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Ma alla fine quante divisioni restano al papa?

Religiosi a San Pietro (Getty Images) 
La famosa domanda sarcastica sulla potenza numerica della Chiesa può essere applicata a ordini e congregazioni, ai minimi storici. In Occidente. Per le vocazioni oggi si guarda più lontano
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C'era una volta il mondo dei religiosi, le truppe scelte del Papa, quei «soldati» che tanto facevano ridere l’ex seminarista ortodosso Iosif Vissarionovic Džugašvili detto Stalin. Quando «baffone» si informava, ironizzando, su quante fossero le divisioni a disposizione del capo della Chiesa cattolica, la battuta provocava sorrisi solo in coloro che, come lui, non conoscevano di cosa stesse parlando. A metà anni Quaranta, e per tutto il decennio successivo, gli ordini religiosi maschili pattugliavano l’intero Occidente cristiano con una rete immensa di case, opere e chiese e i loro seminari e i loro noviziati erano costretti a rifiutare vocazioni, tale era l’eccesso di domande di ammissione. È a partire dalla metà degli anni Sessanta che, complessivamente, nel giro di soli tre decenni, gli istituti religiosi della Chiesa cattolica perdono il 35 per cento dei loro appartenenti, con punte che per alcuni ordini e congregazioni, soprattutto per quelli più grandi e meglio strutturati, hanno un segno quasi drammatico: i gesuiti subiscono un calo del 45 per cento, i francescani minori del 41, i domenicani del 40, i cappuccini del 30 e i salesiani del 25. 

Riccardo Benotti, scrittore e giornalista, è andato a investigare tra le strutture, i progetti e gli stati d’animo di 14 superiori generali di istituti religiosi scelti secondo il tipo e lo stile di vita e apostolato che praticano. Se fossero manager di aziende, gli intervistati di Benotti (Viaggio nella vita religiosa, Libreria Editrice Vaticana, pp. 234, euro 15) dovrebbero essere caldamente invitati a portare i libri in tribunale per dichiarare fallimento. Ma se ci fosse ancora uno Stalin in vena di scherzare su frati e monaci, si preoccuperebbe di chiedere dove il Papa stia arruolando e addestrando le sue «legioni straniere». Perché, dalla metà degli anni Sessanta a oggi, prima della decrescita demografica e morale dell’Occidente cristiano, le divisioni del Papa hanno via via lasciato l’Occidente per stabilire le proprie basi in terre assai lontane. Come i Carmelitani, un ordine sorto nella Terra Santa post seconda crociata, nell’undicesimo secolo, che ora vede il suo gruppo nazionale più numeroso prosperare in Indonesia, nel Paese musulmano più popoloso della Terra, ma che in un prossimo futuro sarà una realtà «determinante» per la vita e lo sviluppo dell’Ordine.

«La nostra vita non è fondata sui numeri, anzi è meglio che la vita religiosa sia piccola e autentica» dice il priore generale dei carmelitani Fernando Millán a Benotti, facendo eco a quanto poco prima scritto, nella prefazione del libro, da Timothy Radcliffe, carismatico ex generale dei domenicani e autore molto seguito dai religiosi contemporanei: «Non sono i numeri la cosa più importante. Il nostro obiettivo non è quello di perpetuare le nostre istituzioni». Tanto per parafrasare Stalin, e restando nel campo delle analogie militaresche: alla teoria «dell’esercito leggero» che combatte, e vince, perché ha pochi soldati capaci di avanzare rapidamente, è molto mobile ed è dotato di mezzi moderni, le «truppe scelte» del Papa ci erano arrivate già alla fine degli anni Settanta. I militari veri, solo nel 2002 durante la seconda guerra in Iraq, con la teoria dal segretario alla difesa Usa Donald Rumsfeld.

