CASALE MONFERRATO. Rimbalzi imprevedibili, come quelli di una palla ovale. E una storia cominciata per tutti nello stesso modo: migrando dal Paese d’origine verso nord – Libia – alla ricerca di un lavoro, di una vita migliore. Poi la fuga dagli orrori del dopo Gheddafi, il viaggio disperato da Tripoli su di un barcone. Mare Nostrum, Lampedusa. Chi poteva immaginarlo? Stasera sono qui, pantaloncini strappati e magliette scolorite, a correre su un campo di gramigna spelacchiata nato sopra i vecchi scarichi dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato, Alessandria. Sudano, sbuffano, ridono. Inseguendo i rimbalzi di una palla ovale, e di una vita migliore. Sono i ragazzi della Tre Rose, squadra di rugby che dall’ottobre scorso partecipa al campionato italiano di serie C2: 30 giovani rifugiati provenienti dall’Africa sub-sahariana. Le Rose Nere, li chiamano.
Sama viene dalla periferia di Abidjan, Costa d’Avorio: è un tipo nato svelto, non fai in tempo a spiegargli una cosa che ha già capito e la fa meglio di te. E allora gioca tallonatore, perché c’è bisogno di qualcuno che metta ordine tra quelli più grossi. Benjamin nelle braccia ha muscoli come meloni, infatti lo schierano nel ruolo di pilone sinistro, a reggere il peso della mischia. È molto orgoglioso della sua città: Kumasi, Ghana, l’antica culla del popolo Ashanti. Il gigante ossuto si chiama Mamadou: è della Guinea Conakry, quando alza le braccia giura di toccare quattro metri. Non è vero ma quasi, se c’è da saltare la prende sempre lui. Anche Youssef è ivoriano: quanto è veloce, imprendibile, è quello che di solito segna le mete. Però ha il broncio, perché fanno calciare le punizioni a un altro.
Togo, Senegal, Sudan, Mali, Nigeria, Gambia e altri Paesi ancora: ci sono 12 diverse nazionalità, nelle Tre Rose. E uno, che chiamano «lo straniero». È il capitano, Fabio Lifredi, un trentenne titolare di un’azienda agricola della provincia. Paolo Pensa, 53 anni, ex carabiniere e operatore presso le comunità salesiane, presidente delle Tre Rose di Rosignano Monferrato: polisportiva che nel 2010 si è affacciata a questa strana disciplina – il rugby – aspra e generosa, dove tutti sono uguali e nessuno si lamenta, mai. «Per quattro stagioni abbiamo giocato con i ragazzi del posto, poi lo scorso anno è arrivata la svolta» racconta.
A Casale c’è la sede di Senape, cooperativa sociale che assiste 150 profughi (comprese alcune mamme con i loro bambini) e li accompagna lungo il cammino istituzionale – corsi di italiano, di formazione professionale – in attesa che la loro domanda di asilo sia accolta o meno. «Ho chiesto se qualcuno aveva voglia di fare sport con noi: un modo per permettere loro di passare un po’ di tempo in maniera sana, e integrarsi meglio». Gli rispondono quattro giovani del Ghana. L’esperimento funziona, eccome. «Non solo si sono divertiti, ma hanno dimostrato di essere degli atleti formidabili. Alzando di brutto il livello del gruppo».
Nei mesi successivi i quattro hanno lasciato il Piemonte e l’Italia, continuando la loro storia altrove. Però le Rose Nere stavano per sbocciare, non a caso era primavera. Una squadra di rifugiati, perché no? Pensa coinvolge nel suo straordinario progetto Mirella Ruo, presidente di Senape. Attraverso Daniela Ruffino ottiene il patrocinio della Regione Piemonte e un piccolo aiuto economico da un imprenditore locale, Giuseppino Coppo. Recupera alcuni vecchi container da utilizzare come spogliatoi e club house dove mangiare una pastasciutta tutti insieme al termine delle partite. L’allora capo della Procura di Casale, Valeria Fazio, gli mette a disposizione i lavoratori di pubblica utilità – quelli cui di solito è stata ritirata la patente per ubriachezza e vengono «condannati» a fare qualcosa di buono, se un giorno vorranno tornare al volante – per mettere ordine al campo di Ronzano. Che sorge a poca distanza dal Po: sotto, sono interrate le scorie maledette dell’Eternit, la fabbrica era solo a poche centinaia di metri da qui ed è stata chiusa 30 anni fa.
Siamo già nel luglio 2015, cominciano i primi allenamenti. Dal presidente della Federazione di rugby, Alfredo Gavazzi, arriva una deroga speciale: a partire dal mese di ottobre, le Tre Rose potranno partecipare al campionato di serie C2 schierando fino a 22 stranieri contemporaneamente, tra titolari e riserve. «Però all’inizio nessuno dei ragazzi aveva mai visto una palla ovale». Che pazienza, gli allenatori: Raffaele Contemi, Luca Patrucco, Luigi Adinolfi, Liborio Governale.
