I morti scrivono libri? Da molti non ce lo aspetteremmo affatto, ma da uno scrittore che ha passato la vita a trescare con l’inferno e i luttuosi abissi dell’aldilà non solo ce lo aspettiamo, ma quasi lo pretendiamo. Ed ecco infatti per Adelphi un nuovo libro di Giorgio Manganelli: Estrosità rigorose di un consulente editoriale. Manganelli aveva praticamente iniziato il suo curriculum con uno scritto pubblicato sul Menabò da Calvino, Sulla difficoltà di comunicare coi morti e recupera qui i documenti della sua lunga e sotterranea attività di esperto di molte letterature. Professionalmente di quella inglese e americana, ma senza trascurare quella italiana, anzi. Sono lettere, note a margine, pareri tecnici sulle traduzioni, quarte di copertina, manifesti per nuove collane. È un trionfo dello stile multiforme di cui Manganelli letteralmente si bea. Una grande bouffe di testi antichi e moderni. Un vero fiume carsico che torna in superficie grazie a Salvatore Silvano Nigro, studioso, professore universitario, consulente editoriale anche lui, ma qui soprattutto architetto e complice di una impresa non facile.
Manganelli era stato ingaggiato da Garzanti nella sede di Roma, dove lavorava anche Pietro Citati. Proprio Citati avrebbe raccontato della sua sorpresa quando una mattina Manganelli si presentò con il suo libro d’esordio, Hilarotragoedia, stampato da Feltrinelli. Era il 1964: Manganelli esordiva tardi, all’età di quarantadue anni, e Citati, che lo pensava professore, mai avrebbe sospettato in lui la vena dello scrittore e per giunta di uno scrittore così singolare. Somigliava a Gadda? Tiziano Scarpa ha scritto una commedia su un episodio, poco importa se vero o falso, che ormai è diventato leggenda. Nello stesso giorno la figlia adolescente di Manganelli, che lui non aveva mai visto, arriva a Roma e lo va a trovare, proprio mentre sta per arrivare Gadda che, Hilatragoedia alla mano, lo aggredisce perché sospetta un'irriverente parodia della Cognizione del dolore. Siamo al vaudeville, con la figlia di Manganelli esiliata sul balcone e Gadda furente che si scontra con il genitore. Ma torniamo alle Estrosità rigorose.
Manganelli, dopo aver lavorato per Garzanti, accettò la consulenza che gli offriva Giulio Einaudi ed eccolo subito a discutere, con Einaudi stesso, di una nuova collana dedicata agli scrittori sperimentali italiani, inaugurata da Alice Ceresa. Ora questa collana della Ricerca letteraria affiancava quella analoga dedicata agli scrittori stranieri ed è sulle copertine che Manganelli ha molto da ridire, anche se lo fa, naturalmente, a modo suo. Dopo aver detto che soddisfano le sue inclinazioni luttuose e necrofiliche, aggiunge: «Un nervoso, lancinante piacere mi turba quando scorgo riposare sulle lastre dei librai i composti, sobri epitaffi… È praticamente impossibile leggere il nome di colui e colei cui dobbiamo dedicare le nostre pensose preci».
Einaudi non rispose direttamente alla lettera, che ebbe però il suo effetto: le copertine grigie illeggibili della serie straniera furono virate in argento, mentre la Ceresa (La figlia prodiga) ebbe un bel color magenta per il suo esordio. Rattristato, racconta Nigro, da un refuso: nella quarta di copertina il romanzo «evocativo» divenne «educativo», che per un autore d’avanguardia è un insulto sanguinoso.
Manganelli, che si era giustificato con Garzanti per aver pubblicato Hilarotragoedia con Feltrinelli vista la sua vicinanza al gruppo degli sperimentali, ebbe sempre un’attenzione partecipe per quegli scrittori e in particolare, tra i più giovani, per Sebastiano Vassalli. E Manganelli segnalava un romanzo di un altro giovane persino divertente, anche se questo non è usuale, chiosava, con la prosa «avaguardosa».
