Solo poche settimane fa un tribunale americano ha richiesto tredici milioni di dollari di risarcimento per Santae Tribble, 51 anni, in carcere da 28, perché giudicato colpevole di omicidio. La prova, tredici capelli trovati sulla scena del crimine e attribuiti a lui. L’analisi del Dna, oggi, ha rivelato che in realtà appartengono a tre altri individui e perfino a un cane. E non è un tipo di errore sporadico: nel 2015 il Dipartimento di Giustizia americano e l’Fbi hanno ammesso errori nel 95 per cento dei casi di riconoscimento dei colpevoli attraverso l’esame del capello avvenuti tra il 1980 e il 2000. Non basta: solo qualche anno fa la National Academy of Sciences americana diceva che l’analisi delle impronte digitali era stata «deliberatamente lasciata all’interpretazione umana, con risultati variabili a seconda dell’esaminatore».
Da un lato sono notizie che preoccupano, ma dall’altro anche segni che la scienza forense sa mettersi in discussione e migliorarsi. Per esempio oggi i capelli sulla scena del delitto non si confrontano più con quelli dei sospettati per forma, colore e Dna (visto che spesso quelli trovati ne contengono troppo poco), ma si usano per trarne indicazioni del tutto nuove: gli aminoacidi contenuti nella cheratina possono dirci sesso, età e massa corporea di un soggetto, e l’analisi degli isotopi dell’idrogeno e dell’ossigeno trovati nei capelli – visto che variano da luogo a luogo – sono in grado perfino di rivelarci gli spostamenti geografici del loro proprietario negli ultimi mesi. Ricostruendo una storia.
«Storia è la parola chiave. Quella forense non è una scienza esatta: per certi versi somiglia più a un’arte, come la narrazione» spiega al Venerdì Val McDermid, scrittrice britannica di bestseller polizieschi e ora autrice del saggio Anatomia del crimine: storie e segreti delle scienze forensi (Codice). «Lo scopo finale, dopotutto, è dipanare una trama nascosta. Con due sfide difficilissime da vincere: anzitutto, tra gli scienziati, quello forense è l’unico che ha a che fare con un avversario umano – il criminale – che lavora contro di lui con tutte le sue forze e il suo ingegno, cercando di depistarlo. L’altro scoglio è l’esigenza di arrivare a un risultato “definitivo”, un verdetto – non aggiornabile e rivedibile come tutti i responsi della scienza – entro tempi stretti, quelli del processo».
Secondo la McDermid, che nel saggio ripercorre l’origine e i successi più clamorosi della scienza che all’accademia preferisce il tribunale, proprio i primordi di questa disciplina ci aiutano a capire la sua natura, che mescola rigore metodologico a abbondanti doti di intuizione e senso pratico.
«Il più antico testo di medicina forense, il cinese Hsi Yuan Chi Lu (Sul lavare via i torti e le accuse ingiuste), del 1247, è stato ristampato per settecento anni – una longevità impensabile per i testi scientifici veri e propri – e ancora fino al secolo scorso veniva usato sulla scena del crimine dai poliziotti cinesi. Il suo autore, Sung Tzu, non era nemmeno un medico, ma un giudice. Nel testo insegna a esaminare le ossa, studiare le ferite, e offre il primo esempio di uso dell’entomologia forense. È il caso di un uomo pugnalato a morte. L’investigatore prima sperimenta diverse armi da taglio su una carcassa di mucca e deduce che l’arma del delitto fosse un falcetto, per la forma delle ferite. Poi convoca tutti gli adulti che abitavano vicino al luogo del delitto e ordina loro di deporre a terra i propri falcetti. Sono tutti puliti, ma a un certo punto prima una mosca e poi altre si posano sul falcetto di uno dei sospetti, attirate da microscopiche tracce ematiche. Interrogato a fondo, il sospetto confessa l’omicidio».
L’entomologia ha poi confermato l’intuizione di Tzu: «Mentre gli altri insetti si servono dell’olfatto solo fino a quando non sono abbastanza vicini al cibo e poi danno priorità alla vista, il moscone della carne si affida solo all’olfatto, e quindi può trovare i cadaveri anche quando sono ben occultati, ad esempio sotto il pavimento» spiega McDermid.