Si parte da zero, ma nei giocatori ci sono un entusiasmo e una felicità che fanno superare le incertezze. «E poi nel gruppo possiamo contare su alcuni reduci dei precedenti campionati: il capitano, Fabio, più altri tre piemontesi. E due rumeni, un paio di albanesi, un argentino, due giovanissimi di origine marocchina. Anche loro aiutano, consigliano, danno il buon esempio. Insomma, è una bella banda». Definite le pratiche e la richiesta di asilo, dopo qualche mese succede che qualcuno se ne vada. Altri arrivano. «È una continua metamorfosi. Dispiace un po’, ma è giusto così». Dall’inizio del torneo hanno disputato 12 partite e sono state altrettante sconfitte. «Il risultato non conta. Siamo qui per stare insieme e divertirci» spiega Pensa. Che poi si inorgoglisce. «Comunque, facciamo progressi a ogni incontro: nell’ultimo, con il Novi Ligure, abbiamo segnato 4 mete e guadagnato il nostro primo punto in classifica. Per noi è stato come vincere un mondiale».
Tre volte alla settimana, Paolo Pensa li va a prendere nelle strutture dove sono ospitati – tra Casale, Asti, Frinco, Valenza – e li fa salire a bordo di un vecchio furgone, con le loro borse da gioco. Il viaggio è tutto un ridere, e cantare. Poi però sul campo si fa sul serio. «Mi piace giocare, mi fa sentire finalmente libero: perché ti insegnano le regole, e valgono per tutti». Youssef è quello che corre forte. Lui addirittura gioca anche in una squadra di calcio del posto, doppio allenamento. «Il mio sogno è sempre stato quello di diventare uno sportivo professionista. Ma ho 25 anni, forse è tardi. Al mio paese facevo il meccanico. È stata dura andarmene, però non avevo scelta».
Una storia simile a quella di Sama, 26 anni, che dalla Costa d’Avorio ha attraversato a piedi l’Africa (Burkina Faso, Niger) e poi guadagnava abbastanza bene come elettricista a Tripoli. «Quando è scoppiata la rivoluzione era troppo pericoloso restare. Ho pagato mille dinari per scappare: due giorni in mare, prima di essere salvati da un mercantile filippino. Dopo Lampedusa sono finito in qualche posto vicino a Milano, e ora qui». Vorrebbe ringraziare tutti, ma confessa anche che sente troppo razzismo intorno a sé. «Lo vedo, come mi guardano quando salgo sull’autobus o cammino per il paese. Non è colpa mia, se sono qui». Dice che solo il rugby lo fa stare bene. «Nella squadra siamo tutti uguali: bianchi, neri. Lottiamo insieme, e quando uno è in difficoltà allora è l’altro che lo aiuta. Poi alla fine della partita mangiamo insieme ai nostri avversari. È bello. Anche la vita di tutti i giorni, dovrebbe essere così. Non vedo l’ora di giocare la prossima partita».
(20 maggio 2016)
Sama viene dalla periferia di Abidjan, Costa d’Avorio: è un tipo nato svelto, non fai in tempo a spiegargli una cosa che ha già capito e la fa meglio di te. E allora gioca tallonatore, perché c’è bisogno di qualcuno che metta ordine tra quelli più grossi. Benjamin nelle braccia ha muscoli come meloni, infatti lo schierano nel ruolo di pilone sinistro, a reggere il peso della mischia. È molto orgoglioso della sua città: Kumasi, Ghana, l’antica culla del popolo Ashanti. Il gigante ossuto si chiama Mamadou: è della Guinea Conakry, quando alza le braccia giura di toccare quattro metri. Non è vero ma quasi, se c’è da saltare la prende sempre lui. Anche Youssef è ivoriano: quanto è veloce, imprendibile, è quello che di solito segna le mete. Però ha il broncio, perché fanno calciare le punizioni a un altro.
Togo, Senegal, Sudan, Mali, Nigeria, Gambia e altri Paesi ancora: ci sono 12 diverse nazionalità, nelle Tre Rose. E uno, che chiamano «lo straniero». È il capitano, Fabio Lifredi, un trentenne titolare di un’azienda agricola della provincia. Paolo Pensa, 53 anni, ex carabiniere e operatore presso le comunità salesiane, presidente delle Tre Rose di Rosignano Monferrato: polisportiva che nel 2010 si è affacciata a questa strana disciplina – il rugby – aspra e generosa, dove tutti sono uguali e nessuno si lamenta, mai. «Per quattro stagioni abbiamo giocato con i ragazzi del posto, poi lo scorso anno è arrivata la svolta» racconta.
A Casale c’è la sede di Senape, cooperativa sociale che assiste 150 profughi (comprese alcune mamme con i loro bambini) e li accompagna lungo il cammino istituzionale – corsi di italiano, di formazione professionale – in attesa che la loro domanda di asilo sia accolta o meno. «Ho chiesto se qualcuno aveva voglia di fare sport con noi: un modo per permettere loro di passare un po’ di tempo in maniera sana, e integrarsi meglio». Gli rispondono quattro giovani del Ghana. L’esperimento funziona, eccome. «Non solo si sono divertiti, ma hanno dimostrato di essere degli atleti formidabili. Alzando di brutto il livello del gruppo».