Gian Carlo Roscioni una volta compilò una mappa delle camere ammobiliate in cui aveva abitato Gadda a Roma. Non so se sia stata fatta una analoga ricerca per Manganelli che, tra camere in famiglia e appartamenti in affitto, fino all’approdo in via Chinotto 8, era in costante trasloco e si lamentava con la Einaudi perché gli mandava i libri quasi sempre all’indirizzo precedente. Ma, disguidi a parte, tra bozze, prove di traduzione e carteggi vari, Manganelli naufragava regolarmente e sembra miracoloso che riuscisse a distillare in quel caos i suoi giudizi, spesso analitici e comunque scrupolosi, talvolta dolcemente avvelenati o decisamente avversi, come quello per un romanzo di Bernard Kops: «Letteratura ferroviaria, da treni accelerati, novembrini. No». Ma capitava anche che scrivesse a Paolo Fossati della Einaudi, «West of Suez di Osborne è cosa di rara bruttezza, di una goffa opacità moralistica; lo trovo repellente. Pubblichiamolo».
Un capitolo interessante è quello del rapporto con i classici. In una lettera a Davico Bonino del ’67, Manganelli all’idea di una collana einaudiana dedicata ai classici dichiara: «Io mi sdilinquisco e già toscaneggio tutto». La collana, per la quale si adoperavano Bollati e Davico, in realtà Giulio Einaudi non la voleva e il progetto non andò mai avanti, ma dalle carte emerge la passione di Manganelli per gli scrittori fuori ordinanza sicché quando, in un’altra occasione, Carlo Carena gli chiederà un parere su Giacomo Lubrano, un gesuita secentesco, subito definito «uno dei più gelidi e macchinosi barocchi», il responso sarà «un chiassoso sì».
Sempre di Manganelli è il manifesto per la collana di classici da lui diretta insieme a Dante Isella per la Fondazione Bembo e pubblicata da Guanda, dove l’intenzione di deviare rispetto alla linea De Sanctis-Croce è subito messa in chiaro. Occorre fare spazio agli umanisti che scrivevano in latino, ai barocchi e ai dialettali, autori di testi dimenticati. «Inezie laboriose» aveva chiosato De Sanctis parlando di certi accademici cinquecenteschi e Manganelli aveva rovesciato in «Laboriose inezie» quella definizione per pubblicare un manipolo di recensioni, da lui stesso definite futile esercizio. Fedele ai suoi Maestri e Retori secenteschi, Manganelli ovviamente dissimulava l’enorme passione letteraria. La letteratura come menzogna è un suo titolo del 1985, altamente rappresentativo.
Dopo Garzanti ed Einaudi, per il quale gli accadeva di «intorinarsi», ovvero di andare a Torino per le famose riunione del mercoledì, Manganelli ebbe rapporti con Mondadori, ma poco felici, nonostante la volontà di Vittorio Sereni di accaparrarsi un consulente così particolare. Con Rizzoli si impegnò su due fronti: quello editoriale e giornalistico, poi ci fu la collaborazione con Adelphi, che oggi è l’editore di tutti i suoi libri, vecchi e nuovi, come questo appena uscito.
(20 maggio 2016)
Manganelli era stato ingaggiato da Garzanti nella sede di Roma, dove lavorava anche Pietro Citati. Proprio Citati avrebbe raccontato della sua sorpresa quando una mattina Manganelli si presentò con il suo libro d’esordio, Hilarotragoedia, stampato da Feltrinelli. Era il 1964: Manganelli esordiva tardi, all’età di quarantadue anni, e Citati, che lo pensava professore, mai avrebbe sospettato in lui la vena dello scrittore e per giunta di uno scrittore così singolare. Somigliava a Gadda? Tiziano Scarpa ha scritto una commedia su un episodio, poco importa se vero o falso, che ormai è diventato leggenda. Nello stesso giorno la figlia adolescente di Manganelli, che lui non aveva mai visto, arriva a Roma e lo va a trovare, proprio mentre sta per arrivare Gadda che, Hilatragoedia alla mano, lo aggredisce perché sospetta un'irriverente parodia della Cognizione del dolore. Siamo al vaudeville, con la figlia di Manganelli esiliata sul balcone e Gadda furente che si scontra con il genitore. Ma torniamo alle Estrosità rigorose.
Manganelli, dopo aver lavorato per Garzanti, accettò la consulenza che gli offriva Giulio Einaudi ed eccolo subito a discutere, con Einaudi stesso, di una nuova collana dedicata agli scrittori sperimentali italiani, inaugurata da Alice Ceresa. Ora questa collana della Ricerca letteraria affiancava quella analoga dedicata agli scrittori stranieri ed è sulle copertine che Manganelli ha molto da ridire, anche se lo fa, naturalmente, a modo suo. Dopo aver detto che soddisfano le sue inclinazioni luttuose e necrofiliche, aggiunge: «Un nervoso, lancinante piacere mi turba quando scorgo riposare sulle lastre dei librai i composti, sobri epitaffi… È praticamente impossibile leggere il nome di colui e colei cui dobbiamo dedicare le nostre pensose preci».
