero obbliga a confrontarsi con una realtà che non avevamo previsto». Nelle adozioni internazionali, per cui l’Italia è seconda al mondo, si concentra poi una grossa quota di bambini con “bisogni speciali”, definizione riferita a casi diversi: età superiore ai sette anni, traumi, disabilità o presenza di fratelli. Se nel 2016 rappresentavano il 20 per cento del totale, lo scorso anno erano il 70. «L’adozione dall’estero è diventata sussidiaria: i più piccoli restano nel canale nazionale, e qui arrivano le situazioni più complesse. Specie dal Sudamerica e dall’Est Europa», spiega Persona.
Ed è nel post adozione che il sistema mostra un’altra delle sue fragilità: l’accompagnamento si concentra nei primi mesi, per poi attivarsi solo su richiesta della famiglia e, in genere, quando la crisi è già esplosa. Per questo, in collaborazione con enti autorizzati «la Cai ha strutturato un sistema di segnalazione delle criticità», spiega ancora Gatto. «Ma i servizi sono insufficienti» ammette Salerno. «C’è una grave carenza di organico e i tempi per le prese in carico si allungano. Se un minore con disagio deve attendere otto mesi per la valutazione psicofisica, il disagio rischia di aggravarsi. I problemi psichiatrici sono in aumento, ma le comunità terapeutiche in Italia restano pochissime». A salvare la famiglia di Spinelli, alla fine, è stata una neuropsichiatra. «Non era solo nostro figlio ad aver bisogno di aiuto: noi dovevamo imparare a diventare genitori di un bambino con un bagaglio pesante».
Circa metà delle famiglie, denuncia Guerrieri, deve cercare supporto nel privato: «E se per l’adozione internazionale è previsto un contributo economico, per quella nazionale la decisione è rimessa agli enti locali». Si deve ricordare che le crisi non equivalgono a una sentenza. Dopo un periodo di reinserimento in comunità, i due fratelli ucraini hanno trovato una famiglia. E il figlio di Rita, oggi ventiduenne e aspirante comandante dell’Aeronautica, è un ragazzo sereno. «Siamo stati fortunati a incontrarci. Il nostro percorso è stato lungo e pieno di momenti difficili, ma anche di persone che ci hanno aiutato a non arrenderci. Abbiamo imparato a diventare genitori insieme a nostro figlio ed è forse il regalo più grande che ci siamo fatti reciprocamente».
Sul Venerdì del 30 ottobre 2026