Nei mesi successivi i quattro hanno lasciato il Piemonte e l’Italia, continuando la loro storia altrove. Però le Rose Nere stavano per sbocciare, non a caso era primavera. Una squadra di rifugiati, perché no? Pensa coinvolge nel suo straordinario progetto Mirella Ruo, presidente di Senape. Attraverso Daniela Ruffino ottiene il patrocinio della Regione Piemonte e un piccolo aiuto economico da un imprenditore locale, Giuseppino Coppo. Recupera alcuni vecchi container da utilizzare come spogliatoi e club house dove mangiare una pastasciutta tutti insieme al termine delle partite. L’allora capo della Procura di Casale, Valeria Fazio, gli mette a disposizione i lavoratori di pubblica utilità – quelli cui di solito è stata ritirata la patente per ubriachezza e vengono «condannati» a fare qualcosa di buono, se un giorno vorranno tornare al volante – per mettere ordine al campo di Ronzano. Che sorge a poca distanza dal Po: sotto, sono interrate le scorie maledette dell’Eternit, la fabbrica era solo a poche centinaia di metri da qui ed è stata chiusa 30 anni fa.
Siamo già nel luglio 2015, cominciano i primi allenamenti. Dal presidente della Federazione di rugby, Alfredo Gavazzi, arriva una deroga speciale: a partire dal mese di ottobre, le Tre Rose potranno partecipare al campionato di serie C2 schierando fino a 22 stranieri contemporaneamente, tra titolari e riserve. «Però all’inizio nessuno dei ragazzi aveva mai visto una palla ovale». Che pazienza, gli allenatori: Raffaele Contemi, Luca Patrucco, Luigi Adinolfi, Liborio Governale.
Si parte da zero, ma nei giocatori ci sono un entusiasmo e una felicità che fanno superare le incertezze. «E poi nel gruppo possiamo contare su alcuni reduci dei precedenti campionati: il capitano, Fabio, più altri tre piemontesi. E due rumeni, un paio di albanesi, un argentino, due giovanissimi di origine marocchina. Anche loro aiutano, consigliano, danno il buon esempio. Insomma, è una bella banda». Definite le pratiche e la richiesta di asilo, dopo qualche mese succede che qualcuno se ne vada. Altri arrivano. «È una continua metamorfosi. Dispiace un po’, ma è giusto così». Dall’inizio del torneo hanno disputato 12 partite e sono state altrettante sconfitte. «Il risultato non conta. Siamo qui per stare insieme e divertirci» spiega Pensa. Che poi si inorgoglisce. «Comunque, facciamo progressi a ogni incontro: nell’ultimo, con il Novi Ligure, abbiamo segnato 4 mete e guadagnato il nostro primo punto in classifica. Per noi è stato come vincere un mondiale».
Tre volte alla settimana, Paolo Pensa li va a prendere nelle strutture dove sono ospitati – tra Casale, Asti, Frinco, Valenza – e li fa salire a bordo di un vecchio furgone, con le loro borse da gioco. Il viaggio è tutto un ridere, e cantare. Poi però sul campo si fa sul serio. «Mi piace giocare, mi fa sentire finalmente libero: perché ti insegnano le regole, e valgono per tutti». Youssef è quello che corre forte. Lui addirittura gioca anche in una squadra di calcio del posto, doppio allenamento. «Il mio sogno è sempre stato quello di diventare uno sportivo professionista. Ma ho 25 anni, forse è tardi. Al mio paese facevo il meccanico. È stata dura andarmene, però non avevo scelta».
Una storia simile a quella di Sama, 26 anni, che dalla Costa d’Avorio ha attraversato a piedi l’Africa (Burkina Faso, Niger) e poi guadagnava abbastanza bene come elettricista a Tripoli. «Quando è scoppiata la rivoluzione era troppo pericoloso restare. Ho pagato mille dinari per scappare: due giorni in mare, prima di essere salvati da un mercantile filippino. Dopo Lampedusa sono finito in qualche posto vicino a Milano, e ora qui». Vorrebbe ringraziare tutti, ma confessa anche che sente troppo razzismo intorno a sé. «Lo vedo, come mi guardano quando salgo sull’autobus o cammino per il paese. Non è colpa mia, se sono qui». Dice che solo il rugby lo fa stare bene. «Nella squadra siamo tutti uguali: bianchi, neri. Lottiamo insieme, e quando uno è in difficoltà allora è l’altro che lo aiuta. Poi alla fine della partita mangiamo insieme ai nostri avversari. È bello. Anche la vita di tutti i giorni, dovrebbe essere così. Non vedo l’ora di giocare la prossima partita».
(20 maggio 2016)