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Massimiliano Fuksas: quel che desidero è architettare la pace

Elisa e Massimiliano Fuksas in un frame del film Da tutta la vita. 

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«Il mio mestiere è costruire luoghi in cui la gente viva bene». Lo dice il grande architettoa cui la figlia Elisa ha appena dedicato un film. L’ideatore della Nuvola racconta i progetti che ha realizzato e quelli che nessuno gli ha ancora chiesto
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«Massimilià, vorrei sapere che ci devi fare con tre chili di zenzero. Manco un bar». Roma, mercato di Campo de’ Fiori. La statua di Giordano Bruno a fare da monito: le eresie saranno pure un valore, ma chi le pratica non sempre finisce bene. Il Massimiliano dello zenzero è l’architetto Fuksas che tutti i giorni, uscendo dallo studio di piazza del Monte di Pietà, fa due passi per salutare i suoi amici del banco di frutta e verdura o il fioraio con cui partono discussioni appassionate sulla Roma. Finisce così la chiacchierata con uno dei progettisti italiani che più hanno cambiato l’architettura del secondo Novecento firmando opere, da una parte all’altra del globo, che hanno lasciato un segno forte in ogni contesto urbano in cui sono andate a inserirsi.

A Fuksas è ora dedicato il film Da tutta la vita – firmato dalla figlia Elisa – che dopo la presentazione alla Festa del cinema di Roma inizierà il 3 dicembre un tour nelle città in cui il suo studio ha lavorato. Non un film d’architett…

«Massimilià, vorrei sapere che ci devi fare con tre chili di zenzero. Manco un bar». Roma, mercato di Campo de’ Fiori. La statua di Giordano Bruno a fare da monito: le eresie saranno pure un valore, ma chi le pratica non sempre finisce bene. Il Massimiliano dello zenzero è l’architetto Fuksas che tutti i giorni, uscendo dallo studio di piazza del Monte di Pietà, fa due passi per salutare i suoi amici del banco di frutta e verdura o il fioraio con cui partono discussioni appassionate sulla Roma. Finisce così la chiacchierata con uno dei progettisti italiani che più hanno cambiato l’architettura del secondo Novecento firmando opere, da una parte all’altra del globo, che hanno lasciato un segno forte in ogni contesto urbano in cui sono andate a inserirsi.

A Fuksas è ora dedicato il film Da tutta la vita – firmato dalla figlia Elisa – che dopo la presentazione alla Festa del cinema di Roma inizierà il 3 dicembre un tour nelle città in cui il suo studio ha lavorato. Non un film d’architettura (o almeno non solo), ma un percorso nella storia di un uomo, nella sua intricata vicenda famigliare, nelle sue idee, le sue speranze. Elisa Fuksas ha recuperato anche spezzoni video girati da lei e sua sorella Lavinia da ragazzine, o quelli realizzati durante i cantieri delle opere più celebri. A partire dal Centro congressi di Roma, la Nuvola dell’Eur.

«Con mia moglie Doriana vivevamo a Parigi, e in Francia mi avevano dato il Grand Prix National de l’Architecture Française, nominato Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres, avevo ricevuto pure la Légion d’Honneur. Ma a un certo punto mi sono reso conto che il nostro lavoro stava diventando troppo “professionale”, non riuscivo nemmeno più a dipingere. A quel punto ho chiesto a Doriana: “Riportami a Roma”. Nel film dico: “La più grossa fortuna che ho avuto è stata, quando avevo sei anni, la morte di mio padre”. Che sembra una frase un po’ dura, ma da quell’evento è iniziato il nomadismo mio e della mia famiglia, che mi ha permesso di fare tutto quello che ho fatto. A un certo punto però ho sentito il bisogno di appartenere a un luogo e quel luogo era Roma. Per farlo volevo costruire un edificio importante che mi legasse ancora di più alla città. Questo ha rappresentato la Nuvola per me».

il Nuovo centro congressi “La Nuvola” di Roma. Roland Halbe 

Il problema della casa, di un alloggio accessibile a tutti, è la ragione che sta mobilitando le piazze europee in questi mesi, da Madrid a Parigi, da Milano a Roma. Eccoci a discutere di vetrine spaccate, ma qualcuno sta cercando delle risposte all’emergenza abitativa?

