Una parola chiave girerà tra gli addetti ai lavori del Salone internazionale del libro di Torino 2016, dedicato alla letteratura araba. La parola chiave è Mecca. Spiega Attilio Brilli, uno dei massimi esperti mondiali di letteratura di viaggio: «Nella lingua italiana questa parola ricorre, come espressione simbolica, da tempi immemori e fino a oggi. Profuma di fascino e ricchezza. È una Mecca usiamo ancora dire, in riferimento a un luogo favoloso e opulento. La Mecca, dall’età moderna in poi, è stato un grande richiamo per tutto l’Occidente».
L’Arabia incantata: luogo eterno dell’immaginario, tanto distante dagli orrori di oggi. Recita il manifesto ufficiale del Salone: «L’accelerazione che ha subito la storia nel Nord Africa e in Medio Oriente ha coinvolto anche noi, con un impatto la cui forza è stata sino ad oggi sottovalutata. Oggi persino il pubblico più avvertito fatica a decifrare la complessità di storie e civiltà di cui sino a ieri credevamo di poter fare a meno».
Proviamo a decifrarla, allora, questa complessità. Come spesso accade ai sogni, anche quello occidentale di un Oriente misterioso è stato mosso inizialmente da interessi materiali. Dice ancora Brilli: «Il Medio Oriente era ai nostri occhi un grande mercato. Era il ponte con l’Estremo Oriente. Le ricchezze dell’India si fermavano a Gedda, sul Mar Rosso. Così la Mecca per noi era sinonimo di un immenso emporio commerciale. Ma quando il grande navigatore portoghese Vasco de Gama arrivò in India, doppiando il Capo di Buona Speranza, La Mecca esaurì la sua funzione di polo commerciale».
Era il 1498. Il commercio cambiava rotta ma l’avventura era ben lungi dai titoli di coda. Anzi, come un incendio, divampò e si estese tra Sette e Ottocento. Un quadro del pittore francese Henri-Léopold Lévy cattura Napoleone Bonaparte a cavallo dentro la grande moschea del Cairo. Un episodio epocale. Il futuro imperatore, tra il 1798 e il 1801, invase militarmente Egitto e Grande Siria. Due mesi dopo la sconfitta di Waterloo del 1815, Emmanuel de Las Casas, che raccolse le memorie dell’esiliato di Sant’Elena, annoterà: «Il proclama della grande moschea del Cairo, a favore dell’esercito francese, fu un capolavoro di abilità. Napoleone indusse il sinodo dei grandi sceicchi a dichiarare, con pubblico atto, che i musulmani potevano obbedire e pagare il tributo al generale francese. Fu questo il primo e unico esempio del genere dopo la predicazione del Corano, che proibisce di sottomettersi agli infedeli».
Napoleone, in Egitto, aveva rotto il ghiaccio. Venne chiamato Kebir, padre del fuoco. Attraversava il deserto in groppa a un dromedario, la durezza del cui trotto gli provocava nausee peggiori del rollìo di una nave, ma neppure i rovesci militari gli impedirono di imporre la pubblicazione della Description de l’Égypte, che uscì poi in 23 volumi tra il 1809 e il 1829, la prima grande opera che schiuse all’Occidente le sacre porte dell’Oriente. Afferma Brilli: «Da quel momento l’Arabia divenne studiatissima, esplorata dagli inglesi e battuta sottotraccia dai francesi. Il viaggio in Levante si trasformò in una estensione del Grand Tour, le rovine classiche ed ellenistiche nei Paesi mediorientali stabilirono un nesso di continuità con la nostra civiltà. Non solo: l’Arabia restava la porta dell’India. Lungo questo itinerario arrivò in Occidente, con gran rumore, il Kamasutra. E Napoleone, dopo la campagna militare che era stata il trampolino di questa nuova febbre, mantenne contatti fittissimi con emissari segreti».
Le spie. Furono loro, prima e più lucidamente dei letterati, a battere la pista. Oggi conosciamo l’immagine dell’Oriente favoloso di Chateaubriand, Nerval, Gautier, Flaubert. Ma ben più realistico fu il mondo descritto dagli avventurieri «sotto copertura» dell’African Association o della Royal Geographical Society. Uomini temerari, molti dei quali travestiti da arabi compirono lo Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, «dimostrando» sottolinea Brilli «capacità mimetiche eccezionali». Uno di questi fu il misterioso Ali Bey al-Abbasi, catalano di origini ebraiche, che più volte dopo i suoi viaggi fece rapporto a Napoleone in persona e poi fu al soldo del fratello maggiore Giuseppe. Si narra che venne avvelenato dai concorrenti servizi segreti britannici, ma ebbe il tempo di assistere nel 1816 alla prima occupazione della Mecca da parte degli integralisti wahabiti. La seconda, più recente, il 20 novembre del 1979, durò due settimane e culminò in un bagno di sangue. Oggi viene considerata l’atto di nascita della moderna jihad e l’episodio che incubò l’11 settembre.
Harem, velo, bagno turco, dispotismo, teste mozzate, odalische, cammelli, predoni, beduino, deserto: sono, come Mecca, le parole chiave di un vocabolario letterario indicato da Brilli nei suoi studi (pubblicati dal Mulino e da Sellerio), parole usate in racconti che hanno sempre visto prevalere la fascinazione narrativa sulle testimonianze dirette. L’immaginario ha vinto. Del resto, il mal d’Africa più diffuso tra i viaggiatori orientalisti fu l’oftalmia. Si tratta di un abbaglio agli occhi dovuto al sole accecante, che determina una sorta di disorientamento esistenziale. In soldoni, un difetto nella percezione.