La relazione tra frati e militari rimanda obbligatoriamente alla Compagnia di Gesù: persino la terribile fanteria prussiana, e luterana, di Federico II di Hohenzollern era formata e strutturata sullo schema che Sant’Ignazio aveva pensato per i suoi seguaci. Nella Chiesa ancora ci si domanda come mai, dai primi anni Ottanta, i gesuiti abbiano iniziato, dando così il «coraggio dell’esempio» agli altri ordini, a smantellare le loro strutture in Occidente, comprese quelle con un patrimonio storico illustre. Non è un caso se in Italia, l’opera istituzionale più importante per i circa 600 gesuiti ancora attivi nella Penisola (erano 1.300 nel 1975) sia quel Centro Astalli diventato oramai sinonimo di azione socio-umanitaria in favore dei profughi di ogni lingua e di ogni religione.

Il generale alleggerimento delle strutture ha comportato a metà anni Ottanta anche la fuga verso mercati e banche di altri Paesi e continenti di quei fondi affidati dai grandi istituti religiosi allo Ior e alle altre istituzioni finanziarie vaticane.
E non è ancora un caso se l’ansia manifestata da Ior e Apsa, facendo aprire conti a laici e faccendieri, per «riempire i buchi» lasciati dai religiosi, abbia avuto inizio proprio in quegli anni. Ma mentre a Roma si combatteva questa battaglia di retroguardia, le truppe scelte del Papa continuavano a guardare lontano. Perché, come spiega Antoine Kerhuel, consigliere generale della Compagnia, per i gesuiti di oggi e di domani, «la Cina è un tema importante… Il centro di gravità demografico dei gesuiti si sta spostando in Asia. Le conseguenze sono decisamente importanti anche per la vita della Chiesa, perché se il peso demografico è preponderante in Paesi di cultura diversa, allora bisognerà riflettere sul modo di intendere la teologia e la liturgia». Per raggiungere lo scopo, truppe snelle e armamento moderno e avanzato: «Per portare avanti la missione, abbiamo bisogno di amministratori, economi, avvocati ma soprattutto di giornalisti e comunicatori».

Valdir José de Castro da meno di un anno è il superiore generale dei paolini, la congregazione religiosa sorta con la comunicazione inserita nel proprio Dna fondazionale. È la parte, forse, più densa del libro di Benotti questo confronto (indiretto) tra chi sa «vestire» (è una definizione di Paolo VI) la «Parola» di carta, musica, immagine, pellicola per immetterla in rete e chi a Roma non sa ancora guardare l’orizzonte.
I paolini avevano fondato nell’Urbe una facoltà universitaria di comunicazione sociale che, dopo meno di un decennio, a causa delle beghe chiesastiche romane, furono costretti a chiudere sciamando in Messico, Colombia, Filippine, India e Brasile, aumentando così la marginalità delle strutture romane in quello che sarà il campo di azione, e i tanti nuovi linguaggi, degli evangelizzatori di domani. I quali, a differenza dei militari di carriera, nel combattere la buona battaglia non causano macerie ma amano costruire umanità. E in questo, i benedettini, sembrano imbattibili: «Siamo i comunisti perfetti» dice a Benotti Notker Wolf, il loro primate. Senza forzare troppo la boutade, cercando sul web, il buon abate potrebbe essere chiosato con «siamo gli africani perfetti».

Il web narra di abbazie sparse nel continente, magari «nate» per iniziativa di abbazie plurisecolari, che esaltano il comunitarismo delle popolazioni africane fornendo loro strumenti per valorizzare il territorio e la tradizione. È il caso dell’abbazia di Keur Moussa, in Senegal. Fondata dai monaci di Solesmes, ha «inculturato» la liturgia cattolica sposando in tutto la lingua e le tradizioni wolof, e ha fatto rinascere a nuova vita la kora, strumento a corda che la «modernità» aveva quasi fatto dimenticare. A Keur Moussa non è dato sapere se e quanti battesimi siano stati amministrati. 
Ciò che si sa è che i monaci hanno insegnato alla popolazione, tutta islamica, a sottrarre al deserto centinaia di ettari per trasformarli in piantagioni di agrumi. La cristianità occidentale è morta? Viva il cristianesimo.

(13 maggio 2016)