Einaudi non rispose direttamente alla lettera, che ebbe però il suo effetto: le copertine grigie illeggibili della serie straniera furono virate in argento, mentre la Ceresa (La figlia prodiga) ebbe un bel color magenta per il suo esordio. Rattristato, racconta Nigro, da un refuso: nella quarta di copertina il romanzo «evocativo» divenne «educativo», che per un autore d’avanguardia è un insulto sanguinoso.
Manganelli, che si era giustificato con Garzanti per aver pubblicato Hilarotragoedia con Feltrinelli vista la sua vicinanza al gruppo degli sperimentali, ebbe sempre un’attenzione partecipe per quegli scrittori e in particolare, tra i più giovani, per Sebastiano Vassalli. E Manganelli segnalava un romanzo di un altro giovane persino divertente, anche se questo non è usuale, chiosava, con la prosa «avaguardosa».
Gian Carlo Roscioni una volta compilò una mappa delle camere ammobiliate in cui aveva abitato Gadda a Roma. Non so se sia stata fatta una analoga ricerca per Manganelli che, tra camere in famiglia e appartamenti in affitto, fino all’approdo in via Chinotto 8, era in costante trasloco e si lamentava con la Einaudi perché gli mandava i libri quasi sempre all’indirizzo precedente. Ma, disguidi a parte, tra bozze, prove di traduzione e carteggi vari, Manganelli naufragava regolarmente e sembra miracoloso che riuscisse a distillare in quel caos i suoi giudizi, spesso analitici e comunque scrupolosi, talvolta dolcemente avvelenati o decisamente avversi, come quello per un romanzo di Bernard Kops: «Letteratura ferroviaria, da treni accelerati, novembrini. No». Ma capitava anche che scrivesse a Paolo Fossati della Einaudi, «West of Suez di Osborne è cosa di rara bruttezza, di una goffa opacità moralistica; lo trovo repellente. Pubblichiamolo».
Un capitolo interessante è quello del rapporto con i classici. In una lettera a Davico Bonino del ’67, Manganelli all’idea di una collana einaudiana dedicata ai classici dichiara: «Io mi sdilinquisco e già toscaneggio tutto». La collana, per la quale si adoperavano Bollati e Davico, in realtà Giulio Einaudi non la voleva e il progetto non andò mai avanti, ma dalle carte emerge la passione di Manganelli per gli scrittori fuori ordinanza sicché quando, in un’altra occasione, Carlo Carena gli chiederà un parere su Giacomo Lubrano, un gesuita secentesco, subito definito «uno dei più gelidi e macchinosi barocchi», il responso sarà «un chiassoso sì».
Sempre di Manganelli è il manifesto per la collana di classici da lui diretta insieme a Dante Isella per la Fondazione Bembo e pubblicata da Guanda, dove l’intenzione di deviare rispetto alla linea De Sanctis-Croce è subito messa in chiaro. Occorre fare spazio agli umanisti che scrivevano in latino, ai barocchi e ai dialettali, autori di testi dimenticati. «Inezie laboriose» aveva chiosato De Sanctis parlando di certi accademici cinquecenteschi e Manganelli aveva rovesciato in «Laboriose inezie» quella definizione per pubblicare un manipolo di recensioni, da lui stesso definite futile esercizio. Fedele ai suoi Maestri e Retori secenteschi, Manganelli ovviamente dissimulava l’enorme passione letteraria. La letteratura come menzogna è un suo titolo del 1985, altamente rappresentativo.
Dopo Garzanti ed Einaudi, per il quale gli accadeva di «intorinarsi», ovvero di andare a Torino per le famose riunione del mercoledì, Manganelli ebbe rapporti con Mondadori, ma poco felici, nonostante la volontà di Vittorio Sereni di accaparrarsi un consulente così particolare. Con Rizzoli si impegnò su due fronti: quello editoriale e giornalistico, poi ci fu la collaborazione con Adelphi, che oggi è l’editore di tutti i suoi libri, vecchi e nuovi, come questo appena uscito.
(20 maggio 2016)