Perturbazione è un gruppo di Torino (assai torinese, intriso dello spirito della città) che negli anni ha lavorato a una forma-canzone italiana immersa nella contemporaneità. Una ricerca che ora si rinnova con Le storie che ci raccontiamo, l'album che esce il 22 gennaio e contiene 10 brani empatici tra loro come capitoli d'un romanzo-filosofico (o come quadri di uno di quei film della nouvelle vague in cui la voce fuori-campo accompagna lo spettatore lungo il dipanarsi degli eventi). Tommaso Cerasuolo, futuro vocalist, e Rossano Lo Mele, batterista in pectore, si conoscono ai tempi della scuola a Rivoli, fuori Torino. La band nasce subito, poi cambia mille volti e oggi è un quartetto di cui fanno parte anche Cristiano, chitarrista e fratello di Rossano, e il bassista Alex Baracco.
«Un anno fa noi avevamo i pezzi già pronti per il nuovo disco» comincia a raccontare Rossano. «Poiché crediamo nella figura del produttore, che interviene creativamente sui tuoi suoni, ci guardavamo attorno. Abbiamo scelto di lavorare con Tommaso Colliva che, oltre a essere la mente dei Calibro 35, ormai è un componente-ombra dei Muse e ha traslocato a Londra, per essere vicino a Matthew Bellamy e soci. Tommaso s'è detto entusiasta di produrci, ma ha chiesto d'andare noi in studio da lui lassù, nella capitale britannica».
Così per due mesi Perturbazione ha traslocato a Londra: «Abbiamo cominciato nello studio di Luke Oldfield, il figlio di Mike, un posto costruito negli anni 70, dove si respirano le atmosfere musicali di quei tempi. Poi abbiamo completato il lavoro da Colliva, dentro una vecchia fabbrica di bottoni, vicino a Finsbury Park». Imbarcando alcuni collaboratori: Emma Tricca, musicista romana inglese d'adozione, voce recitante del brano che dà il titolo all'album. Un rapper come Ghemon, titolare di un'inattesa contaminazione. E Andrea Mirò, che sarà anche nell'organico del gruppo per l'imminente tour.
«Il disco nasce da un movente narrativo: l'ambiguità del bene e del male e il loro intrecciarsi nella vita che viviamo» riprende Rossano. «I brani provano a gettare luce sull'argomento, in chiavi diverse. Mantenendosi alla larga dagli atteggiamenti giudicanti, che oggi appartengono a tanta arte e a tanta musica d'autore». Il tono è da canzoni nel pomeriggio, esercizi tra musicisti che cercano nella reciprocità il modo di condurre un discorso articolato. Il suono di Perturbazione è suadente, strutturato, essenziale, con un'intenzione poetica declinata al presente, spesso tentata dall'ironia. Si discute d'amore e delle sue conseguenze (Ti aspettavo già o Una festa a sorpresa), di costumi collettivi (Trentenni o La prossima estate), di tipi che conosciamo bene (Cinico o Da qualche parte del mondo). Canzoni come ragionamenti. Introdotti dal brano-manifesto Dipende da te: «L'idea della canzone m'è venuta a Barcellona, a cena con un gruppo d'italiani espatriati che lavorano in un call center. M'ha impressionato la diversità delle loro storie, accomunate però dall'assenza di quegli atteggiamenti di livido pessimismo che condiscono una situazione del genere in Italia. Gente in transito, che non si piange addosso, consapevole di disporre del proprio destino. Per carità, una canzone non è la verità e nel nostro Paese non tutto dipende da noi. Ma la lamentela continua, amplificata dai social, è diventata una piaga nazionale».
Questo disco è così: un commentario agile del presente, in segmenti da tre minuti. E la band è venuta su con un progresso graduale, con l'incedere lineare d'una maturazione vera. «Credo che alla fine la nostra trasparenza sia stata recepita dal pubblico. Io lo definisco il "valore teologico" della musica». Una sfida e una responsabilità. Anche se un tempo far parte di una band era una motivazione eccezionale – cosa c'era di più fico? - mentre adesso la cosa è più sfumata. Ci sono le difficoltà, i pochi sbocchi, ci sono quei mostri dei talent show: «Il gruppo oggi non è più una storia cool. Ma noi siamo cresciuti col mito delle band e con la passione della musica. Da ragazzi, era il punto d'arrivo. Adesso la figura musicale di riferimento è il dj, la band è superata. Perfino fare album è andato in disuso».
