ROMA. «Sono anni che non voto...» scrolla il capo Marcellino di dietro la cassa. Più laconica non potrebbe essere la sentenza di sfiducia in vista della prossima scadenza elettorale pronunciata dal proprietario del bar San Calisto, storico punto di riferimento e ritrovo che ha abbeverato generazioni di romani e di turisti nell'omonima piazza di Trastevere; a suo tempo scelto anche da Walter Veltroni come location di uno dei suoi promo elettorali. Ma che da allora la capitale abbia imboccato un tunnel di cui non si vede il termine è una percezione diffusa non solo tra gestori e avventori dei tavoli nel centro storico. Pure Anna, di dietro il suo banco di pesce al mercato di San Giovanni di Dio, si schermisce sbottando che di politica «non vuole sentir parlare» e a votare «non ci pensa nemmeno». Piuttosto è al Quadraro, quartiere dai tetti bassi della periferia Sudest ai margini con la popolosissima Cinecittà, che negli ultimi anni ha visto incrementare la presenza di giovani e artisti quanto quella di dettaglianti stranieri (sia asiatici che latinoamericani), che Mauro rileva la «crescente simpatia per i grillini» tra i clienti della sua officina.
Le due città di Roma. 2.769 anni di storia il prossimo 21 aprile; 2,8 milioni di abitanti; 2,3 milioni di elettori divisi in 15 municipi: finora a Roma solo un cittadino su due si dice intenzionato a votare nelle prossime elezioni; meno ancora del 52 per cento che ha votato alle europee 2014. Questo il dato saliente di tutti i sondaggi: che attesta, sì, le difficoltà della politica, ma ancor più le lacune amministrative che affliggono la capitale. Perché è prima di tutto Roma a esser divisa in due. C'è la Roma capitale chiusa all'interno delle mura aureliane: coi suoi palazzi istituzionali, le sedi diplomatiche, gli edifici ecclesiastici, la popolazione di tecnici e funzionari non residenti, gli affitti spropositati e il traffico limitato. E c'è la Roma quotidiana dei quartieri ad alta densità abitativa della cintura periferica: con la sua domanda inevasa di servizi pubblici, assistenza alla persona, alloggio, mobilità. La Roma del Giubileo, della grandi opere, degli scandali come Mafia Capitale che occupano le prime pagine insieme alle trame politiche per le elezioni e quella dei bus scassati, del traffico, le tangenti sugli appalti stradali (a metà dicembre alcuni arresti), le buche e la monnezza per strada, i cantieri ininterrotti, i borseggi e le odissee agli sportelli pubblici.
Due Rome, ma dai mali comuni. Roma capitale, istituita dal governo Berlusconi nel 2010 – sindaco Gianni Alemanno – con l'esenzione dai 22 miliardi di debito grazie a quello che la Corte dei conti ha definito un «unicum giuridico»: debito comunque da restituire a rate previste a oggi fino al 2048 in concorso tra Stato e Comune a suon di addizionali municipali Irpef e tasse di imbarco degli scali di Ciampino e Fiumicino. Sennonché nel frattempo la voragine si è riaperta: l'azienda dei trasporti pubblici Atac è stata salvata a agosto con l'ennesima ricapitalizzazione da 40 milioni di euro, mentre a quella della nettezza urbana Ama in settembre è stato affidato il servizio integrato dei rifiuti fino al 2030, per un ammontare di 11 miliardi (salvo dare mandato con la medesima delibera per la ricerca di un partner privato). Elementi che inducono il segretario radicale ed ex consigliere comunale Riccardo Magi – che l'ex pd Pippo Civati vorrebbe candidato sindaco – a indicare tre problemi chiave per il futuro: «La gestione delle municipalizzate, quella dei servizi alla persona e del sistema delle cooperative e infine la questione degli investimenti e delle opere pubbliche». Perché la Roma che nei giorni scorsi ha presentato il logo della candidatura alle Olimpiadi del 2024 (un Colosseo tricolore stilizzato) è la stessa città in cui la metro C non riesce a vedere fine ai lavori e i costi; così come i cantieri aperti della città dello sport a Tor Vergata progettata dall'architetto spagnolo Santiago Calatrava (costata finora 200 milioni ma che necessita di almeno altri 400), la Nuvola di Massimiliano Fuksas all'Eur e la Nuova Fiera, il cui progetto si fondava sulla stima di aumento del mercato fieristico del 1.000 (mille) per cento, poi mandato a picco dalla crisi.
