A teatro i “Figli” di Mattia Torre: non è ancora un Paese per genitori
di Michele GravinoMattia Torre non è vivo ma lotta – va in scena, diverte, commuove, fa pensare – insieme a tutti quelli che gli hanno voluto bene e hanno amato il suo lavoro. Scomparso a soli 47 anni nel 2019, lo scrittore, regista, sceneggiatore, commediografo romano vive ancora in tanti modi: come nel premio Mattia Torre, assegnato ogni anno a giovani autori teatrali; nella traduzione in francese, firmata nientemeno che da Daniel Pennac, di 4 5 6, una delle sue commedie più urticanti (e intraducibili); e ora in Figli, lo spettacolo che debutta in anteprima nazionale l’8 novembre al Comunale di Todi per poi toccare le maggiori piazze italiane (a Roma sarà all’Ambra Jovinelli dal 9 al 20 dicembre).
Figli nasce da una delle ultime cose scritte da Torre, la sceneggiatura dell’omonimo film uscito nel 2020…
Mattia Torre non è vivo ma lotta – va in scena, diverte, commuove, fa pensare – insieme a tutti quelli che gli hanno voluto bene e hanno amato il suo lavoro. Scomparso a soli 47 anni nel 2019, lo scrittore, regista, sceneggiatore, commediografo romano vive ancora in tanti modi: come nel premio Mattia Torre, assegnato ogni anno a giovani autori teatrali; nella traduzione in francese, firmata nientemeno che da Daniel Pennac, di 4 5 6, una delle sue commedie più urticanti (e intraducibili); e ora in Figli, lo spettacolo che debutta in anteprima nazionale l’8 novembre al Comunale di Todi per poi toccare le maggiori piazze italiane (a Roma sarà all’Ambra Jovinelli dal 9 al 20 dicembre).
Figli nasce da una delle ultime cose scritte da Torre, la sceneggiatura dell’omonimo film uscito nel 2020 per la regia di Giuseppe Bonito (non fece in tempo a dirigerlo lui). Sul palco, nei panni di Nicola e Sara (sullo schermo erano Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi), ci sono Edoardo Pesce e Silvia D’Amico: genitori moderni, animati dalle migliori intenzioni, ma schiantati dall’arrivo di un secondo figlio. Assieme a loro, Carlo De Ruggieri e Cristina Pellegrino si alternano a dare voce e volto a tutti gli altri personaggi, il “resto del mondo” che incombe sulla famiglia nucleare sempre sul punto di esplodere.
A dirigere, e prima ancora ad adattare il testo per il teatro, un nome forse inatteso: Fausto Paravidino, drammaturgo e regista dai numerosi successi, ma finora estraneo alla ricchissima cerchia di amici e collaboratori storici di Torre. «Sono sempre alla ricerca di nuovi modi per portare avanti l’opera di Mattia, per non lasciarlo morire» dice Francesca Rocca, moglie dell’autore scomparso e madre dei suoi due figli, che con il produttore Marco Balsamo ha avuto l’idea di portare Figli sulla scena. «Sarebbe stato facile chiederlo ai suoi sodali storici, come Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico (coautori di Boris, ndr), ma è anche giusto che loro si sgancino, e mettere le mani su quello che aveva scritto un fratello scomparso poteva essere troppo doloroso. C’entra anche la metabolizzazione del lutto: accettare che Mattia non c’è più, che un suo testo può essere rielaborato e attualizzato. Ma avevo bisogno di qualcuno che fosse al suo livello. E per questo mi è venuto in mente Fausto».
Paravidino sorride: «Quando mi hanno cercato mi sono stupito, pensavo fossero già al completo». E continua: «Il senso profondo di una storia – What the play is about, dicono gli inglesi – può essere anche nascosto all’autore, che magari ha scritto d’istinto. Ma il regista deve capirlo, scoprirlo, per poter portare tutti nella stessa direzione. Per Figli è stata la mia compagna, con cui ho una bambina di sei anni, a indirizzarmi: guarda che i figli sono loro, i protagonisti adulti! Cioè, Figli è la storia di due persone che, nel momento in cui diventano genitori, si accorgono di non essere ancora grandi. Della loro difficoltà a crescere. Che poi è quella di tanti quarantenni di oggi, e forse di tutti gli italiani».
Per gioco
Così sulla scena tutti gli arredi sono a misura di bimbo: una casa di bambola, un cucinino giocattolo, un telefono con le ruote e i tasti colorati. La prima figlia, una bambina di sei anni, è un burattino ad altezza naturale, a cui Pellegrino dà ogni tanto la voce; il neonato, un bambolotto di pezza. E durante le prove Paravidino dà agli attori l’indicazione di tenere un registro vicino alla favola, o appunto al gioco: nella scena in cui Sara e Nicola si innamorano, continuando a giurarsi di non avere alcuna intenzione di impegnarsi; o quando sognano una mitica Svezia in cui genitori giovani ed energici crescono figli sani, biondi e autonomi, supportati da una robusta rete sociale. Saranno i pianti del piccolo Pietro – “interpretati”, come nel film, dalle note drammatiche della Patetica di Beethoven – a riportarli a una realtà fatta di fatica, notti insonni, solitudine, ruoli di genere difficili da scardinare, pochissimi aiuti dalla famiglia e ancor meno dallo Stato o dalla società. E di dubbi, litigi, voglia di mandare tutto all’aria.
Una realtà molto italiana. Come già in 4 5 6 o in Perfetta, in La linea verticale o in Migliore, la commedia di Torre non rinuncia a uno sguardo politico sul nostro Paese (“un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte” è la citatissima definizione tratta da Boris 3). Paravidino: «La società dei consumi ci vuole tutti bambini, è un grande supermercato che ti chiede solo di desiderare e comprare. Quando poi hai un figlio e devi diventare adulto, scopri di aver bisogno di altro, di un modello di società che tu per primo non sei stato capace di costruire». E Rocca: «Io lavoro come ostetrica in ospedale, e negli occhi delle madri vedo il terrore al momento delle dimissioni. Sanno che i loro compagni dopo pochi giorni di congedo di paternità torneranno alla vita di prima, e loro resteranno per gran parte della giornata da sole. La loro vita è stravolta e nessuno ne sa niente».
Paradossalmente ma non troppo, gli attori aggiungeranno alle parti la loro esperienza di non-genitori. Per Pesce e D’Amico è il primo contatto con la scrittura di Torre, e insieme un ritorno al teatro dopo molto lavoro al cinema e in tv («che fatica e che bellezza», dicono entrambi). Per gli altri due, è ritrovare un autore – e un amico – che avevano accompagnato fin dagli esordi. «È come vedere un germoglio spuntare da una vecchia pianta», dice De Ruggieri. «Una nuova stagione».
Sul Venerdì del 30 ottobre 2026