✕

A teatro i “Figli” di Mattia Torre: non è ancora un Paese per genitori

I protagonisti di "Figli": da sinistra Carlo De Ruggieri, Silvia D’Amico, Edoardo Pesce, Cristina Pellegrino (foto di Ada Masella) 

Ascolta l'audio

Fausto Paravidino porta sulla scena l’ultimo film scritto dal commediografo morto nel 2019. Protagonista, una coppia che fa una gran fatica a crescere. Come l’Italia?
3 minuti di lettura

Mattia Torre non è vivo ma lotta – va in scena, diverte, commuove, fa pensare – insieme a tutti quelli che gli hanno voluto bene e hanno amato il suo lavoro. Scomparso a soli 47 anni nel 2019, lo scrittore, regista, sceneggiatore, commediografo romano vive ancora in tanti modi: come nel premio Mattia Torre, assegnato ogni anno a giovani autori teatrali; nella traduzione in francese, firmata nientemeno che da Daniel Pennac, di 4 5 6, una delle sue commedie più urticanti (e intraducibili); e ora in Figli, lo spettacolo che debutta in anteprima nazionale l’8 novembre al Comunale di Todi per poi toccare le maggiori piazze italiane (a Roma sarà all’Ambra Jovinelli dal 9 al 20 dicembre).

Figli nasce da una delle ultime cose scritte da Torre, la sceneggiatura dell’omonimo film uscito nel 2020…

Mattia Torre non è vivo ma lotta – va in scena, diverte, commuove, fa pensare – insieme a tutti quelli che gli hanno voluto bene e hanno amato il suo lavoro. Scomparso a soli 47 anni nel 2019, lo scrittore, regista, sceneggiatore, commediografo romano vive ancora in tanti modi: come nel premio Mattia Torre, assegnato ogni anno a giovani autori teatrali; nella traduzione in francese, firmata nientemeno che da Daniel Pennac, di 4 5 6, una delle sue commedie più urticanti (e intraducibili); e ora in Figli, lo spettacolo che debutta in anteprima nazionale l’8 novembre al Comunale di Todi per poi toccare le maggiori piazze italiane (a Roma sarà all’Ambra Jovinelli dal 9 al 20 dicembre).

Figli nasce da una delle ultime cose scritte da Torre, la sceneggiatura dell’omonimo film uscito nel 2020 per la regia di Giuseppe Bonito (non fece in tempo a dirigerlo lui). Sul palco, nei panni di Nicola e Sara (sullo schermo erano Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi), ci sono Edoardo Pesce e Silvia D’Amico: genitori moderni, animati dalle migliori intenzioni, ma schiantati dall’arrivo di un secondo figlio. Assieme a loro, Carlo De Ruggieri e Cristina Pellegrino si alternano a dare voce e volto a tutti gli altri personaggi, il “resto del mondo” che incombe sulla famiglia nucleare sempre sul punto di esplodere.

A dirigere, e prima ancora ad adattare il testo per il teatro, un nome forse inatteso: Fausto Paravidino, drammaturgo e regista dai numerosi successi, ma finora estraneo alla ricchissima cerchia di amici e collaboratori storici di Torre. «Sono sempre alla ricerca di nuovi modi per portare avanti l’opera di Mattia, per non lasciarlo morire» dice Francesca Rocca, moglie dell’autore scomparso e madre dei suoi due figli, che con il produttore Marco Balsamo ha avuto l’idea di portare Figli sulla scena. «Sarebbe stato facile chiederlo ai suoi sodali storici, come Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico (coautori di Boris, ndr), ma è anche giusto che loro si sgancino, e mettere le mani su quello che aveva scritto un fratello scomparso poteva essere troppo doloroso. C’entra anche la metabolizzazione del lutto: accettare che Mattia non c’è più, che un suo testo può essere rielaborato e attualizzato. Ma avevo bisogno di qualcuno che fosse al suo livello. E per questo mi è venuto in mente Fausto».

Paravidino sorride: «Quando mi hanno cercato mi sono stupito, pensavo fossero già al completo». E continua: «Il senso profondo di una storia – What the play is about, dicono gli inglesi – può essere anche nascosto all’autore, che magari ha scritto d’istinto. Ma il regista deve capirlo, scoprirlo, per poter portare tutti nella stessa direzione. Per Figli è stata la mia compagna, con cui ho una bambina di sei anni, a indirizzarmi: guarda che i figli sono loro, i protagonisti adulti! Cioè, Figli è la storia di due persone che, nel momento in cui diventano genitori, si accorgono di non essere ancora grandi. Della loro difficoltà a crescere. Che poi è quella di tanti quarantenni di oggi, e forse di tutti gli italiani».

Per gioco

Così sulla scena tutti gli arredi sono a misura di bimbo: una casa di bambola, un cucinino giocattolo, un telefono con le ruote e i tasti colorati. La prima figlia, una bambina di sei anni, è un burattino ad altezza naturale, a cui Pellegrino dà ogni tanto la voce; il neonato, un bambolotto di pezza. E durante le prove Paravidino dà agli attori l’indicazione di tenere un registro vicino alla favola, o appunto al gioco: nella scena in cui Sara e Nicola si innamorano, continuando a giurarsi di non avere alcuna intenzione di impegnarsi; o quando sognano una mitica Svezia in cui genitori giovani ed energici crescono figli sani, biondi e autonomi, supportati da una robusta rete sociale. Saranno i pianti del piccolo Pietro – “interpretati”, come nel film, dalle note drammatiche della Patetica di Beethoven – a riportarli a una realtà fatta di fatica, notti insonni, solitudine, ruoli di genere difficili da scardinare, pochissimi aiuti dalla famiglia e ancor meno dallo Stato o dalla società. E di dubbi, litigi, voglia di mandare tutto all’aria.

Una realtà molto italiana. Come già in 4 5 6 o in Perfetta, in La linea verticale o in Migliore, la commedia di Torre non rinuncia a uno sguardo politico sul nostro Paese (“un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte” è la citatissima definizione tratta da Boris 3). Paravidino: «La società dei consumi ci vuole tutti bambini, è un grande supermercato che ti chiede solo di desiderare e comprare. Quando poi hai un figlio e devi diventare adulto, scopri di aver bisogno di altro, di un modello di società che tu per primo non sei stato capace di costruire». E Rocca: «Io lavoro come ostetrica in ospedale, e negli occhi delle madri vedo il terrore al momento delle dimissioni. Sanno che i loro compagni dopo pochi giorni di congedo di paternità torneranno alla vita di prima, e loro resteranno per gran parte della giornata da sole. La loro vita è stravolta e nessuno ne sa niente».

Paradossalmente ma non troppo, gli attori aggiungeranno alle parti la loro esperienza di non-genitori. Per Pesce e D’Amico è il primo contatto con la scrittura di Torre, e insieme un ritorno al teatro dopo molto lavoro al cinema e in tv («che fatica e che bellezza», dicono entrambi). Per gli altri due, è ritrovare un autore – e un amico – che avevano accompagnato fin dagli esordi. «È come vedere un germoglio spuntare da una vecchia pianta», dice De Ruggieri. «Una nuova stagione».

Sul Venerdì del 30 ottobre 2026

Leggi i commenti