Anche la Roma capitale e del Giubileo sconta gli stessi problemi di ordinaria amministrazione che affliggono la città dal centro alle periferie. «Al ponte di inizio Giubileo non ci stava nessuno; quest'anno sono mancati soprattutto i turisti», lamentano ristoratori e commercianti del centro accusando i blocchi del traffico e l'allarme terrorismo che hanno vanificato le aspettative suscitate dall'apertura di porte sante e la distribuzione di indulgenze. Al tempo stesso, le stazioni di carabinieri e polizia si rammaricano del fatto che l'allerta terrorismo distragga personale rispetto al contrasto alla microcriminalità, «specialmente il borseggio e altri reati contro il patrimonio». Perché Roma è la città di Mafia Capitale e del clan Casamonica, delle grandi operazioni che occupano le prime pagine con 10 arresti per cui occorrono 6 mesi, «ma io faccio un arresto ogni tre giorni», confida un milite in borghese lamentando anche il «malcostume civile di chi viene fermato senza cintura e invece di ammettere che ha sbagliato ci insulta perché non pensiamo a criminali».
Dal centro alla periferia, passando per le strade sgangherate e le forze dell'ordine, per la Roma quotidiana dei problemi di mobilità e la domanda di servizi, il problema principale è insomma «quello della manutenzione della città, che investe ovviamente anche le municipalizzate», come rileva l'ex presidente del X municipio Sandro Medici. Che a questo proposito evidenzia come in alcuni quartieri delle periferie le forme di autogestione svolgano ormai «un ruolo di supplenza sociale rispetto all'estinzione delle funzioni pubbliche». Casi come la ludoteca delle mamme di Tor Bella Monaca, le Officine Zero di Portonaccio (invendute da Fs e occupate generando nuove attività lavorative) o la mensa di Cinecittà bene comune: dove fa volontariato Raffaella, che alla sera lavora invece in una birreria di Trastevere e confida «qualche preoccupazione» per la dilagante propensione nei riguardi dei 5 stelle da parte dei coetanei di sinistra.
Tra certezza di ballottaggio e vaghezza di rinvio. Peculiarità del movimento grillino a Roma, infatti, è non solo quella di racimolare elettori delusi di sinistra quanto di destra, ma anche essere oggetto di una sorta di «entrismo» vecchia maniera da parte dei militanti; ad esempio dei sindacati di base, ma anche di alcuni centri sociali. Territorio di queste dinamiche sono sempre le periferie. Al netto dell'exploit del Pd renziano alle europee 2014, che per altro si è avvantaggiato dello sfondamento in quartieri ricchi come Parioli e centro storico, alle politiche e le amministrative del 2013 il movimento grillino era arrivato a poche migliaia di voti dalla vittoria nei quartieri di Tor Vergata, Tor Bella Monaca, Prenestino. La cosa non è sfuggita al Pd e al suo commissario, Matteo Orfini, che si propone di «rimettere radici nelle periferie». Ma che la chiusura di 35 circoli e la costituzione di parte civile nel processo per Mafia Capitale siano bastati alla città per «comprendere» e soprattutto condividere l'azione del partito – come vorrebbe Orfini – non è affatto detto. Anzi. Tra astensionismo e proliferazione delle liste il ballottaggio è una certezza. La questione è tra chi.
Il solo grande vantaggio del Pd e della destra rispetto ai 5 Stelle è rappresentato dalle 233 autocandidature al Campidoglio (compresi i quattro consiglieri uscenti) in gran parte «sconosciute» per ammissione dello stesso direttivo incaricato di vagliarle. Scelta che trasmette l'impressione che Grillo e soci riusciranno ad accollarsi la bega capitale solo – o persino – loro malgrado. Insieme alla carica dei 233 grillini, per un posto al ballottaggio concorre anche Giorgia Meloni, che nei sondaggi riscuote più consensi dei partiti di centrodestra (compresa Lega) che la sosterrebbero. Berlusconi le preferirebbe Bruno Vespa, che però avrebbe declinato il pressing. Così come prima di lui ha già fatto Franco Frattini; allungando la lista dei dinieghi che vede comunque in vantaggio il Pd con il presidente del Coni Giovanni Malagò, Andrea Riccardi della comunità di Sant'Egidio, il ministro degli esteri Gentiloni e il presidente delle Regione Nicola Zingaretti. In pista invece Stefano Fassina per Sinistra italiana. Sebbene già qui il discorso si complichi, dal momento che in Sel c'è chi vedrebbe con favore la riproposizione della coalizione col Pd che vinse con Marino e governa in Regione con Zingaretti; prospettiva che dovrebbe essere vista con favore anche dalla sinistra Pd di rito post bersaniano. Ostinatamente in corsa anche Alfio Marchini, che si narra intenda così onorare le due promesse fatte in punto di morte al nonno Alfio senior – quella adempiuta di aiutare Massimo (D'Alema) ad arrivare a Palazzo Chigi e quella di ridare a Roma parte di quanto Roma ha dato alla famiglia – ma che rimane inviso al Meloni e Salvini nel centrodestra ed è stato giudicato «non in partita» anche da Renzi a nome del centrosinistra.
