Il prolungamento della vita implica l'allungamento del tempo in cui si muore. La morte non è più qualcosa che accade, è diventata un periodo della vita, un processo che si protrae per anni, a volte per decenni, si interrompe e riprende, attraversa miglioramenti ma poi inesorabilmente peggiora, illude e delude, per anni, fino alla fine. In Italia, dice il Censis, vivono 3 milioni 167 mila persone non autosufficienti – il 5,5 per cento della popolazione – la metà delle quali con patologie gravi. Alcuni infermieri tra loro, sottovoce, non parlano più di lungodegenti ma di lungosopravviventi.
La vera trasformazione è questa, internet e i telefonini sono niente al confronto. Su questa frontiera tutto sommato ignorata, ci sono soprattutto gli infermieri, una categoria che la crisi economica ha reso più stanca e insoddisfatta. Che negli ultimi anni ha acquistato competenza e professionalità, ma ha anche visto aumentare i rischi.
«Sono molto cresciuti gli attacchi anche fisici agli operatori del Pronto soccorso, c'entra anche la cronaca, il modo in cui vengono date le notizie» dice Lia Pulimeno, per 41 anni infermiera all'Umberto I e ora presidente dell'Ordine di Roma, il più grande d'Italia, con il 10 per cento degli iscritti. «Qualche dopo giorno i fatti di Piombino, di fronte a un decesso – normalissimo, purtroppo capita ancora di morire – i parenti hanno sfasciato il reparto».
La vicenda a cui si riferisce è quella dell'infermiera accusata di avere ucciso 13 pazienti con l'eparina, che giornali e televisioni hanno subito chiamato «killer» ma che poi è stata scarcerata. A Piombino capita anche che i pazienti fuggano prima di un prelievo per paura di essere avvelenati.
Quelli che finiscono sotto i riflettori sono casi rarissimi (per ogni infermiere che perde la testa, decine di migliaia continuano a curare) ma non del tutto isolati. Un mese fa è stata condannata all'ergastolo l'infermiera che nel 2014 a Lugo di Romagna iniettò potassio a una malata e a Bergamo la magistratura ha ordinato la riesumazione di cinque persone per stabilire se gli fossero state date dosi eccessive di valium. Ci sono stati anche maltrattamenti – spesso non di infermieri, ma di operatori o tecnici – in cliniche per anziani e disabili in provincia di Parma, Potenza, Decimannu, Grottaferrata.
Lavorando sul confine tra vita e morte, fatti di questo genere accadono da sempre, ma è evidente che oggi la pressione è maggiore. A parlare con gli infermieri si ricava un'impressione di generale disagio determinato dal fatto che la crescita della competenza professionale – da 15 anni gli infermieri italiani sono laureati – corrisponda invece a una perdita di prestigio, di condizioni di lavoro e di soldi. Le infermiere in Italia – al femminile visto che per il 77,2 per cento sono donne – sono più della metà di chi lavora nella sanità: 433.326, di cui 270 mila nella sanità pubblica. Sono numeri un po' più bassi della media europea. Secondo le medie Ocse – calcola l'Ipasvi, cioè la federazione degli infermieri – ne servirebbero almeno altri 61 mila. Per effetto del blocco del turn over, è cresciuta l'età media, ormai vicina ai 50 anni.
Dice Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione: «In più c'è il problema della regolazione dei servizi, condizionata dalla scure spending review e dalla crisi che ha imposto il contingentamento degli organici e una forte riorganizzazione. Le condizioni sono peggiorate». Un'infermiera guadagna 1.500 euro al mese, che salgono a 1.700 se lavora in sala operatoria o in terapia intensiva; fa turni di 7-8 ore, mattina, pomeriggio e notte, per un totale di 36 ore settimanali, con un intervallo tra un turno e l'altro di almeno 11 ore, che non sempre è possibile. Il salario non cresce dal 2008.
