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Dylan spiegato ai ragazzini. Con l'aiuto di Greil Marcus

Al di là del suo splendore musicale, il perfetto poeta contemporaneo ci affascina da decenni. Ma come si fa a dire perché? La sfida è grande. Seguite il consiglio del suo sommo cultore. Semplice
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Il fioretto dev'essere di non pronunciare mai la frase: «Personaggi come quelli, non ne nascono più!». Non è giusto. Anzi è sbagliato. È passatismo. Paternalismo. Perché può capitare che un figlio teenager ascolti per sbaglio un pezzo di Bob Dylan su Spotify, ne resti incuriosito e, prima di affidarsi a Google, riconoscendo qualcosa di familiare per come risuona attraverso la porta dello studio del padre, vada a cercare, con l'indolenza del caso, notizie al riguardo. Chi diavolo è questo Dylan? Non è mica male. E come mai tu non hai mai smesso di sentirlo? Soprattutto, perché voi della vostra età ne parlate sempre con quel tono compiaciuto, alzate gli occhi al cielo se qualcuno lo chiama «cantante» e quando passano una sua canzone alla radio vi scambiate sguardi ammiccanti, come foste tutti membri dello stesso servizio segreto? Mica è facile. Vai a trovare qualche risposta suff…
Il fioretto dev'essere di non pronunciare mai la frase: «Personaggi come quelli, non ne nascono più!». Non è giusto. Anzi è sbagliato. È passatismo. Paternalismo. Perché può capitare che un figlio teenager ascolti per sbaglio un pezzo di Bob Dylan su Spotify, ne resti incuriosito e, prima di affidarsi a Google, riconoscendo qualcosa di familiare per come risuona attraverso la porta dello studio del padre, vada a cercare, con l'indolenza del caso, notizie al riguardo. Chi diavolo è questo Dylan? Non è mica male. E come mai tu non hai mai smesso di sentirlo? Soprattutto, perché voi della vostra età ne parlate sempre con quel tono compiaciuto, alzate gli occhi al cielo se qualcuno lo chiama «cantante» e quando passano una sua canzone alla radio vi scambiate sguardi ammiccanti, come foste tutti membri dello stesso servizio segreto? Mica è facile. Vai a trovare qualche risposta sufficientemente succinta per non cadere vittima della caduta dell'attenzione e abbastanza accessibile da non rinchiudere il tizio in questione in una nicchia per iniziati. Dylan spiegato ai ragazzini: è bello trovare il tempo per vedersela con cimenti di questo genere, così, tanto per cambiare.

Del resto Dylan mica è morto, è vivissimo e continua a produrre cose quasi sempre belle. E tra qualche giorno torna a suonare in Italia, perseguendo la strategia esistenziale del neverending tour , che sta alla sua personale mistica come il «chi si ferma è perduto» stava a quella di Totò. Perciò la prima tattica di fronte a quell'interrogativo insidioso può essere lo spiazzamento: comprare online un biglietto per il più vicino dei quattro concerti di fine giugno (Torino, Udine, Roma e Lucca) e recapitarlo, senza commenti, nella mail del teenager. Poi, la sera, quando lui o lei verranno a chiedere spiegazioni su quell'insolito slancio, prepararsi qualcosa da dire, ma che abbia a che vedere con l'esperienza diretta: sì, è vero, per alcuni di noi Dylan è una presenza semidivina, che ci accompagna dall'adolescenza. Attorno alla quale ci siamo formati, arrovellati e anche innamorati. È un simbolo, un oggetto culturale e un figo pazzesco. È il nostro perfetto poeta contemporaneo, perché qui, sia pure in forma particolare, di poesia stiamo parlando e dunque vige il principio della percezione primaria: lui canta, tu ascolti. E stai a vedere l'effetto che fa.

