Il Venerdì

Tomomi Inada, l'angelo nero di Shinzo Abe

Tomomi Inada con il segretario del partito neonazista Kazunari Yamada 
È l'ambiziosa stratega che affianca il premier nella sua militaristica riforma costituzionale. E potrebbe diventare la prima premier di un Paese ipermaschilista
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TOKYO. C'è una Giovanna d'Arco anche in Giappone. Non è una pulzella analfabeta che impugna lo stendardo d'Orleans alla testa del suo esercito, ma questo è il soprannome che si è guadagnata (assieme a quelli di "black lady" e di "angelo nero" ) una sofisticata signora di 57 anni, spavalda polemista ed abile stratega politica che guida il progetto di riforma costituzionale voluto dal primo ministro Shinzo Abe. Si chiama Tomomi Inada, brillante avvocatessa laureata a pieni voti alla prestigiosa università di Waseda a Tokyo, quattro volte eletta alla camera dei deputati, responsabile delle strategie politiche del Partito Liberaldemocratico (Ldp) che, anche grazie al suo lavoro, ora gode di salde maggioranze nelle due camere, con l'appoggio del partito buddhista Komeito.

Inada è anche capo di uno speciale comitato governativo da lei stessa creato con il compito di riesaminare in senso radicalmente riformatore e negazionistico tutta la storia moderna del Giappone, dalla strage di Nanchino all'attacco di Pearl Harbour, dalla disastrosa conclusione del conflitto che ne è seguito alle sentenze di disonorevole morte per impiccagione dei criminali di guerra imperialisti, alcuni dei quali hanno preferito togliersi la vita piuttosto che affrontare l'onta di essere processati da un tribunale di nemici. Lo stesso «divino» imperatore Hirohito, messo con le spalle al muro dal generale MacArthur, dovendo scegliere tra finire sul patibolo come criminale di guerra o rinunciare pubblicamente a tutte le sue prerogative divine, astenendosi da ogni attività politica, scelse la seconda, poco divina alternativa, annunciandolo al popolo in uno storico discorso radiofonico. Molti lo ascoltarono in lacrime, inginocchiati fra le macerie della loro casa, molti altri si suicidarono, vinti dallo sconforto morale.

I risultati dei lavori del comitato non saranno resi pubblici e finiranno direttamente sul tavolo del primo ministro che ne potrà fare, con l'aiuto strategico di Inada-san, l'uso migliore ai fini dell'ottenimento della revisione in chiave militarista dell'articolo 9 della Costituzione che nega al Giappone il ricorso alla guerra per derimere contrasti internazionali, concedendogli soltanto limitate forze armate di autodifesa (che comunque fanno del Giappone la quinta potenza mondiale).

Il Giappone non ha mai affermato di possedere bombe atomiche, ma ha ammesso di avere la tecnologia per produrle. Di fatto, è considerato una potenza nucleare «ufficiosa». Abe vuole che queste forze si trasformino in un vero e proprio esercito , capace di «restituire al Giappone l'onore ed il rispetto del mondo intero». Il suo progetto, già approvato dalle due camere, sarà, come richiesto dalla Costituzione, sottoposto a referendum nel prossimo marzo.

Nonostante si infittiscano le dimostrazioni in piazza di madri di soldati in servizio nella Sdf (le forze di autodifesa), che gridano il loro timore di vedere i propri figli uccisi o costretti ad uccidere in azioni di guerra lontano dal Giappone, predomina tra gli analisti politici la sensazione che il risultato del referendum sarà favorevole al progetto di riforma costituzionale militaristica perseguito da Abe. Anche perché non incontra nessuna efficace resistenza da parte di una sinistra ormai in disfacimento. Merito anche della matura ed abile «pulzella» che non finirà la sua vita sul rogo, come capitò all'eroica capo popolo francese, ma, nelle previsioni di molti analisti politici, si installerà entro le prossime due legislature sulla sedia di primo ministro, al posto di Abe, dopo averlo sorpassato a destra, divenendo la prima donna a governare l'ipermaschilista Paese del sol levante, ultima nazione al mondo guidata da un imperatore.

Inada-san non ha tentennamenti di sorta nello schierarsi politicamente: recentemente sono apparse sue foto in posa accanto al segretario del partito neo-nazista National Socialist Japanese Workers Party (Partito nazional-socialista dei lavoratori giapponesi), Kazunari Yamada, autore di un libro in cui esalta il pensiero di Adolf Hitler.La consigliera di Abe ha rivendicato il pieno diritto di personalità politiche di recarsi al maestoso tempio di Yasukuni, nel centro di Tokyo, il «Tempio per la Pace nell'Impero», dedicato ai milioni di soldati caduti in guerra. Ma tra questi vi si venerano anche i criminali di guerra. Ogni visita di esponenti del governo – lei vi si è recata più volte con grande evidenza mediatica – a questo simbolo del passato militarismo nipponico suscita un terremoto diplomatico per le proteste sia interne da parte del partito democratico, sia esterne da parte di Cina, Filippine, Corea e Taiwan, nazioni che hanno dure parole di condanna, richieste di scuse ufficiali e risarcimenti adeguati per la lunga e dura colonizzazione subita sotto il giogo delle truppe imperiali. Ma Inada-san è impermeabile alle iniziative diplomatiche ostili al Giappone. «Yasukuni non è il luogo per un patto di pace: è il luogo dove si onorano le anime dei soldati che hanno combattuto una disperata guerra contro gli invasori che volevano distruggere il Giappone» ha fieramente dichiarato.