Dice Annalisa Silvestro, senatrice Pd ed ex presidente dell'Ordine: «Non si può generalizzare, la situazione è a macchia di leopardo, ma c'è un oggettivo affanno del sistema in una fase di cambiamento epocale».«È paradossale», aggiunge Andrea Bottega, segretario del Nursind, il sindacato autonomi, «che nel momento in cui abbiamo guadagnato uno status professionale maggiore, si assiste a una dequalificazione sul campo. L'infermiere oggi viene spesso utilizzato come tappabuchi, è un factotum che a causa dei tagli sulle cooperative si ritrova a distribuire il vitto e a fare le pulizie. A volte nelle cliniche per anziani sta in portineria».
Lia Pulimeni, l'infermiera dell'Umberto I, ricorda: «Negli anni Settanta e Ottanta una serie di sanatorie impose il reintegro di infermieri non abbastanza qualificati. Fu un periodo buio. Poi, nei primi anni Novanta con l'aziendalizzazione della sanità, hanno voluto darci più professionalità. La trasformazione c'è stata, la nostra preparazione è aumentata, ma le condizioni sono peggiori».
La laurea in infermieristica esiste dal 2004, e oggi gli studenti del triennio sono 55 mila. Molti dopo la laurea vanno all'estero – in Inghilterra lavorano più di 3 mila infermieri italiani, con una retribuzione nettamente maggiore. Da gennaio è anche entrata in vigore la tessera professionale europea che permette la libera circolazione nei Paesi Ue di alcune categorie. In Italia gli infermieri stranieri sono quasi 30 mila, di cui quasi la metà viene dalla Romania.
Ma la trasformazione più grande è quella del malato. Dice Pulimeni: «Le esigenze del cittadino aumentano, anche nei confronti della scuola e dell'amministrazione. Si fida poco o comunque si aspetta il meglio. Il problema è che questa richiesta maggiore contrasta con la situazione socioeconomica». «Il malato è sempre più consapevole», ragiona Bottega del Nursind, «più che paziente è diventato esigente».
Fabrizio Moggia, il presidente degli infermieri di Area critica, una società scientifica che definisce le pratiche e competenze degli infermieri che si occupano di chi rischia la vita, ovunque si trovi, spiega: «Il tempo della cronicizzazione è aumentato e questo pone problemi nuovi da un punto di vista assistenziale». L'aumento del numero di malati cronici sfuma i confini tra interventi medici e degli infermieri, che ormai nella pratica, sulla base di protocolli e linee guida prestabilite sul territorio, si ritrovano ad avere responsabilità maggiori, e a intervenire anche in situazioni di emergenza. «È una trasformazione già in essere, quotidiana» dice Bottega. Che però provoca qualche resistenza corporativa.
L'Ordine dei medici di Bologna ha recentemente richiamato alcuni suoi iscritti per avere sottoscritto protocolli che permettevano agli infermieri del 118, quelli in autoambulanza, di fare interventi o somministrare farmaci salvavita. Uno studio della rivista scientifica Lancet ha stabilito che la possibilità di morire a 30 giorni dal ricovero per i pazienti aumenta all'aumentare del numero di pazienti per infermiere e diminuisce se gli infermieri sono laureati.
La crescita del numero dei malati, determinato dall'avanzamento dell'età media e dai miglioramenti della medicina, impone agli infermieri un carico di lavoro maggiore che non si può assorbire solo con la riorganizzazione del lavoro. L'urgenza politica è rafforzare figure come l'infermiere di famiglia e di comunità, indispensabili per gestire la malattia come qualcosa che ormai è dentro la società e trabocca fuori dagli ospedali. Ogni persona malata forma una rete – il Censis calcola che 561 mila famiglie si siano indebitate e abbiano venduto la casa per curare familiari malati – e così la cronicizzazione si traduce in un'emergenza sociale.