In effetti però c'è qualcosa che andrebbe aggiunto in questo solenne passaggio di testimone tra generazioni, consumabile dopo cena, davanti a un giradischi. Perché il motivo per cui Dylan ci ha affascinato per decenni, al di là del suo splendore musicale, è un vero mistero. È il mistero che lo pone oltre il songwriting tout court , che sfiora l'esoterico, appartiene all'idea di ricerca, esplorazione nella storia popolare e nelle radici culturali di un Paese eccezionale come l'America. Il grande critico Greil Marcus ha scritto testi fondativi al riguardo, ma raccomandare le 510 pagine dei suoi Scritti su Dylan 1968-2010 a un ragazzo è un azzardo: penserà che sei matto. Voleva qualche spiegazione, mica una seconda Divina Commedia. Però l'occasione è speciale: un figlio vuole parlare di Dylan e dimostrarsi all'altezza è una sfida. Alla fine decido di giocare la partita degnamente. Chiamo in causa proprio il venerabile Marcus, per chiedergli qualche suggerimento ad hoc. Del resto la sua intuizione critica è geniale: poco dopo i vent'anni Dylan si trasformò in un esploratore dell'ignoto e questo ignoto era l'origine della musica popolare d'oltreoceano, le cui radici affondavano nella storia e nella leggenda della nazione.

The Basement Tapes è il disco di Dylan più esoterico, registrato durante una primavera nella quale, convalescente dall'incidente motociclistico del ‘66, s'era rifugiato nella casa di campagna vicino Woodstock e aveva chiamato a raggiungerlo i membri della Band, per sperimentare insieme. Di recente i nastri integrali di quelle sessions sono stati finalmente pubblicati e abbiamo potuto testimoniare lo snodarsi – casuale? consapevole? – di Dylan tra la musica dei grandi autori popolari, che faceva propria, reinterpretava, mescolava con quella che scriveva lui.

Da Greil Marcus mi piacerebbe per esempio sapere se quella ricerca, secondo lui, è approdata a un esito definitivo. Gli scrivo una mail e la replica, senza preamboli, arriva poco dopo: «Penso che Dylan sia convinto, in senso prima morale che tecnico, di poter cantare qualsiasi cosa. Dunque perché non provarci, perché non scoprire che significhi quel "qualsiasi cosa"? Oggi noi non sappiamo quali canzoni del passato siano andate perdute. Non conosciamo le versioni originali di certe antiche ballate. Non sappiamo cosa significassero esattamente per la gente. Dylan ha cominciato a cantare vecchie canzoni e anche nuove canzoni che parlano di vecchie canzoni, come Scarlet Town che parla di Barbara Allen  una ballata del ‘600. È come se avesse sparato dentro a un albero, per vedere uscire gli uccelli. Credo che Dylan ai tempi di Good as I Been to You (1992) e World Gone Wrong (1993) abbia scoperto che non aveva più reale necessità di scrivere altre canzoni, perché ce n'erano tante sepolte da scoprire, nel territorio inesplorato del blues e del folk. E che se le avesse risuonate, non ne avrebbe tradito il significato primario. Questa scoperta l'ha liberato e l'ha rimesso in condizione di scrivere nuove canzoni, a cominciare dall'album Time Out Of Mind. Canzoni che però gli sarebbero costate l'accusa di plagio, perché Dylan aveva cominciato a mescolare materiali tradizionali, firmati o non firmati, con le sue cose. Che era ciò che, attorno al 1880, succedeva abitualmente con le canzoni, fatte di frammenti di altre canzoni precedenti, in tutto un prendere in prestito, a cominciare dalle parole, alle quali ne venivano aggiunte di nuove, in un contesto condiviso da tutti. Bisogna ascoltare Dylan quando in Chronicles scrive che nel giro folk del Greenwich dei primi anni Sessanta successe qualcosa di simile al folk ottocentesco: si usavano vecchie canzoni, ma con significati nuovi e politici. Lui ad esempio ha riusato ballate del passato dando loro nuovi significati e non perché non potesse scriverne di proprie, ma perché era convinto fosse necessario tener vivo il passato, preservare il suo potere estetico. Aggiungo comunque che questo era solo uno dei mondi nei quali Bob Dylan viveva: non l'unico e non sempre».