Tomomi Inada ha anche fatto diversi interventi ufficiali negazionistici. Tra i più controversi, il cosiddetto «massacro di Nanchino» compiuto nel dicembre del 1937 dalle truppe giapponesi che si lasciarono andare, secondo testimonianze inoppugnabili, a un'orgia di violenze in cui furono trucidate almeno 300 mila persone, decine delle quali ebbero le teste mozzate dalle sciabole katana degli ufficiali impegnati in un'orripilante gara a chi accumulava più teste ai propri piedi, come ben si vede in fotografie scattate dagli stessi massacratori. Per la pulzella di Abe quei giorni a Nanchino non vi fu che un normale scontro militare, poi trasformato dai cinesi in un «massacro» nel quadro della loro endemica campagna anti-giapponese.

Inada-san è anche apertamente unita a coloro che considerano mera propaganda ostile il problema delle decine di migliaia di donne principalmente coreane e filippine ridotte a schiave sessuali per il divertimento delle truppe imperiali: «Si prostituivano volontariamente» è la tesi dei negazionisti guidati dalla consigliera di Abe. Ma ci sono documenti indiscutibili, e lo stesso governo giapponese ha più volte cercato di cancellare l'onta, offrendo scuse e modeste somme di danaro alle poche vittime ancora in vita, eufemisticamente definite comfort women (donne conforto), ma sempre in modo ufficioso, senza il crisma di un riconoscimento ufficiale della propria diretta responsabilità. Sarà questo lo scottante tema al centro delle campagne politiche in vista delle elezioni della Camera Alta in programma per questa estate.

Abe non si contenta di parole, anche se possono essere molto pesanti, come quando ha affermato: «La nostra Costituzione ci è stata imposta dagli Usa, è ora di riscriverla noi». Vuole fatti. E uno di questi è la presentazione avvenuta in questi giorni di un micidiale gioiello della tecnologia bellica giapponese: l'X-2, il primo caccia bombardiere Stealth, interamente Made in Japan. È realizzato in fibra di carbone che assorbe le onde radio, rendendo difficile l'individuazione dell'aereo in volo da parte dei radar nemici. La sua sofisticata tecnologia rende obsoleti tutti gli altri caccia bombardieri Stealth oggi esistenti. È costato 331 milioni di dollari.

Abe non bada a spese per il futuro a tutto campo delle sue forze armate. Gli osservatori ritengono che sia stata la tempestiva risposta suggeritagli dalla prima consigliera per controbilanciare la simultanea diffusione sui media mondiali della notizia della costruzione della seconda porta-aerei cinese, con tecnologia interamente made in China.

Sotto la spinta del suo consigliere «strategico», le posizioni revansciste di Abe si sono fatte sempre più nette. Tra di esse, una di quelle più insostenibili da qualsiasi punto di vista è l'ostinazione a non voler esprimere alcuna critica e condanna sulla politica di dura espansione coloniale in Asia del Giappone imperiale, sfociata nel folle, suicida scontro frontale con l'esercito americano. I generali giapponesi sapevano di avere riserve di carburante per non più di due anni e nonostante ciò decisero di sfidare frontalmente gli Usa che ne avevano a volontà, tanto per citare uno dei molti errori macroscopici commessi dall'imperatore e dal suo staff militare. O il massiccio attacco a Pearl Harbour per distruggere le portaerei americane che, però, avevano lasciato il porto il giorno prima; per ricordarne un altro. Ma per il primo ministro giapponese nessuna colpa è attribuibile al defunto imperatore Hirohito. Al contrario, Abe e i suoi falchi capeggiati dalla battagliera pulzella studiano strategie perché assieme alla riforma dell'articolo 9 della Costituzione sia anche approvata una sua «rilettura» che contempli il ritorno dell'imperatore al ruolo effettivo di capo dello Stato, e il ripristino delle sue prerogative divine, rilevandolo dall'attuale funzione di puro, anacronistico simbolo vivente della patria.

In fondo, la missione affidata da Abe alla sua combattiva alleata si può sintetizzare in una manciata di parole: cancellare il concetto di «rimorso» dalla coscienza della nazione. Poche, ma pesanti.

(12 febbraio 2016)