Malawi, il ritorno a casa dei disperati
testo e foto di Luciano PerbelliniBALAKA DISTRICT (MALAWI). Quando un autobus entra nel Joyce Chitsulo Stadium di Mwanza, la prima cosa che si vede sono i bagagli. Sacchi, valigie, scatole legate con lo spago, qualche materasso. Poi scendono le persone. Arrivano dal Sudafrica dopo quasi duemila chilometri di strada e, per molti, dopo anni trascorsi lontano dal Malawi. Ho iniziato a fotografarli nei primi giorni di agosto, quando il flusso dei rientri era ormai diventato una macchina organizzativa: autobus, registrazioni, controlli sanitari, polizia, pasti, telefoni da ricaricare, soldi per raggiungere il distretto di origine e poi di nuovo strada.
Il Sudafrica sta attraversando una fase molto dura della sua politica migratoria. Il 7 giugno il presidente Cyril Ramaphosa ha annunciato un piano in cinque punti contro l’immigrazione irregolare, con più controlli, deportazioni, verifiche sui datori di lavoro e frontiere rafforzate. Il governo distingue questa azione dalle violenze xenofobe, che condanna. Per chi vive lì da…
BALAKA DISTRICT (MALAWI). Quando un autobus entra nel Joyce Chitsulo Stadium di Mwanza, la prima cosa che si vede sono i bagagli. Sacchi, valigie, scatole legate con lo spago, qualche materasso. Poi scendono le persone. Arrivano dal Sudafrica dopo quasi duemila chilometri di strada e, per molti, dopo anni trascorsi lontano dal Malawi. Ho iniziato a fotografarli nei primi giorni di agosto, quando il flusso dei rientri era ormai diventato una macchina organizzativa: autobus, registrazioni, controlli sanitari, polizia, pasti, telefoni da ricaricare, soldi per raggiungere il distretto di origine e poi di nuovo strada.
Il Sudafrica sta attraversando una fase molto dura della sua politica migratoria. Il 7 giugno il presidente Cyril Ramaphosa ha annunciato un piano in cinque punti contro l’immigrazione irregolare, con più controlli, deportazioni, verifiche sui datori di lavoro e frontiere rafforzate. Il governo distingue questa azione dalle violenze xenofobe, che condanna. Per chi vive lì da straniero, però, la pressione è arrivata anche da manifestazioni anti-immigrazione, gruppi di vigilantes, minacce nei quartieri e nei luoghi di lavoro, negozi chiusi, persone allontanate dalle case. Le due cose sono distinte, ma finiscono per pesare insieme sulla decisione di restare o andarsene.
Il Malawi ha risposto organizzando un programma di rimpatrio definito ufficialmente volontario. Si è concluso il 12 agosto: 56.723 cittadini malawiani sono stati assistiti nel rientro. Durante l’operazione sono state registrate sette morti. Nei documenti ufficiali il termine è “volontario”, ma sul campo i contorni sono meno netti. Molte delle persone incontrate non erano state costrette fisicamente a salire su un bus. Semplicemente, a un certo punto, non vedevano più la possibilità di rimanere.
Haji Saidi era partito nell’aprile del 2025 per cercare lavoro. Mi racconta che, quando le pressioni contro gli stranieri hanno raggiunto anche le aziende, i datori di lavoro hanno cominciato a licenziare chi non aveva un permesso. Per lui il ritorno è diventato la scelta meno pericolosa. Jacob Solomon, 29 anni, era in Sudafrica dal 2018. A Johannesburg lavorava come custode e guadagnava 3.000 rand (circa 180 euro) al mese. I genitori avevano venduto un pezzo di terra per pagargli il viaggio e lui li aveva poi rimborsati. Quando lo incontro è tornato al villaggio da cui era partito per sfuggire alla povertà. Dice: «Ci hanno cacciati, abbiamo accettato il fatto che non siamo più necessari lì».
Al Joyce Chitsulo Stadium il ritorno viene trasformato in procedure. I bagagli vengono allineati e controllati con cani antidroga. Le persone passano dalla registrazione, dai controlli sanitari e di sicurezza, ricevono un pasto e aspettano il contributo per proseguire. Tra le zone più affollate, quella delle prese elettriche: decine di telefoni collegati insieme, perché dopo giorni di viaggio bisogna chiamare casa, dire che si è arrivati e capire come proseguire.
Lo stadio è anche un luogo sanitario. La parte meno visibile riguarda la salute mentale. Dal personale dello Zomba Mental Hospital, l’unico ospedale pubblico di riferimento del Paese per la psichiatria, raccolgo un dato: circa 190 rientrati hanno manifestato problemi di salute mentale. Meno di dieci sono stati trasferiti a Zomba per ricovero o cure specialistiche. Ho deciso di seguire le persone anche fuori dallo stadio. Da quel momento il lavoro cambia. Gli autobus finiscono, i giubbotti delle organizzazioni umanitarie spariscono e il rientro diventa una faccenda privata. Donne, bambini e bagagli salgono su pick-up diretti verso Salima, Balaka e altri distretti. Per alcuni ci sono ancora sei o sette ore di viaggio. Gli oggetti più pesanti, frigoriferi, divani, mobili, vengono trasportati su camion separati. Poi bisogna recuperarli con carretti, biciclette o qualsiasi mezzo disponibile.
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A Chauluka incontro Alessandra Amosi, 29 anni. Ha vissuto quattro anni tra Johannesburg e Durban. Era partita per aiutare la famiglia, una sorella disabile e suo figlio. È tornata senza risparmi e pensa di aprire una attività a Balaka. Sua madre cucina nel cortile di casa. Il ritorno, lì, è una persona in più dentro un’economia familiare che già vive di poco: cibo da dividere, un reddito che non c’è. A Chiwala, Patrick ha 26 anni ed è tornato dopo l’escalation delle violenze in Sudafrica. Una settimana dopo il rientro, qualcuno ha incendiato la sua casa. Ha perso vestiti, passaporto e il mais conservato per la famiglia. George Chisale mi mostra invece le cicatrici di un’aggressione subita a Johannesburg: era stato accoltellato durante una rapina tornando dal lavoro. Le storie sono diverse e sarebbe sbagliato metterle sotto la stessa etichetta. C’è chi è fuggito da una minaccia, chi ha perso il lavoro, chi non aveva documenti, chi fuori aveva costruito una vita.
Sul bordo di una ferrovia incontro Peter, un giovane con qualifiche tecniche e formazione agricola. Mostra i suoi certificati e poi dice che non trova lavoro. La sua domanda non riguarda il Sudafrica. Riguarda il Malawi: «Abbiamo studiato, ma dove sono le aziende? Dove sono le fabbriche?». Fotografare il ritorno significa accorgersi che il confine non chiude nulla. Per 56.723 persone il viaggio dal Sudafrica è terminato in Malawi, ma il problema che le aveva fatte partire anni prima è ancora lì: trovare un lavoro, sostenere una famiglia, costruire una possibilità.
Sul Venerdì del 6 novembre 2026