✕

Com’è profondo il mare

Ascolta l'audio

Per cinque anni il fotografo Giovanni Benvenuto ha seguito l’equipaggio di un peschereccio siciliano che pratica la pesca con la lampara, catturandone le notti tra le onde, la fatica, gli affetti. «Il settore è in crisi e pensare che tutto questo capitale umano e sociale sia destinato a sparire è qualcosa che rattrista»
3 minuti di lettura

«Alla fine, quel pomeriggio di cinque anni fa, siamo tornati a casa senza aver acquistato il pesce, ma con una quindicina di rullini scattati» scherza Giovanni Benvenuto. Ricorda così il giorno in cui ha incontrato i pescatori che avrebbe seguito per i successivi cinque anni e mezzo. Era l’agosto del 2021, si trovava a Trapani in vacanza con la sua ragazza e una mattina si è avvicinato al vecchio porto per comprare del pesce. Poi ha visto le barche rientrare, gli uomini scendere a terra, i loro volti e le loro mani. «Riuscivo a cogliere le loro parole senza ascoltarli, a immaginare le loro vite senza conoscerli». È nato così Sulu u Mari u Sapi (Only the Sea Knows), volume pubblicato da L’Artiere che racconta la vita di una comunità di pescatori attraverso le notti in mare, i rituali del paese, la fatica e gli affetti.

A spingere il fotografo verso questa storia è stato, dice, «il desiderio di trovare una realtà in cui i…

«Alla fine, quel pomeriggio di cinque anni fa, siamo tornati a casa senza aver acquistato il pesce, ma con una quindicina di rullini scattati» scherza Giovanni Benvenuto. Ricorda così il giorno in cui ha incontrato i pescatori che avrebbe seguito per i successivi cinque anni e mezzo. Era l’agosto del 2021, si trovava a Trapani in vacanza con la sua ragazza e una mattina si è avvicinato al vecchio porto per comprare del pesce. Poi ha visto le barche rientrare, gli uomini scendere a terra, i loro volti e le loro mani. «Riuscivo a cogliere le loro parole senza ascoltarli, a immaginare le loro vite senza conoscerli». È nato così Sulu u Mari u Sapi (Only the Sea Knows), volume pubblicato da L’Artiere che racconta la vita di una comunità di pescatori attraverso le notti in mare, i rituali del paese, la fatica e gli affetti.

A spingere il fotografo verso questa storia è stato, dice, «il desiderio di trovare una realtà in cui il lavoro tradizionale e il legame con il territorio fossero ancora parte integrante della vita collettiva». L’ha individuata prima a Trapani e poi a Portopalo di Capo Passero, dove ha iniziato a seguire l’equipaggio del Concetto Padre, un peschereccio che pratica la pesca con la lampara a circuizione. «Alla prima uscita, io e la mia compagna Alice siamo rimasti a bordo dalle quattro del pomeriggio alle quattro del mattino. Ho conquistato la loro fiducia quando mi hanno visto tutto bagnato di sudore» ricorda. Due mesi dopo è tornato al porto con le stampe dei ritratti realizzati quella notte. La stagione era finita, in paese c’era poco da fare. «Per loro era il regalo più grande, non si aspettavano che saremmo tornati».

Negli anni successivi Benvenuto ha partecipato alle feste religiose, ai compleanni, alle cerimonie dei figli dei pescatori. «Volevo che le mie immagini parlassero la loro stessa lingua e per farlo dovevo essere partecipe del loro mondo» spiega. Il mare, del resto, non è soltanto un luogo di lavoro: «Essere pescatori è l’affermazione del proprio essere. Loro si sentono realizzati quando sono in mare e tutta la loro vita dipende da esso». Certo, il progetto prende forma mentre la pesca locale siciliana attraversa una profonda crisi economica, legata, secondo il fotografo, tanto ai fattori ambientali quanto a politiche poco attente alle comunità locali. Il pescato diminuisce, la fatica aumenta e i guadagni si riducono. A esprimere questa visione è Rambo, ovvero Alberto, uno dei pescatori a cui Benvenuto è più legato. Alla fine di ogni stagione, Rambo annuncia che sarà l’ultima. Vorrebbe trasferirsi al Nord, perché il corpo è stanco e il lavoro rende sempre meno. Poi arriva aprile, la stagione ricomincia e lui torna a bordo.

È questa la contraddizione al centro del libro: il mare mette alla prova gli uomini, ma è anche il luogo attraverso cui gli uomini riconoscono sé stessi. I figli dei pescatori accompagnano i padri durante le vacanze estive, ma già da adolescenti si rendono conto delle difficoltà economiche del settore. Anche quando desiderano continuare a lavorare in mare, spesso sono costretti a cercare altre occupazioni. A rischiare di scomparire non è soltanto un’attività economica, ma un patrimonio di conoscenze, gesti e consuetudini trasmessi attraverso la pratica e l’esperienza.

«Pensare che questo capitale umano e sociale sia destinato a lasciare la propria eredità senza che vi sia una nuova generazione in grado di preservarlo è uno degli aspetti più tristi» racconta il fotografo. Che, nel corso del progetto, ha riconosciuto una profonda affinità tra il mestiere del pescatore e il proprio. Entrambi dipendono da condizioni imprevedibili e richiedono pazienza, conoscenza e la capacità di tornare nello stesso luogo senza pretendere di controllare ogni variabile.

«Il bravo pescatore è in primis colui che conosce le acque che naviga: si tratta di una conoscenza basata sull’esperienza e non sulla mera tecnica» osserva Benvenuto. Una convinzione che ha influenzato anche il suo approccio alla fotografia, orientandolo verso una pratica più lenta e artigianale. «Se per i pescatori vale il detto “pescare meno e pescare meglio”, credo che lo stesso principio si debba adottare anche nella fotografia».

Oggi, ripensando a questi anni, l’artista riconosce, accanto alla stanchezza e alla malinconia, una fiducia che non cancella la fragilità, ma convive con essa. «L’amore per il proprio lavoro, per i propri affetti ci permette di affrontare le difficoltà, e al tempo stesso di non smettere di credere in ciò che ci tiene vivi». È questo il messaggio che vorrebbe affidare alle generazioni future: riconoscere il valore di una tradizione senza trasformarla in un’immagine immobile del passato. «Spero che le foto raccolte possano custodire una narrativa del Mediterraneo fatta non di confini ma di empatia e di senso di comunità» conclude.

Sul Venerdì del 6 novembre 2026

Leggi i commenti