Un candidato con targa Pd. Il premier ne avrebbe piuttosto bisogno per disputare in modo onorevole la sfida. Ragion per cui ha ripetutamente sondato Roberto Giachetti. Il vicepresidente della Camera avrebbe il vantaggio di conoscere la macchina cittadina in quanto ex capo gabinetto del sindaco Rutelli, essere di sicura lealtà renziana e abbastanza di lungo corso politico da giocarsela coi dilettanti grillini e con la più scafata destra romanesca. Lui però si è sempre schermito obiettando che da ex radicale non otterrebbe mai il nulla osta vaticano. Ulteriori frecce nella faretra del leader dem sarebbero la direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer, dal cognome certo capace di dare qualche dispiacere alla concorrenza di sinistra, ma che per lo stesso motivo forse potrebbe declinare una coalizione senza la medesima e magari coi centristi sia nuovi che vecchi, e l'eurodeputato da 400 mila preferenze David Sassoli; anche se una parte dei fedelissimi della Leopolda caldeggia il nome del sovrintendente del Teatro dell'Opera di Roma Carlo Fuortes per le sue capacità di manager culturale, che però non sono le sole che occorrono alla capitale e al tempo stesso non sarebbero altrettanto ben remunerate come sindaco. E comunque in casa Pd van sempre fatte le primarie, in occasione di cui Marino potrebbe rimanere una mina vagante difficile da disinnescare d'imperio se non sopraggiungesse un provvidenziale avviso si garanzia. Nel cassetto di Palazzo Chigi ci sarebbe l' extrema ratio di disporre un rinvio delle elezioni col pretesto del Giubileo e gli annessi problemi di sicurezza – «tecnicamente possibile» con un decreto ad hoc del consiglio dei ministri, come si è lasciato scappare il sottosegretario agli interni Filippo Bubbico – nel caso in cui il Vaticano e gli scenari geopolitici si prestassero a far da sponda e sfondo. Se non fosse che finora il Giubileo langue, a dir poco.
(8 gennaio 2016)
Le due città di Roma. 2.769 anni di storia il prossimo 21 aprile; 2,8 milioni di abitanti; 2,3 milioni di elettori divisi in 15 municipi: finora a Roma solo un cittadino su due si dice intenzionato a votare nelle prossime elezioni; meno ancora del 52 per cento che ha votato alle europee 2014. Questo il dato saliente di tutti i sondaggi: che attesta, sì, le difficoltà della politica, ma ancor più le lacune amministrative che affliggono la capitale. Perché è prima di tutto Roma a esser divisa in due. C'è la Roma capitale chiusa all'interno delle mura aureliane: coi suoi palazzi istituzionali, le sedi diplomatiche, gli edifici ecclesiastici, la popolazione di tecnici e funzionari non residenti, gli affitti spropositati e il traffico limitato. E c'è la Roma quotidiana dei quartieri ad alta densità abitativa della cintura periferica: con la sua domanda inevasa di servizi pubblici, assistenza alla persona, alloggio, mobilità. La Roma del Giubileo, della grandi opere, degli scandali come Mafia Capitale che occupano le prime pagine insieme alle trame politiche per le elezioni e quella dei bus scassati, del traffico, le tangenti sugli appalti stradali (a metà dicembre alcuni arresti), le buche e la monnezza per strada, i cantieri ininterrotti, i borseggi e le odissee agli sportelli pubblici.