Nel Regno Unito, invece, il primo caso di omicidio risolto grazie allo studio degli insetti risale al 1935. «Tutto iniziò con la misteriosa sparizione di due donne: Isabella Ruxton e la sua domestica Mary. Secondo il marito di Isabella, il medico Buck Ruxton, le due erano partite per Blackpool. Dopo qualche giorno, però, sulla riva di un torrente vennero trovati trenta pacchettini intrisi di sangue: i resti di due donne, impossibili da identificare per via dei polpastrelli rimossi. Alcune larve trovate nei resti furono però studiate dagli entomologi dell’Università di Edimburgo e, dalla loro specie ed età, fu possibile capire che i corpi erano stati gettati nel fiume dieci giorni prima. Proprio in coincidenza con la scomparsa di Isabella Ruxton. Poi una sovrapposizione fotografica tra uno dei due teschi rinvenuti e una foto di Isabella incastrò il marito». La scienza forense, insomma, funziona. Perfino in quegli ambiti, come la psicologia, che più sanno attirarsi critiche: è solo di pochi mesi fa uno studio che mostra come due terzi degli esperimenti di psicologia sociale non siano replicabili. In tribunale, invece, la psicologia è spesso risolutiva. Per esempio con il profiling, cioè la composizione del profilo psicologico degli assassini.
«Questo nasce quando allo psicologo militare inglese Lionel Haward viene chiesto di stilare l’elenco delle caratteristiche che hanno accomunato i criminali di guerra nazisti, e ottiene il suo maggior successo nel 1957, quando George Metesky, che aveva terrorizzato per ben 16 anni New York piazzando ordigni ovunque, viene arrestato grazie al ritratto tracciato dallo psichiatra e criminologo James Brussel. Brussel ipotizzò che il criminale fosse paranoico, e quindi avesse superato i quarant’anni, visto che la paranoia ha uno sviluppo lento. Poi, dalla manifattura degli ordigni e dalla cura delle lettere, stabilì che l’uomo fosse una persona ordinata e zelante, magari un ex impiegato della Con Edison, l’unica azienda insultata più volte nei biglietti del terrorista. Forse slavo, pensò Brussel, visto che le bombe erano usate soprattutto da quelle parti» ricorda la scrittrice. «Infine la forma arrotondata delle w usate nei messaggi faceva pensare a dei seni: il soggetto, per Brussel, poteva avere un complesso d’Edipo irrisolto e non essersi sposato. Brussel si spinse a predire che al momento dell’arresto l’uomo avrebbe indossato un doppiopetto. E fu così: quando, grazie al profilo, la polizia arrestò George Metesky – licenziato dalla Con Edison nel 1931, dopo un incidente che gli aveva danneggiato i polmoni – costui, che viveva ancora con le sorelle, fu portato via in doppiopetto».
Oggi il profiling è arrivato a livelli di accuratezza impressionanti. «Il punto di svolta è stato il lavoro dello psicologo inglese David Canter, che negli anni Novanta consentì di restringere la lista dei sospettati di crimini seriali con la sua ipotesi del cerchio: se si traccia un cerchio che passa per i luoghi dei due delitti più lontani tra loro, la casa del serial killer sarà probabilmente vicino al centro del cerchio» spiega McDermid. «Questo sistema è criticabile, ma si è rivelato valido per la maggioranza dei pluriassassini, e ha portato allo sviluppo dei software oggi usati dalla polizia».
(20 maggio 2016)
Da un lato sono notizie che preoccupano, ma dall’altro anche segni che la scienza forense sa mettersi in discussione e migliorarsi. Per esempio oggi i capelli sulla scena del delitto non si confrontano più con quelli dei sospettati per forma, colore e Dna (visto che spesso quelli trovati ne contengono troppo poco), ma si usano per trarne indicazioni del tutto nuove: gli aminoacidi contenuti nella cheratina possono dirci sesso, età e massa corporea di un soggetto, e l’analisi degli isotopi dell’idrogeno e dell’ossigeno trovati nei capelli – visto che variano da luogo a luogo – sono in grado perfino di rivelarci gli spostamenti geografici del loro proprietario negli ultimi mesi. Ricostruendo una storia.
«Storia è la parola chiave. Quella forense non è una scienza esatta: per certi versi somiglia più a un’arte, come la narrazione» spiega al Venerdì Val McDermid, scrittrice britannica di bestseller polizieschi e ora autrice del saggio Anatomia del crimine: storie e segreti delle scienze forensi (Codice). «Lo scopo finale, dopotutto, è dipanare una trama nascosta. Con due sfide difficilissime da vincere: anzitutto, tra gli scienziati, quello forense è l’unico che ha a che fare con un avversario umano – il criminale – che lavora contro di lui con tutte le sue forze e il suo ingegno, cercando di depistarlo. L’altro scoglio è l’esigenza di arrivare a un risultato “definitivo”, un verdetto – non aggiornabile e rivedibile come tutti i responsi della scienza – entro tempi stretti, quelli del processo».
Secondo la McDermid, che nel saggio ripercorre l’origine e i successi più clamorosi della scienza che all’accademia preferisce il tribunale, proprio i primordi di questa disciplina ci aiutano a capire la sua natura, che mescola rigore metodologico a abbondanti doti di intuizione e senso pratico.