Eppure quando cominci ad avere una discografia come Perturbazione, vuol dire che in giro ci sono persone per le quali certe tue canzoni rappresentano uno spicchio di vita. E poi c'entra Torino, diamine. Di cui questo quartetto trasuda la flemma solo apparente, l'attenzione alle scelte, l'aspirazione alla misura. «Non è una città accomodante. È grande, mista, non ti protegge, è un posto bastardo. Ma ti toglie l'imprinting del "piccolo borgo" dove si coltiva il sogno». Ti ritrovi subito nella mischia. Fino a diventare adulti sul serio. A questo punto com'è che si va avanti? Il discorso sulla connessione tra musica e tempo che passa sarà un luogo comune, ma è necessario.
«Penso a Vasco, che in un'intervista dice: "Alla fine m'è toccato sopravvivere". Durante il soggiorno inglese riflettevamo sull'idea di legacy, là molto sentita: il lascito, il retaggio. Noi pensiamo d'aver realizzato una piccola cosa per la canzone italiana e d'aver ricevuto in cambio uno straordinario affetto. Ci sentiamo a metà del cammino. Crediamo nella tenacia e nell'importanza dell'esperienza. Ma sappiamo che di "memoria" verso la musica in Italia ce n'è fin troppa e che la venerazione dei classici somiglia a una religione. Una lunga presenza nel mondo della musica credo vada tradotta in significati, non in ripetizione». Piccoli capiscuola crescono e studiano la metamorfosi di una struttura delicata come la canzone, nell'Italia d'oggi. «Vedo in giro diverso talenti solisti, immersi in logiche low budget. Ma quanto alle band, capita di rado d'imbattersi in progetti che somiglino al nostro o, chessò, ai Baustelle. Eppure di cose da raccontare ce ne sono tante. Vorrei più profondità e meno citazionismo: è facile parlare dell'ultima marca di shampoo, ma è più difficile assumere la giusta distanza prospettica. Un nome però voglio farlo: i Cani. Ecco: loro hanno saputo costruirsi un'identità». E potrebbe somigliare a un'investitura.
(15 gennaio 2016)
«Un anno fa noi avevamo i pezzi già pronti per il nuovo disco» comincia a raccontare Rossano. «Poiché crediamo nella figura del produttore, che interviene creativamente sui tuoi suoni, ci guardavamo attorno. Abbiamo scelto di lavorare con Tommaso Colliva che, oltre a essere la mente dei Calibro 35, ormai è un componente-ombra dei Muse e ha traslocato a Londra, per essere vicino a Matthew Bellamy e soci. Tommaso s'è detto entusiasta di produrci, ma ha chiesto d'andare noi in studio da lui lassù, nella capitale britannica».
Così per due mesi Perturbazione ha traslocato a Londra: «Abbiamo cominciato nello studio di Luke Oldfield, il figlio di Mike, un posto costruito negli anni 70, dove si respirano le atmosfere musicali di quei tempi. Poi abbiamo completato il lavoro da Colliva, dentro una vecchia fabbrica di bottoni, vicino a Finsbury Park». Imbarcando alcuni collaboratori: Emma Tricca, musicista romana inglese d'adozione, voce recitante del brano che dà il titolo all'album. Un rapper come Ghemon, titolare di un'inattesa contaminazione. E Andrea Mirò, che sarà anche nell'organico del gruppo per l'imminente tour.