Già. Dylan ha sempre avuto molte facce. Più che una personalità multipla, ha la capacità di giocare contemporaneamente su diversi tavoli. Forse prendendosi gioco di noi tutti. Un'immagine che si moltiplica. Dylan folksinger e Dylan rockstar, per esempio. Dylan solitario e Dylan spasimante. Dylan privato e Dylan portavoce. È un altro argomento su cui vorrei dire qualcosa al mio giovane interlocutore. Raccontargli come Dylan non sia fatto solo di canzoni. Di come sia anche un pittore e uno scultore, di come si diverta a costruire cancelli in ferro battuto, armato di saldatore. E delle sue folgoranti partecipazioni cinematografiche: se vedrà Pat Garrett e Billy The Kid di Sam Peckinpah, capirà – lui è il personaggio che non parla mai e ha quel nome eloquente: Alias.

«C'è una parte di Dylan che è puro pop» mi scrive Marcus, aggiungendo con ammirazione come ad esempio «Dylan sia sempre stato un tipo imbattibile, quando si trattava di parlare di soldi. C'è una storia attorno alla trattativa tra Dylan e David Geffen, all'epoca in cui lasciò la Columbia, per firmare con l'Asylum. Ti lascio immaginare chi l'abbia spuntata. O meglio: chi abbia ripulito l'altro».

Puro pop: anche essere sempre con un piede dentro e uno fuori dal mercato ha reso Dylan un modello fuoriserie. O il fatto che quando è in tour dorma nei motel delle catene economiche, quelli con le stanze tutte uguali, ovunque ti trovi. O che nei pomeriggi prima dei concerti, invece che stare lì a farsi intervistare, se ne vada a zonzo da solo per le città, a cercare ispirazioni. Una volta, non molto tempo fa, l'hanno perfino arrestato nel New Jersey, perché spiava quel che succedeva in un cortile. Era senza documenti e quando al giovane poliziotto ha detto «Io sono Bob Dylan» quello gli ha risposto «Certo. E io sono Abramo Lincoln».

E a proposito di immagini: in questi giorni a Bologna, alla galleria Ono, c'è una bellissima mostra di foto dedicata a Dylan. Ci sono le immagini dei grandi fotografi che l'hanno immortalato, stregati dalla sua sfacciata fotogenia, dalla sua capacità di essere al tempo stesso sexy e provocatorio: gli scatti di Barry Feinstein, Joe Alper, Tony Frank – imperdibili. E le locandine che, quando era uno sconosciuto, per lui disegnò Bob Masse. Una gita fin lì? Saranno argomenti sufficienti a tirare il ragazzino nel culto di Dylan? Chissà. Magari si stufa.

Scrivo per l'ultima volta a Marcus: «Se un figlio di 17 anni che ha sentito Jokerman e s'è entusiasmato, volesse saperne di più su Dylan e su ciò che ha significato per noi, tu cosa gli diresti?». Greil risponde ancora, spazientito: «Se il tuo 17enne s'imbatte in Dylan e tu non c'entri niente con la cosa – non gli hai raccomandato d'ascoltarlo perché gli cambierà la vita, etc etc – insomma se è rimasto genuinamente sorpreso e vuole capire i motivi dell'enorme reputazione di questo cantante, è inutile mettersi lì a raccontargli come Dylan abbia trovato le parole per esprimere i sentimenti che tanto tempo fa sentivi dentro di te, o storie del genere. Piuttosto apri YouTube. Trova una bella performance di Dylan e poi guardala insieme a lui. Prova a spiegargli semplicemente cosa piace a te: quel modo in cui Bob canta una certa frase, quel riff di chitarra, quella pausa particolare che fa. Poi rilassati e confessagli: insomma, mi piace ascoltarlo». È probabile che capirà.

(15 giugno 2016)