Il Venerdì

Il fotografo beone che ispirò Francis Bacon

"Autoritratto" di John Deakin 
John Deakin fu un artista "maudit" come il suo amico pittore. Storia di un talento dimenticato che finì scambiando la candeggina per vino bianco
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Arrivò a Genova nel 1960. Forse il ‘61. Insomma, in quegli anni. Chi allora lo conobbe ricorda fosse sempre ubriaco. Non ebbrezza molesta, ma uno stato continuo tra sogno e realtà. «Mi era capitato in ufficio e voleva eseguire una serie di immagini dai nostri stabilimenti. Ambienti e uomini. Non ricordo se lo mandassi nell’acciaieria di Cornigliano o al laminatoio di Campi» evoca un superstite antico redattore della rivista Italsider, in quel tempo periodico aziendale attento all’evolversi della cultura, soprattutto dell’arte e della  fotografia. 

Inglese, basso di statura, smilzo, le orecchie a sventola, a Genova arrivò in caccia dei suoi soggetti nelle grandi fonderie. Con occhi acuminati scopriva il mondo attraverso il pozzetto della Rolleiflex. Si chiamava John Deakin. Si sentiva un pittore mancato. Per qualche tempo, negli anni trenta, a Londra, aveva anche trovato un ricco mecenate americano, Arthur Jeffress, che collezionava i suoi quadri dipinti sul modello di Gauguin e Soutine. Tutto finì in breve. All’orizzonte apparve la fotografia. Vi si buttò con smania, apatico dei risultati. Era la sua strada. Ma lui, indifferente del proprio talento, ignorava d’essere un grandissimo fotografo. 

Allora, nei primi anni sessanta del Novecento, per soddisfare la personale curiosità per le fabbriche fotografandole,  pare arrivasse a Genova in compagnia del suo amico pittore Francis Bacon. Erano reduci da Montecarlo, dove Bacon, per far la bella vita alla luce mediterranea, andava sempre dopo aver venduto un suo dipinto. Per Bacon quelli erano gli anni dell’affermazione. Era anche il tempo in cui il pittore dell’angoscia esistenziale si ispirava per alcune sue opere mediando i modelli fotografati da quel curioso quasi coetaneo compagno di viaggio e di bevute. Le fotografie dell’irregolare dello sguardo, tra avventizi beccati per strada, avevano ritratto loro amici, Henrietta Moraes e Lucien Freud, trasmutati da Bacon in dipinti come tracce di memoria. Bacon considerava i ritratti del fotografo ebbro  superiori a quelli di Nadar e di Julia Margaret Cameron.

John Deakin era nato nel 1912 a Bebington nel Wirral anche se sosteneva d’essere venuto al mondo a Liverpool, «nei pressi della colonia dei lebbrosi». Sinistramente eccentrico, anche nell’invenzione di una propria leggenda, che non interessava per altro a nessuno. Aveva strappato le radici dall’originaria contrada a sedici anni,  per non farvi mai più ritorno. Fin allora aveva vissuto il terrore che la sua sorte sarebbe stata identica a quella del padre, operaio iperanonimo in quella specie di quartiere modello ch’era il complesso urbano sorto attorno alla fabbrica di sapone della Lever Brothers a Port Sunlight. Assediato da drammi esistenziali –  ancora secondo la  leggenda –  trovò l’ambiente ideale a Londra, a Soho, al tempo luogo di degrado, vicoli, case sbriciolate e pub sgangherati. Lì trovò l’umanità sua. Un universo di emarginati, artisti, ubriaconi che Deakin avrebbe fotografati, congelandoli nel loro nudo squallore. Impietosamente, col furore di uno squartatore.

Dicono che la sua risatina stridula facesse rabbrividire: quella di un ebbro di tal «cattiveria inventiva» da stupire che non si restasse soffocati dal veleno emulsionato dalle sue fotografie. Eleggeva, a concupite «vittime», i modelli sgrinfiati dal suo obiettivo. Così doveva pensare anche di sé. Vivendo di sadomasochismo ottico. Un autoritratto del 1950 lo evoca ebbro, il volto di una spia, di un ricattatore, tale ai personaggi dei noir di Patrick Hamilton: uno scrittore purtroppo gravemente trascurato, l’autore degli addentati dall’angoscia, degli sguardi sfuggenti, lividi e bui. 