«Già nell’aprile 2020, in piena pandemia, assieme a un gruppo di architetti, medici e ricercatori, inviammo al presidente Mattarella una lettera aperta in cui riflettevamo sull’importanza dell’abitazione come primo luogo di difesa e di protezione per le persone. E parlavamo della necessità di avviare un nuovo piano nazionale, l’ultimo è quello di Fanfani del 1949. Il presidente ci rispose ma al governo non fregò niente».

Come ve le eravate immaginate queste nuove costruzioni?

«Molto diverse dai palazzi che siamo abituati a vivere. Un intero piano dovrebbe essere a disposizione di tutti gli abitanti per fare in modo che, in uno spazio condiviso, si incontrino anziani e giovani e lì si scambino le esperienze. E anche, perché no?, per organizzare delle feste: feste dei bambini, feste degli adolescenti, feste degli anziani, feste intergenerazionali. Poi ci dovrebbero essere delle postazioni per il coworking. E, negli altri piani, le case: appartamenti flessibili che mutano con il mutare di una famiglia. Questo problema l’avevo già affrontato sei anni fa, ma nessuno mi si è filato, nessuno. Poi mi ha chiamato la municipalità di Bilbao a studiare l’argomento e adesso siamo incaricati dalla Spagna per fare alcune analisi di fattibilità. Dall’Italia, il silenzio. Ho contattato il sindaco di Roma, gliel’ho fatto vedere, ma nulla. Sembra che quello che faccio non interessi a nessuno. Come se non facessi parte di questo mondo, come se fossi un estraneo. Anche se dici che non vuoi i soldi, non vuoi nulla, solo dare una mano».

Forse perché i grandi nomi dell’architettura ci hanno abituato al fatto che quando progettano abitazioni sono condomini di lusso per ultraricchi. Il caso Milano è sotto gli occhi di tutti.

«Quello è il mondo dei miei nemici giurati. Oggi è necessario pensare a una casa flessibile, che costa poco e che sia accessibile a tutti».

Lei sarebbe disposto a fare dei palazzi a basso prezzo?

«Lo sto già facendo a Bilbao. È questa la sfida attuale: dimostrare che si può costruire buona architettura low budget. La parola d’ordine, ripeto, è flessibilità. L’industrializzazione delle costruzioni – non la prefabbricazione – se applicata con criteri innovativi può aiutarci a contenere i costi».

La Nuvola dell’Eur è nata per segnare la fine della sua vita nomade. Le piacerebbe appartenere a un luogo, oltre che con un’opera che ha ridisegnato la vocazione di un intero quartiere, anche con delle case destinate alle classi medio-basse? Vuole fare un appello al sindaco?

«Gualtieri lo sa perché gliel’ho già detto. Ma vale la pena di ritentare. Anche se in questa città come e dove costruire non lo decide tanto il sindaco quanto la grande proprietà fondiaria e immobiliare… Comunque io sono qui, aspetto una chiamata».

Bao’an International Airport, Terminal 3, di Shenzhen, Cina 

Più degli artisti, più degli scrittori, infinitamente più dei poeti, gli architetti hanno sempre dovuto avere un rapporto stretto con il potere anche quando è rappresentato da autocrati e dittatori. Come ci si regola?

«Ci facciamo continuamente i conti. Pensi che l’aeroporto russo di Gelendzhik, sul Mar Nero, è stato inaugurato pochi giorni prima dell’invasione di Putin dell’Ucraina. Ma abbiamo assistito, mentre i nostri edifici erano in fase di realizzazione, anche ai rivolgimenti politici a Tbilisi, in Georgia, e in altre parti del mondo. Il progetto di The Line, la città lineare in Arabia Saudita, per il momento è fermo dopo il bombardamento dell’aeroporto di Riad dello scorso ottobre e per la grande incertezza che si vive in Medio Oriente a causa della guerra in Iran. Per rispondere alla sua domanda: l’architettura è l’arte della pace, non è l’arte della guerra. È, per dirla ancora più chiaramente, un’arte che progetta i luoghi per far vivere bene la gente: luoghi in cui la gente si incontra, non si spara».