Due Rome, ma dai mali comuni. Roma capitale, istituita dal governo Berlusconi nel 2010 – sindaco Gianni Alemanno – con l'esenzione dai 22 miliardi di debito grazie a quello che la Corte dei conti ha definito un «unicum giuridico»: debito comunque da restituire a rate previste a oggi fino al 2048 in concorso tra Stato e Comune a suon di addizionali municipali Irpef e tasse di imbarco degli scali di Ciampino e Fiumicino. Sennonché nel frattempo la voragine si è riaperta: l'azienda dei trasporti pubblici Atac è stata salvata a agosto con l'ennesima ricapitalizzazione da 40 milioni di euro, mentre a quella della nettezza urbana Ama in settembre è stato affidato il servizio integrato dei rifiuti fino al 2030, per un ammontare di 11 miliardi (salvo dare mandato con la medesima delibera per la ricerca di un partner privato). Elementi che inducono il segretario radicale ed ex consigliere comunale Riccardo Magi – che l'ex pd Pippo Civati vorrebbe candidato sindaco – a indicare tre problemi chiave per il futuro: «La gestione delle municipalizzate, quella dei servizi alla persona e del sistema delle cooperative e infine la questione degli investimenti e delle opere pubbliche». Perché la Roma che nei giorni scorsi ha presentato il logo della candidatura alle Olimpiadi del 2024 (un Colosseo tricolore stilizzato) è la stessa città in cui la metro C non riesce a vedere fine ai lavori e i costi; così come i cantieri aperti della città dello sport a Tor Vergata progettata dall'architetto spagnolo Santiago Calatrava (costata finora 200 milioni ma che necessita di almeno altri 400), la Nuvola di Massimiliano Fuksas all'Eur e la Nuova Fiera, il cui progetto si fondava sulla stima di aumento del mercato fieristico del 1.000 (mille) per cento, poi mandato a picco dalla crisi.
Anche la Roma capitale e del Giubileo sconta gli stessi problemi di ordinaria amministrazione che affliggono la città dal centro alle periferie. «Al ponte di inizio Giubileo non ci stava nessuno; quest'anno sono mancati soprattutto i turisti», lamentano ristoratori e commercianti del centro accusando i blocchi del traffico e l'allarme terrorismo che hanno vanificato le aspettative suscitate dall'apertura di porte sante e la distribuzione di indulgenze. Al tempo stesso, le stazioni di carabinieri e polizia si rammaricano del fatto che l'allerta terrorismo distragga personale rispetto al contrasto alla microcriminalità, «specialmente il borseggio e altri reati contro il patrimonio». Perché Roma è la città di Mafia Capitale e del clan Casamonica, delle grandi operazioni che occupano le prime pagine con 10 arresti per cui occorrono 6 mesi, «ma io faccio un arresto ogni tre giorni», confida un milite in borghese lamentando anche il «malcostume civile di chi viene fermato senza cintura e invece di ammettere che ha sbagliato ci insulta perché non pensiamo a criminali».
Dal centro alla periferia, passando per le strade sgangherate e le forze dell'ordine, per la Roma quotidiana dei problemi di mobilità e la domanda di servizi, il problema principale è insomma «quello della manutenzione della città, che investe ovviamente anche le municipalizzate», come rileva l'ex presidente del X municipio Sandro Medici. Che a questo proposito evidenzia come in alcuni quartieri delle periferie le forme di autogestione svolgano ormai «un ruolo di supplenza sociale rispetto all'estinzione delle funzioni pubbliche». Casi come la ludoteca delle mamme di Tor Bella Monaca, le Officine Zero di Portonaccio (invendute da Fs e occupate generando nuove attività lavorative) o la mensa di Cinecittà bene comune: dove fa volontariato Raffaella, che alla sera lavora invece in una birreria di Trastevere e confida «qualche preoccupazione» per la dilagante propensione nei riguardi dei 5 stelle da parte dei coetanei di sinistra.
Tra certezza di ballottaggio e vaghezza di rinvio. Peculiarità del movimento grillino a Roma, infatti, è non solo quella di racimolare elettori delusi di sinistra quanto di destra, ma anche essere oggetto di una sorta di «entrismo» vecchia maniera da parte dei militanti; ad esempio dei sindacati di base, ma anche di alcuni centri sociali. Territorio di queste dinamiche sono sempre le periferie. Al netto dell'exploit del Pd renziano alle europee 2014, che per altro si è avvantaggiato dello sfondamento in quartieri ricchi come Parioli e centro storico, alle politiche e le amministrative del 2013 il movimento grillino era arrivato a poche migliaia di voti dalla vittoria nei quartieri di Tor Vergata, Tor Bella Monaca, Prenestino. La cosa non è sfuggita al Pd e al suo commissario, Matteo Orfini, che si propone di «rimettere radici nelle periferie». Ma che la chiusura di 35 circoli e la costituzione di parte civile nel processo per Mafia Capitale siano bastati alla città per «comprendere» e soprattutto condividere l'azione del partito – come vorrebbe Orfini – non è affatto detto. Anzi. Tra astensionismo e proliferazione delle liste il ballottaggio è una certezza. La questione è tra chi.