«Il più antico testo di medicina forense, il cinese Hsi Yuan Chi Lu (Sul lavare via i torti e le accuse ingiuste), del 1247, è stato ristampato per settecento anni – una longevità impensabile per i testi scientifici veri e propri – e ancora fino al secolo scorso veniva usato sulla scena del crimine dai poliziotti cinesi. Il suo autore, Sung Tzu, non era nemmeno un medico, ma un giudice. Nel testo insegna a esaminare le ossa, studiare le ferite, e offre il primo esempio di uso dell’entomologia forense. È il caso di un uomo pugnalato a morte. L’investigatore prima sperimenta diverse armi da taglio su una carcassa di mucca e deduce che l’arma del delitto fosse un falcetto, per la forma delle ferite. Poi convoca tutti gli adulti che abitavano vicino al luogo del delitto e ordina loro di deporre a terra i propri falcetti. Sono tutti puliti, ma a un certo punto prima una mosca e poi altre si posano sul falcetto di uno dei sospetti, attirate da microscopiche tracce ematiche. Interrogato a fondo, il sospetto confessa l’omicidio».
L’entomologia ha poi confermato l’intuizione di Tzu: «Mentre gli altri insetti si servono dell’olfatto solo fino a quando non sono abbastanza vicini al cibo e poi danno priorità alla vista, il moscone della carne si affida solo all’olfatto, e quindi può trovare i cadaveri anche quando sono ben occultati, ad esempio sotto il pavimento» spiega McDermid.
Nel Regno Unito, invece, il primo caso di omicidio risolto grazie allo studio degli insetti risale al 1935. «Tutto iniziò con la misteriosa sparizione di due donne: Isabella Ruxton e la sua domestica Mary. Secondo il marito di Isabella, il medico Buck Ruxton, le due erano partite per Blackpool. Dopo qualche giorno, però, sulla riva di un torrente vennero trovati trenta pacchettini intrisi di sangue: i resti di due donne, impossibili da identificare per via dei polpastrelli rimossi. Alcune larve trovate nei resti furono però studiate dagli entomologi dell’Università di Edimburgo e, dalla loro specie ed età, fu possibile capire che i corpi erano stati gettati nel fiume dieci giorni prima. Proprio in coincidenza con la scomparsa di Isabella Ruxton. Poi una sovrapposizione fotografica tra uno dei due teschi rinvenuti e una foto di Isabella incastrò il marito». La scienza forense, insomma, funziona. Perfino in quegli ambiti, come la psicologia, che più sanno attirarsi critiche: è solo di pochi mesi fa uno studio che mostra come due terzi degli esperimenti di psicologia sociale non siano replicabili. In tribunale, invece, la psicologia è spesso risolutiva. Per esempio con il profiling, cioè la composizione del profilo psicologico degli assassini.
«Questo nasce quando allo psicologo militare inglese Lionel Haward viene chiesto di stilare l’elenco delle caratteristiche che hanno accomunato i criminali di guerra nazisti, e ottiene il suo maggior successo nel 1957, quando George Metesky, che aveva terrorizzato per ben 16 anni New York piazzando ordigni ovunque, viene arrestato grazie al ritratto tracciato dallo psichiatra e criminologo James Brussel. Brussel ipotizzò che il criminale fosse paranoico, e quindi avesse superato i quarant’anni, visto che la paranoia ha uno sviluppo lento. Poi, dalla manifattura degli ordigni e dalla cura delle lettere, stabilì che l’uomo fosse una persona ordinata e zelante, magari un ex impiegato della Con Edison, l’unica azienda insultata più volte nei biglietti del terrorista. Forse slavo, pensò Brussel, visto che le bombe erano usate soprattutto da quelle parti» ricorda la scrittrice. «Infine la forma arrotondata delle w usate nei messaggi faceva pensare a dei seni: il soggetto, per Brussel, poteva avere un complesso d’Edipo irrisolto e non essersi sposato. Brussel si spinse a predire che al momento dell’arresto l’uomo avrebbe indossato un doppiopetto. E fu così: quando, grazie al profilo, la polizia arrestò George Metesky – licenziato dalla Con Edison nel 1931, dopo un incidente che gli aveva danneggiato i polmoni – costui, che viveva ancora con le sorelle, fu portato via in doppiopetto».
Oggi il profiling è arrivato a livelli di accuratezza impressionanti. «Il punto di svolta è stato il lavoro dello psicologo inglese David Canter, che negli anni Novanta consentì di restringere la lista dei sospettati di crimini seriali con la sua ipotesi del cerchio: se si traccia un cerchio che passa per i luoghi dei due delitti più lontani tra loro, la casa del serial killer sarà probabilmente vicino al centro del cerchio» spiega McDermid. «Questo sistema è criticabile, ma si è rivelato valido per la maggioranza dei pluriassassini, e ha portato allo sviluppo dei software oggi usati dalla polizia».
(20 maggio 2016)