«Il disco nasce da un movente narrativo: l'ambiguità del bene e del male e il loro intrecciarsi nella vita che viviamo» riprende Rossano. «I brani provano a gettare luce sull'argomento, in chiavi diverse. Mantenendosi alla larga dagli atteggiamenti giudicanti, che oggi appartengono a tanta arte e a tanta musica d'autore». Il tono è da canzoni nel pomeriggio, esercizi tra musicisti che cercano nella reciprocità il modo di condurre un discorso articolato. Il suono di Perturbazione è suadente, strutturato, essenziale, con un'intenzione poetica declinata al presente, spesso tentata dall'ironia. Si discute d'amore e delle sue conseguenze (Ti aspettavo già o Una festa a sorpresa), di costumi collettivi (Trentenni o La prossima estate), di tipi che conosciamo bene (Cinico o Da qualche parte del mondo). Canzoni come ragionamenti. Introdotti dal brano-manifesto Dipende da te: «L'idea della canzone m'è venuta a Barcellona, a cena con un gruppo d'italiani espatriati che lavorano in un call center. M'ha impressionato la diversità delle loro storie, accomunate però dall'assenza di quegli atteggiamenti di livido pessimismo che condiscono una situazione del genere in Italia. Gente in transito, che non si piange addosso, consapevole di disporre del proprio destino. Per carità, una canzone non è la verità e nel nostro Paese non tutto dipende da noi. Ma la lamentela continua, amplificata dai social, è diventata una piaga nazionale».
Questo disco è così: un commentario agile del presente, in segmenti da tre minuti. E la band è venuta su con un progresso graduale, con l'incedere lineare d'una maturazione vera. «Credo che alla fine la nostra trasparenza sia stata recepita dal pubblico. Io lo definisco il "valore teologico" della musica». Una sfida e una responsabilità. Anche se un tempo far parte di una band era una motivazione eccezionale – cosa c'era di più fico? - mentre adesso la cosa è più sfumata. Ci sono le difficoltà, i pochi sbocchi, ci sono quei mostri dei talent show: «Il gruppo oggi non è più una storia cool. Ma noi siamo cresciuti col mito delle band e con la passione della musica. Da ragazzi, era il punto d'arrivo. Adesso la figura musicale di riferimento è il dj, la band è superata. Perfino fare album è andato in disuso».
Eppure quando cominci ad avere una discografia come Perturbazione, vuol dire che in giro ci sono persone per le quali certe tue canzoni rappresentano uno spicchio di vita. E poi c'entra Torino, diamine. Di cui questo quartetto trasuda la flemma solo apparente, l'attenzione alle scelte, l'aspirazione alla misura. «Non è una città accomodante. È grande, mista, non ti protegge, è un posto bastardo. Ma ti toglie l'imprinting del "piccolo borgo" dove si coltiva il sogno». Ti ritrovi subito nella mischia. Fino a diventare adulti sul serio. A questo punto com'è che si va avanti? Il discorso sulla connessione tra musica e tempo che passa sarà un luogo comune, ma è necessario.
«Penso a Vasco, che in un'intervista dice: "Alla fine m'è toccato sopravvivere". Durante il soggiorno inglese riflettevamo sull'idea di legacy, là molto sentita: il lascito, il retaggio. Noi pensiamo d'aver realizzato una piccola cosa per la canzone italiana e d'aver ricevuto in cambio uno straordinario affetto. Ci sentiamo a metà del cammino. Crediamo nella tenacia e nell'importanza dell'esperienza. Ma sappiamo che di "memoria" verso la musica in Italia ce n'è fin troppa e che la venerazione dei classici somiglia a una religione. Una lunga presenza nel mondo della musica credo vada tradotta in significati, non in ripetizione». Piccoli capiscuola crescono e studiano la metamorfosi di una struttura delicata come la canzone, nell'Italia d'oggi. «Vedo in giro diverso talenti solisti, immersi in logiche low budget. Ma quanto alle band, capita di rado d'imbattersi in progetti che somiglino al nostro o, chessò, ai Baustelle. Eppure di cose da raccontare ce ne sono tante. Vorrei più profondità e meno citazionismo: è facile parlare dell'ultima marca di shampoo, ma è più difficile assumere la giusta distanza prospettica. Un nome però voglio farlo: i Cani. Ecco: loro hanno saputo costruirsi un'identità». E potrebbe somigliare a un'investitura.
(15 gennaio 2016)