Il solo grande vantaggio del Pd e della destra rispetto ai 5 Stelle è rappresentato dalle 233 autocandidature al Campidoglio (compresi i quattro consiglieri uscenti) in gran parte «sconosciute» per ammissione dello stesso direttivo incaricato di vagliarle. Scelta che trasmette l'impressione che Grillo e soci riusciranno ad accollarsi la bega capitale solo – o persino – loro malgrado. Insieme alla carica dei 233 grillini, per un posto al ballottaggio concorre anche Giorgia Meloni, che nei sondaggi riscuote più consensi dei partiti di centrodestra (compresa Lega) che la sosterrebbero. Berlusconi le preferirebbe Bruno Vespa, che però avrebbe declinato il pressing. Così come prima di lui ha già fatto Franco Frattini; allungando la lista dei dinieghi che vede comunque in vantaggio il Pd con il presidente del Coni Giovanni Malagò, Andrea Riccardi della comunità di Sant'Egidio, il ministro degli esteri Gentiloni e il presidente delle Regione Nicola Zingaretti. In pista invece Stefano Fassina per Sinistra italiana. Sebbene già qui il discorso si complichi, dal momento che in Sel c'è chi vedrebbe con favore la riproposizione della coalizione col Pd che vinse con Marino e governa in Regione con Zingaretti; prospettiva che dovrebbe essere vista con favore anche dalla sinistra Pd di rito post bersaniano. Ostinatamente in corsa anche Alfio Marchini, che si narra intenda così onorare le due promesse fatte in punto di morte al nonno Alfio senior – quella adempiuta di aiutare Massimo (D'Alema) ad arrivare a Palazzo Chigi e quella di ridare a Roma parte di quanto Roma ha dato alla famiglia – ma che rimane inviso al Meloni e Salvini nel centrodestra ed è stato giudicato «non in partita» anche da Renzi a nome del centrosinistra.
Un candidato con targa Pd. Il premier ne avrebbe piuttosto bisogno per disputare in modo onorevole la sfida. Ragion per cui ha ripetutamente sondato Roberto Giachetti. Il vicepresidente della Camera avrebbe il vantaggio di conoscere la macchina cittadina in quanto ex capo gabinetto del sindaco Rutelli, essere di sicura lealtà renziana e abbastanza di lungo corso politico da giocarsela coi dilettanti grillini e con la più scafata destra romanesca. Lui però si è sempre schermito obiettando che da ex radicale non otterrebbe mai il nulla osta vaticano. Ulteriori frecce nella faretra del leader dem sarebbero la direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer, dal cognome certo capace di dare qualche dispiacere alla concorrenza di sinistra, ma che per lo stesso motivo forse potrebbe declinare una coalizione senza la medesima e magari coi centristi sia nuovi che vecchi, e l'eurodeputato da 400 mila preferenze David Sassoli; anche se una parte dei fedelissimi della Leopolda caldeggia il nome del sovrintendente del Teatro dell'Opera di Roma Carlo Fuortes per le sue capacità di manager culturale, che però non sono le sole che occorrono alla capitale e al tempo stesso non sarebbero altrettanto ben remunerate come sindaco. E comunque in casa Pd van sempre fatte le primarie, in occasione di cui Marino potrebbe rimanere una mina vagante difficile da disinnescare d'imperio se non sopraggiungesse un provvidenziale avviso si garanzia. Nel cassetto di Palazzo Chigi ci sarebbe l' extrema ratio di disporre un rinvio delle elezioni col pretesto del Giubileo e gli annessi problemi di sicurezza – «tecnicamente possibile» con un decreto ad hoc del consiglio dei ministri, come si è lasciato scappare il sottosegretario agli interni Filippo Bubbico – nel caso in cui il Vaticano e gli scenari geopolitici si prestassero a far da sponda e sfondo. Se non fosse che finora il Giubileo langue, a dir poco.
(8 gennaio 2016)