Oggi gli infermieri si occupano dei corpi delle persone che stanno male per anni, li spostano, li toccano, li puliscono. Sono estranei che il tempo protratto della malattia e delle cure rende intimi. Le loro responsabilità e la loro funzione sociale e privata sono cresciute e sono destinate a crescere ancora, perché oggi si muore sempre più a lungo.
(29 aprile 2016)
La vera trasformazione è questa, internet e i telefonini sono niente al confronto. Su questa frontiera tutto sommato ignorata, ci sono soprattutto gli infermieri, una categoria che la crisi economica ha reso più stanca e insoddisfatta. Che negli ultimi anni ha acquistato competenza e professionalità, ma ha anche visto aumentare i rischi.
«Sono molto cresciuti gli attacchi anche fisici agli operatori del Pronto soccorso, c'entra anche la cronaca, il modo in cui vengono date le notizie» dice Lia Pulimeno, per 41 anni infermiera all'Umberto I e ora presidente dell'Ordine di Roma, il più grande d'Italia, con il 10 per cento degli iscritti. «Qualche dopo giorno i fatti di Piombino, di fronte a un decesso – normalissimo, purtroppo capita ancora di morire – i parenti hanno sfasciato il reparto».
La vicenda a cui si riferisce è quella dell'infermiera accusata di avere ucciso 13 pazienti con l'eparina, che giornali e televisioni hanno subito chiamato «killer» ma che poi è stata scarcerata. A Piombino capita anche che i pazienti fuggano prima di un prelievo per paura di essere avvelenati.
Quelli che finiscono sotto i riflettori sono casi rarissimi (per ogni infermiere che perde la testa, decine di migliaia continuano a curare) ma non del tutto isolati. Un mese fa è stata condannata all'ergastolo l'infermiera che nel 2014 a Lugo di Romagna iniettò potassio a una malata e a Bergamo la magistratura ha ordinato la riesumazione di cinque persone per stabilire se gli fossero state date dosi eccessive di valium. Ci sono stati anche maltrattamenti – spesso non di infermieri, ma di operatori o tecnici – in cliniche per anziani e disabili in provincia di Parma, Potenza, Decimannu, Grottaferrata.
Lavorando sul confine tra vita e morte, fatti di questo genere accadono da sempre, ma è evidente che oggi la pressione è maggiore. A parlare con gli infermieri si ricava un'impressione di generale disagio determinato dal fatto che la crescita della competenza professionale – da 15 anni gli infermieri italiani sono laureati – corrisponda invece a una perdita di prestigio, di condizioni di lavoro e di soldi. Le infermiere in Italia – al femminile visto che per il 77,2 per cento sono donne – sono più della metà di chi lavora nella sanità: 433.326, di cui 270 mila nella sanità pubblica. Sono numeri un po' più bassi della media europea. Secondo le medie Ocse – calcola l'Ipasvi, cioè la federazione degli infermieri – ne servirebbero almeno altri 61 mila. Per effetto del blocco del turn over, è cresciuta l'età media, ormai vicina ai 50 anni.
Dice Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione: «In più c'è il problema della regolazione dei servizi, condizionata dalla scure spending review e dalla crisi che ha imposto il contingentamento degli organici e una forte riorganizzazione. Le condizioni sono peggiorate». Un'infermiera guadagna 1.500 euro al mese, che salgono a 1.700 se lavora in sala operatoria o in terapia intensiva; fa turni di 7-8 ore, mattina, pomeriggio e notte, per un totale di 36 ore settimanali, con un intervallo tra un turno e l'altro di almeno 11 ore, che non sempre è possibile. Il salario non cresce dal 2008.