Impossibile lavorare solo nei Paesi democratici?

«Il mondo è questo, il mondo è di una violenza incredibile. Pure l’Europa sta diventando un continente autoritario, anche a causa delle destre estreme che avanzano in ogni Paese: l’Italia, la Spagna, la Polonia, la Germania…».

Quindi costruire luoghi di pace.

«Sì, creare dei luoghi dove la gente dialoga, parla, sperando così di fermare la valanga che arriva. La Cina è un Paese autoritario? Certo, ma, se ci pensa, è un Paese che riesce a produrre, a costruire, a far vivere meglio le persone. Questo per dire che è estremamente difficile stabilire i limiti di ciò che è davvero democratico. Ed è sempre stato così. L’Atene di Pericle era democratica? Su un territorio abitato da circa 300 mila persone solo un decimo aveva diritto di voto. Ne erano escluse le donne, gli stranieri residenti e ovviamente gli schiavi».

Cosa la preoccupa di più in questo momento?

«L’enorme ingiustizia sociale: il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale possiede circa tre quarti della ricchezza globale, mentre la metà più povera, quattro miliardi di persone, ne detiene appena il due per cento. I prestiti delle banche sono destinati solo a chi i soldi li ha per fare altri soldi, a tutti gli altri niente. L’ingiustizia del mondo prima o poi esploderà, non puoi tenerla, non puoi arginarla».

Il ragazzino povero Massimiliano Fuksas è ancora incazzato coi ricchi?

«Non con i ricchi, col sistema, sbagliato, della ricchezza. Nel mio libro È stato un caso racconto un episodio personale. A 17 anni decisi di andare a vivere da solo. Dipingevo e avevo pochissimi soldi. Trovai un piccolo appartamento a diecimila lire al mese, io tra una cosa e l’altra riuscivo a guadagnarne 70 mila. Quindi il mio affitto era un settimo dello stipendio. Oggi invece? Supera abbondantemente il cento per cento. Un sistema così ingiusto non può funzionare. La gente non può più acquistare una casa, avere una certa tranquillità, comprare libri, andare al cinema o al museo con i figli. Una società non può permettersi che la gente viva così male. L’ingiustizia non può essere la guida di una società».

Torniamo all’architettura. Nel film lei confessa a sua figlia Elisa che uno dei suoi principi è “dimenticare”…

«Sì, dimenticare il giorno dopo quello che ho fatto il giorno prima per non fare sempre lo stesso progetto. Non parlo solo di forma, ma dei concetti che mi muovono e sono alla base di un lavoro. Ricomincio sempre da capo».

Eppure se un edificio è suo si riconosce a distanza.

«Ma io non faccio nulla per rendere riconoscibile la signature, la firma. Tutte le cose che ho fatto nascono da una riflessione sul luogo, su quel momento, su chi sei tu e chi sono gli altri. Per me la geografia è più importante della storia. Un libro che mi ha molto influenzato è Le vie dei canti, in cui Bruce Chatwin racconta della trasmissione orale della conoscenza nelle tribù australiane».

Certamente di grande riconoscibilità è l’aver rotto la scatola dell’edificio, la sua architettura va oltre la geometria euclidea.

«Ho messo a confronto l’architettura cartesiana con i frattali molto prima dell’intelligenza artificiale. Tutto nasce dai miei studi sulla meccanica quantistica».

Raramente la sentiamo parlare di ecoarchitettura. Un tema che non la appassiona?

«Non mi appassiona chi su questo argomento si riempie la bocca facendo la parte dell’eroe. Ci mancherebbe altro se, costruendo oggi un nuovo edificio, un architetto non considerasse tutte le tecnologie a disposizione per consumare meno energia, per sfruttare le correnti d’aria come termoregolatore e per avere il minor impatto possibile presente e futuro. Non mi sentirete mai dire “quanto sono bravo ad aver fatto questo e quest’altro”, è il minimo sindacale. Il mio mestiere, in fondo, è solo quello di far vivere meglio gli altri».

