Il Venerdì

Chi cerca trova, e ascolta Giorgio Tuma

Vive a Lecce, dove con voce soffice e orchestrazioni di grande respiro ha appena inciso il quarto album. Una piccola gemma. «Sono soddisfatto» dice «e se non succede nulla pazienza»
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Salvate il soldato Tuma! No, scusate: salvate l’artista Giorgio Tuma, cantante-compositore che merita di essere ascoltato con un’attenzione diversa di quella ricevuta fino a oggi. Ma cominciamo col dire che è una buona cosa quando ci s’imbatte per caso in un disco, lo si ascolta e si resta impressionati. La tentazione è subito di approfondire. Quindi, procediamo. Il titolare di This Life Denied Me Your Love risponde per l’appunto al nome di Giorgio Tuma e questo è il suo quarto album, in dieci anni di produzione.

Prima di tutto è un disco inatteso: c’è una voce soffice che si muove tra orchestrazioni di grande respiro, i ritmi sono pacati, c’è un’insolita ricchezza armonica, gli arrangiamenti riecheggiano cose importanti – Brian Wilson, ancora di più suo fratello Dennis e quel suo disco prodigioso, Pacific Ocean Blue. E poi il Nick Drake più strutturato, quello del secondo album, Bryter Layter. E certa classicità della canzone italiana: spicchi importanti degli anni 70 e i mitici compositori di colonne sonore – Piccioni, Umiliani, Trovajoli. Testi rigorosamente in buon inglese. Atmosfere speculative, un’attenzione ai particolari rara, sui parametri nazionali. I temi malinconici: l’assenza dell’amore, sentimento che eternamente sfugge. Languori e mancanze. Di nuovo Nick Drake, lì, dietro l’angolo. 


Il mistero s’infittisce: chi è Giorgio Tuma? Da dove arriva questa vena musicale? E perché non abbiamo mai sentito parlare di lui, prima di quell’incontro fortuito? Per diradare le ombre, non resta che cercarlo, scovandolo in un posto distante da quelli abituali, nel Salento, vicino a Lecce, a un passo dal mare. 

«Ho cominciato tardi a suonare la chitarra. Prima ero batterista, ma mi sono trovato senza gruppo quando i miei amici se ne andarono a fare l’università da qualche parte» racconta Giorgio. «Era il 2001: era uscito Quiet Is The New Loud dei Kings of Convenience, ho scoperto il new acoustic movement e tutto è cominciato da lì. In quel periodo ho incontrato Matilde, anche lei è di qui ed era davvero piccola all’epoca – io avrò avuto 22 anni e lei 18».

Lei è Matilde Davoli, a sua volta personaggio di culto della scena underground italiana, titolare di un recente bell’album solista I’m Calling You from My Dreams e per anni protagonista degli Studiodavoli, una delle formazioni più innovative della penisola. «Matilde mi ha aiutato a scrivere le prime canzoni. Nel giro di un paio d’anni ho messo insieme un album, Uncolored (Swing’n’Pop Around Rose), che però ha avuto una vita travagliata ed è uscito tardivamente per L’Amico Immaginario, l’etichetta dei Perturbazione. Poi ho vissuto un paio d’anni a Roma: stavo per andare a lavorare dalla Feltrinelli, reparto-dischi, ma l’occasione è sfumata e allora me ne sono tornato quaggiù. Fossi rimasto a Roma, con la musica non avrei combinato nulla». 
Ripiantate le radici a Lecce, Tuma incide il secondo disco My Vocalese Fun Fair.

Dalle etichette italiane a cui spedisce il suo lavoro però non arrivano cenni d’interesse. A rispondergli positivamente invece è la Elefant Records, un’etichetta spagnola di qualità, per la quale, tra gli altri, incidono i notevoli scozzesi Camera Obscura. «Io sono andato avanti con la musica grazie a due persone: Luis Calvo, il proprietario della Elefant e la sua consorte, che si sono innamorati delle mie canzoni e hanno fornito il contributo economico indispensabile per fare i dischi» continua Giorgio. «La collaborazione con loro prosegue ancora oggi. Con la Elefant ho fatto il terzo disco, In The Morning We’ll Meet e poi quest’ultimo This Life Denied Me Your Love».

Il tutto sempre registrato a Lecce, una volta che leopardianamente è rientrato alla base, dove può godere della bellezza di quella terra e soffrire del ritardo che vivere qui attribuisce al tentativo di diventare un musicista importante. «È un Giano bifronte» continua, «se stai qua è tutto più difficile: ti senti tagliato fuori e non è solo un problema mio, ma di tanti bravi musicisti. Però poi c’è questo mare, lu mare e lu sule… magari solo farsi un giro, vederlo, bersi un caffè, e poi la natura, il ritmo della vita. Però devo ammettere di non essere un tipo intraprendente, sennò me ne sarei fuggito dieci anni fa».  


Quando è il momento di registrare la scelta cade sempre sul SudeStudio di Stefano Manca a Guagnano, a due passi da casa. Con Stefano si conoscono da tanto ed è un amico: «Altrimenti non so come avrei fatto: quando usi sezioni di archi e di fiati autentici, e non dei surrogati digitali, i costi vanno alle stelle. Ma con lui ho potuto lavorare disponendo di tutto il tempo necessario». Giuseppe Magagnino, pianista, anche lui di Lecce, contribuisce ai pregevoli arrangiamenti di legni e ottoni. Il tutto nobilitato da una serie di notevoli partecipazioni internazionali, realizzate attraverso il web e con l’invio di file musicali da una parte all’altra del mondo, come ormai è pratica comune: «In questo modo ho avuto l’onore di far suonare in ben tre brani quel genio di Michael Andrews, il compositore di tante colonne sonore del cinema indipendente americano. Poi c’è Laetitia Sadler degli Stereolab: collaborare con lei, per me è come aver preso una laurea con 110 e lode. Da ragazzo volevo somigliare a loro». E, ancora una volta, Matilde Davoli: «Mi piace il suo tocco, sia vocale, che con i sintetizzatori: ha dato modernità al disco». 

Il risultato è questa piccola gemma, ultimata la quale, con indolenza, Tuma si è messo ad aspettare i risultati: «So che esiste la possibilità che alla fine non succeda nulla, non arrivino riconoscimenti. Ma va bene lo stesso. Come artista sono soddisfatto. Ho lavorato con le persone che amo. E ho scritto 4 o 5 canzoni che giudico belle. Anche se tutto è soggettivo». Pochissimi concerti in vista, un paio a Lecce e uno a Madrid, dove lo aspettano per festeggiarlo. La band in effetti c’è: «Siamo in quattro. Ho dovuto semplificare gli arrangiamenti. Però c’è un gran lavoro collettivo di voci». E, fin qui, questa è la vicenda di Giorgio Tuma e dei suoi album sconosciuti. Anche stavolta non è detto che funzioni. La storia della musica è costellata di dischi dimenticati. Però, se capita, dategli una possibilità. Come dice lui, tutto è soggettivo. Ma ci sono buone possibilità che resterete colpiti. 

(6 maggio 2016)