Dice Annalisa Silvestro, senatrice Pd ed ex presidente dell'Ordine: «Non si può generalizzare, la situazione è a macchia di leopardo, ma c'è un oggettivo affanno del sistema in una fase di cambiamento epocale».«È paradossale», aggiunge Andrea Bottega, segretario del Nursind, il sindacato autonomi, «che nel momento in cui abbiamo guadagnato uno status professionale maggiore, si assiste a una dequalificazione sul campo. L'infermiere oggi viene spesso utilizzato come tappabuchi, è un factotum che a causa dei tagli sulle cooperative si ritrova a distribuire il vitto e a fare le pulizie. A volte nelle cliniche per anziani sta in portineria».
Lia Pulimeni, l'infermiera dell'Umberto I, ricorda: «Negli anni Settanta e Ottanta una serie di sanatorie impose il reintegro di infermieri non abbastanza qualificati. Fu un periodo buio. Poi, nei primi anni Novanta con l'aziendalizzazione della sanità, hanno voluto darci più professionalità. La trasformazione c'è stata, la nostra preparazione è aumentata, ma le condizioni sono peggiori».
La laurea in infermieristica esiste dal 2004, e oggi gli studenti del triennio sono 55 mila. Molti dopo la laurea vanno all'estero – in Inghilterra lavorano più di 3 mila infermieri italiani, con una retribuzione nettamente maggiore. Da gennaio è anche entrata in vigore la tessera professionale europea che permette la libera circolazione nei Paesi Ue di alcune categorie. In Italia gli infermieri stranieri sono quasi 30 mila, di cui quasi la metà viene dalla Romania.
Ma la trasformazione più grande è quella del malato. Dice Pulimeni: «Le esigenze del cittadino aumentano, anche nei confronti della scuola e dell'amministrazione. Si fida poco o comunque si aspetta il meglio. Il problema è che questa richiesta maggiore contrasta con la situazione socioeconomica». «Il malato è sempre più consapevole», ragiona Bottega del Nursind, «più che paziente è diventato esigente».
Fabrizio Moggia, il presidente degli infermieri di Area critica, una società scientifica che definisce le pratiche e competenze degli infermieri che si occupano di chi rischia la vita, ovunque si trovi, spiega: «Il tempo della cronicizzazione è aumentato e questo pone problemi nuovi da un punto di vista assistenziale». L'aumento del numero di malati cronici sfuma i confini tra interventi medici e degli infermieri, che ormai nella pratica, sulla base di protocolli e linee guida prestabilite sul territorio, si ritrovano ad avere responsabilità maggiori, e a intervenire anche in situazioni di emergenza. «È una trasformazione già in essere, quotidiana» dice Bottega. Che però provoca qualche resistenza corporativa.
L'Ordine dei medici di Bologna ha recentemente richiamato alcuni suoi iscritti per avere sottoscritto protocolli che permettevano agli infermieri del 118, quelli in autoambulanza, di fare interventi o somministrare farmaci salvavita. Uno studio della rivista scientifica Lancet ha stabilito che la possibilità di morire a 30 giorni dal ricovero per i pazienti aumenta all'aumentare del numero di pazienti per infermiere e diminuisce se gli infermieri sono laureati.
La crescita del numero dei malati, determinato dall'avanzamento dell'età media e dai miglioramenti della medicina, impone agli infermieri un carico di lavoro maggiore che non si può assorbire solo con la riorganizzazione del lavoro. L'urgenza politica è rafforzare figure come l'infermiere di famiglia e di comunità, indispensabili per gestire la malattia come qualcosa che ormai è dentro la società e trabocca fuori dagli ospedali. Ogni persona malata forma una rete – il Censis calcola che 561 mila famiglie si siano indebitate e abbiano venduto la casa per curare familiari malati – e così la cronicizzazione si traduce in un'emergenza sociale.
Oggi gli infermieri si occupano dei corpi delle persone che stanno male per anni, li spostano, li toccano, li puliscono. Sono estranei che il tempo protratto della malattia e delle cure rende intimi. Le loro responsabilità e la loro funzione sociale e privata sono cresciute e sono destinate a crescere ancora, perché oggi si muore sempre più a lungo.
(29 aprile 2016)