Nel 2000 diede come tema della sua Biennale di Venezia Less Aesthetics More Ethics, meno estetica più etica. È ancora d’attualità?

«Purtroppo sì. Dell’estetica non me ne frega niente, ma se al mondo facessimo delle iniezioni di etica sarebbe meglio per tutti. Sul grande schermo che apriva quella Biennale avevamo mostrato i video dei migranti che andavano da una parte all’altra del Sahara, quelli che scappavano da guerre e povertà, i supermercati assurdi delle società occidentali, l’overtourism. Tutti fenomeni che negli anni successivi sarebbero diventati centrali. E non perché io sia uno che fa vaticini…».

plastico per il progetto The Line in Arabia Saudita 

Non le è mai piaciuto fare l’archistar pensosa e distante?

«Una volta il nostro amico Giorgio Armani disse a me e Doriana: “Perché voi non ve la tirate?”. Io gli risposi: “Sono romano, mica milanese”. Le racconto un episodio che mi ha toccato molto. Un giorno di qualche anno fa, camminando per via dei Giubbonari mi accosta un “monnezzaro” sul camioncino dell’Ama. Si sporge e mi dice: “Archité ma quando la finisce ’sta Nuvola?”. Io gli rispondo: “È finita, se vuole le offro un caffè”. Fermò il camioncino in mezzo alla strada e andammo al bar dove il caffè me lo offrì lui. È stata una soddisfazione enorme perché vuol dire che quel progetto era diventato qualcosa a cui stava partecipando l’intera città, e non un tema da dibattito di qualche intellettuale».

Ha appena citato Armani. Per lui avete realizzato quattro edifici commerciali a New York, Hong Kong, Shanghai e Giza. Com’era il vostro rapporto?

«Era molto contento di quegli edifici. E adorava Doriana, una volta scherzando disse che l’avrebbe voluta sposare lui. Era intelligentissimo. Chiedeva sempre di non spendere una grande quantità di soldi, ma sopra ogni cosa amava la bellezza. E Doriana lo fregava sempre: gli presentava due progetti e gli diceva: “Scegli quello che ti piace di più”. Puntualmente era quello che preferivamo anche noi: se gli facevi vedere una cosa bella, lui voleva quella».

Nel film confessa: “Ho fatto Fuksas per tutta la vita”. Che cosa significa?

«È un gioco che faccio da anni. Quando la sera torno a casa dico: “Anche oggi ho fatto Fuksas tutto il giorno”. A questo punto devo raccontare una storia di quando ero ragazzino».

Prego.

«Rimasto orfano di mio padre a sei anni, io e mia madre vivevamo con pochissimi soldi in una casa al Gianicolo. Un giorno, ero in terza elementare, esco da scuola e a prendermi arrivò un macchinone nero con l’autista. Dentro c’era mia madre e partimmo. Prima tappa Rimini, dormimmo al Grand Hotel, era la mia prima volta in un albergo, e lì scoprii cos’era il lusso. Il marito di mia nonna paterna aveva deciso di prendersi cura di noi portandoci in un castello di proprietà della famiglia in Austria. Vissi lì, con mia madre che faceva avanti e indietro con Roma, per due anni. Stavo sempre sostanzialmente da solo, per compagnia avevo una gatta e un cane. Non mi facevano incontrare nessuno, poco anche i compagni di classe. Questo per dire che io sono abituato alla solitudine. Può sembrare che sia un grande caciarone, l’amicone di tutti, però non è vero. In questo mi aiuta la città. A Roma non te la puoi tirare. Qui hanno visto passare gli imperatori, i papi, i re, hanno visto guerre, sconfitte, disastri, rinascite. Raccontava Monica Vitti che una volta andò all’Olimpico con Gregory Peck. Dalla curva un tifoso iniziò a chiamarlo: “Gregory, Gregory, Gregory”. Lui tutto contento si girò. E quello: “Hai fatto i soldi eh”. In un posto così che vuoi tirartela… Ora andiamo a farci due passi a Campo de’ Fiori, ché salutiamo insieme qualche amico».

Sul Venerdì del 6 novembre 2026

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