(6 maggio 2016)
L’Arabia incantata: luogo eterno dell’immaginario, tanto distante dagli orrori di oggi. Recita il manifesto ufficiale del Salone: «L’accelerazione che ha subito la storia nel Nord Africa e in Medio Oriente ha coinvolto anche noi, con un impatto la cui forza è stata sino ad oggi sottovalutata. Oggi persino il pubblico più avvertito fatica a decifrare la complessità di storie e civiltà di cui sino a ieri credevamo di poter fare a meno».
Proviamo a decifrarla, allora, questa complessità. Come spesso accade ai sogni, anche quello occidentale di un Oriente misterioso è stato mosso inizialmente da interessi materiali. Dice ancora Brilli: «Il Medio Oriente era ai nostri occhi un grande mercato. Era il ponte con l’Estremo Oriente. Le ricchezze dell’India si fermavano a Gedda, sul Mar Rosso. Così la Mecca per noi era sinonimo di un immenso emporio commerciale. Ma quando il grande navigatore portoghese Vasco de Gama arrivò in India, doppiando il Capo di Buona Speranza, La Mecca esaurì la sua funzione di polo commerciale».
Era il 1498. Il commercio cambiava rotta ma l’avventura era ben lungi dai titoli di coda. Anzi, come un incendio, divampò e si estese tra Sette e Ottocento. Un quadro del pittore francese Henri-Léopold Lévy cattura Napoleone Bonaparte a cavallo dentro la grande moschea del Cairo. Un episodio epocale. Il futuro imperatore, tra il 1798 e il 1801, invase militarmente Egitto e Grande Siria. Due mesi dopo la sconfitta di Waterloo del 1815, Emmanuel de Las Casas, che raccolse le memorie dell’esiliato di Sant’Elena, annoterà: «Il proclama della grande moschea del Cairo, a favore dell’esercito francese, fu un capolavoro di abilità. Napoleone indusse il sinodo dei grandi sceicchi a dichiarare, con pubblico atto, che i musulmani potevano obbedire e pagare il tributo al generale francese. Fu questo il primo e unico esempio del genere dopo la predicazione del Corano, che proibisce di sottomettersi agli infedeli».
Napoleone, in Egitto, aveva rotto il ghiaccio. Venne chiamato Kebir, padre del fuoco. Attraversava il deserto in groppa a un dromedario, la durezza del cui trotto gli provocava nausee peggiori del rollìo di una nave, ma neppure i rovesci militari gli impedirono di imporre la pubblicazione della Description de l’Égypte, che uscì poi in 23 volumi tra il 1809 e il 1829, la prima grande opera che schiuse all’Occidente le sacre porte dell’Oriente. Afferma Brilli: «Da quel momento l’Arabia divenne studiatissima, esplorata dagli inglesi e battuta sottotraccia dai francesi. Il viaggio in Levante si trasformò in una estensione del Grand Tour, le rovine classiche ed ellenistiche nei Paesi mediorientali stabilirono un nesso di continuità con la nostra civiltà. Non solo: l’Arabia restava la porta dell’India. Lungo questo itinerario arrivò in Occidente, con gran rumore, il Kamasutra. E Napoleone, dopo la campagna militare che era stata il trampolino di questa nuova febbre, mantenne contatti fittissimi con emissari segreti».
Le spie. Furono loro, prima e più lucidamente dei letterati, a battere la pista. Oggi conosciamo l’immagine dell’Oriente favoloso di Chateaubriand, Nerval, Gautier, Flaubert. Ma ben più realistico fu il mondo descritto dagli avventurieri «sotto copertura» dell’African Association o della Royal Geographical Society. Uomini temerari, molti dei quali travestiti da arabi compirono lo Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, «dimostrando» sottolinea Brilli «capacità mimetiche eccezionali». Uno di questi fu il misterioso Ali Bey al-Abbasi, catalano di origini ebraiche, che più volte dopo i suoi viaggi fece rapporto a Napoleone in persona e poi fu al soldo del fratello maggiore Giuseppe. Si narra che venne avvelenato dai concorrenti servizi segreti britannici, ma ebbe il tempo di assistere nel 1816 alla prima occupazione della Mecca da parte degli integralisti wahabiti. La seconda, più recente, il 20 novembre del 1979, durò due settimane e culminò in un bagno di sangue. Oggi viene considerata l’atto di nascita della moderna jihad e l’episodio che incubò l’11 settembre.
Harem, velo, bagno turco, dispotismo, teste mozzate, odalische, cammelli, predoni, beduino, deserto: sono, come Mecca, le parole chiave di un vocabolario letterario indicato da Brilli nei suoi studi (pubblicati dal Mulino e da Sellerio), parole usate in racconti che hanno sempre visto prevalere la fascinazione narrativa sulle testimonianze dirette. L’immaginario ha vinto. Del resto, il mal d’Africa più diffuso tra i viaggiatori orientalisti fu l’oftalmia. Si tratta di un abbaglio agli occhi dovuto al sole accecante, che determina una sorta di disorientamento esistenziale. In soldoni, un difetto nella percezione.
(6 maggio 2016)