Durante la Seconda guerra mondiale Deakin era stato assegnato all’Unità Fotografica dell’Esercito, inviato al Cairo, Tripoli e Malta. Di quel periodo non parlava mai. Gli orrori contemplati dovevano essere finiti tutti nel suo stile, una maniera drammatica di guardare il mondo. D’altro, della sua vita, altro non si sà. Totalmente ignorato concluse la propria esistenza nel maggio 1972, naufrago in una drammatica solitudine, affogato nell’alcol. Era finito in ospedale per aver ingollato candeggina invece di vino bianco. Dopo la morte, nel suo squallido appartamento di Berwick Street a Soho, da sotto il letto, vennero fuori scatole gonfie delle sue straordinarie fotografie in bianco-nero, abbandonate, ciancicate e lasciate a marcire. Altre furono rinvenute nello studio immondezzaio di Bacon. Fotografie di Deakin imbrattate di vernice, i bordi mantrugiati, incorporate allo squallore più accidentale. 

Dal recupero di quell’informe puddinga, soltanto nel 1984 fu tratta una cinquantina di immagini. Divennero una mostra, The Salvage of a Photographer, aperta al Victoria and Albert Museum di Londra, che segnò la scoperta postuma di John Deakin. La rassegna fece vedere il mondo del fotografo maudit: facce attonite di umanità sotterranee coniugate a dettagli di oggetti allucinati sorpresi per le strade di Londra, Parigi, Roma; corpi sfasciati, sembianze inusitate, occhi esterrefatti: simulacri di anonimi e di personaggi della vita culturale degli anni Cinquanta e Sessanta che un occhio ubriaco, delirando, era riuscito a impigliare nella pellicola: Frank Auerbach, Dylan Thomas, Yves Montand, John Huston, Luchino Visconti, Simone Signoret, Wystan Hugh Auden. Il più celebrato il suo amico Francis Bacon, di cui Deakin si diceva fosse ispiratore, mentore di storie trucide, compagnon di bevute e all’occorenza paraninfo. Erano i reperti della caccia di Deakin, il furente entomologo del genere umano. Di sé aveva scritto: «Sono fatalmente attratto dalla razza umana e ciò che mi interessa quando la colgo con il mio obiettivo è rivelarla. I miei modelli sono le mie vittime. Quelle facce recano dentro di sé una passione sfrenata, più o meno occultata. Sono questi i tipi che meglio si prestano a essere sacrificati, fissandoli in una fotografia». I ritratti scattati da Deakin sembrano foto segnaletiche di delinquenti comuni.   

Visse un periodo felice nel luglio 1947, quando Audrey Withers lo assunse nella redazione inglese della prestigiosa rivista Vogue. Durò poco. Nel settembre dell’anno successivo venne cacciato su due piedi. In lui avevano vinto la negligenza e il totale disinteresse per il lavoro. Deakin è però un formidabile fotografo. Nell’estate del 1951, perdonato, Vogue lo riassume. Meno di tre anni dopo viene nuovamente sbattuto fuori, definitivamente. Il suo mondo non è quello del fashion patinato. Ama sprofondare nell’ebbrezza intellettuale e bizzarra di Soho, dove il suo occhio trasforma ogni eccentricità in una immagine metafisica. La stessa forza espressiva delle fotografie scattate a Genova durante l’esplorazione delle fabbriche dell’acciaio. Deakin sorprende materiali che nessuno vede. Oggetti abbandonati a se stessi che assomigliano a ritratti di diseredati. I volti degli operai genovesi, fotografati da Deakin, mutati in oggetti. Agli occhi di Deakin l’acciaieria doveva sembrare una drammatica stravaganza. Il progresso sotto forma di girone infernale. L’universale sintesi dell’assurdo. Oggetti come uomini. Uomini come oggetti.

(22 aprile 2016)