Il Venerdì

La sfida di Benevento: un Mastella è per sempre

(Paolo Tre/A3/Contrasto) 
 Il re di Ceppaloni si candida a sindaco nel capoluogo campano e prepara la sua sesta vita politica. Una storia cominciata, sempre nel Sannio, quarant'anni fa
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BENEVENTO. Era il 1976 quando un giovane democristiano da poco entrato in Rai grazie alla raccomandazione di Ciriaco De Mita convinse i centralinisti dell’azienda a telefonare nei comuni del suo collegio elettorale, il Sannio, per aiutarlo nella sua prima campagna elettorale. «Aspettavo che tutti i dipendenti andassero a mensa. Poi mi facevo introdurre come direttore della Rai e segnalavo questo nostro bravo giovane da votare: Clemente Mastella. Funzionò». Sono passati esattamente 40 anni e il re di Ceppaloni è di nuovo in campo, per la quinta o sesta vita politica, sebbene nessuno possa dire realmente quante siano. Alla faccia della vulgata rottamatrice. «La rottamazione non va più di moda, andava bene per fottere qualcuno, non certo per creare uno stile nuovo di far politica. E poi ho la stessa età di Hillary Clinton, se lei si candida per fare il presidente degli Stati Uniti io posso anche fare il sindaco di Benevento» racconta presentando la sua candidatura, tra grandi strette di mano, accenni di cultura gramsciana, una citazione di Tommaso Moro e la sfavillante promessa di introdurre, in caso di vittoria,  una sorta di reddito minimo garantito, anche se non si capisce bene attraverso quali fondi. 

In questa città longobarda che porta addosso i segni della crisi economica e le ferite non ancora rimarginate dell’alluvione dell’ottobre scorso, 40 anni fa qualcuno ebbe la brillante idea di costruire la zona industriale tra due fiumi, il paradosso è che Mastella, seppur alleato con la strana coppia Udc e Forza Italia, rischia di essere percepito come il nome nuovo, o meglio come l’uomo della provvidenza, che si sacrifica e torna in pista per il bene della comunità e per salvare dal fallimento la città che ama. «Capisco che possa sembrare surreale ma il voto di protesta sarà in parte intercettato da Mastella. Il M5S, primo partito alle politiche, alle amministrative è ancora un’incognita, mentre la giunta del Pd, in carica da due mandati, è stata forse la peggiore dai tempi di Diomede, il fondatore della città. Neanche Clemente potrebbe fare peggio» ironizza Carlo Panella, giornalista che segue le vicende locali da oltre un trentennio.

Consapevole di poter indossare i panni del salvatore della patria beneventana Mastella ci gioca sopra, paragonandosi persino alla figura di Gennaro Jovine, il protagonista di Napoli Milionaria di Eduardo che, tornando dalla guerra, di fronte al disgregamento familiare si chiede sconvolto cosa sia successo. In fondo la stessa sensazione che si prova arrivando a piazza Commestibili, appena alle spalle del centro storico, dove quello che una volta era non solo il principale mercato ortofrutticolo, ma il cuore pulsante della città oggi è uno spazio abbandonato all’incuria e al silenzio. Avrebbe dovuto trasformarsi nella galleria commerciale Melies, con tanto di caffè e librerie, ma un project financing non andato per il verso giusto ha ridotto la piazza a simbolo del degrado cittadino. Di cui nessuno sembra preoccuparsi, come se oramai fosse già un pezzo di archeologia industriale, da osservare con moderato distacco e bonaria rassegnazione.


«Il problema di questa città è che quando si interviene generalmente si peggiorano le cose. L’appalto qui viene considerato un fine, non un mezzo, ogni volta che inizia un lavoro pubblico bisogna sperare nella buona sorte» aggiunge Panella. «Questo è un posto dove negli anni Ottanta per collegare due zone della città fecero tre tunnel, uno sopra l’altro, per poi chiuderli immediatamente perché erano inagibili. Il tutto con i soldi del post terremoto».

Per provare a immedesimarsi nelle dinamiche della politica locale e capirne i meccanismi bisogna dimenticare le logiche romane ed entrare in un microcosmo regolato da relazioni non scritte, legami familiari, trasformismi multipli e antiche amicizie che si fanno e disfano a ogni tornata elettorale.
In ogni caso a Benevento i conti non si fanno senza un Pd che, raccontano in città, per molti aspetti non è poi così diverso dalla vecchia Democrazia Cristiana. «Un blocco di potere, nient’altro» sospira un assessore uscente. «Non è un caso che i cosiddetti  mastelliani siano oramai dentro il partito».

Dopo un ultimo mandato non propriamente felice ora il Pd prova a mascherare le sue défaillance amministrative, dal pasticcio nella gestione delle mense al fallimento dell’azienda dei trasporti, puntando sulla quantità e presentando ben sette liste, al cui interno c’è spazio un po’ per tutti, dal presidente della Camera di Commercio a un ex membro dell’Msi che ancora nei primi anni Duemila organizzava messe in onore del duce nella Chiesa di San Donato. Oltretutto, il candidato del Pd, e attuale vicesindaco (con delega alla Cultura), Raffaele Del Vecchio, uomo molto vicino al sottosegretario alle Infrastrutture Umberto Del Basso De Caro, che tutti indicano come «il notabile» di Benevento, è sotto accusa per non essere riuscito a impedire un impoverimento culturale che negli ultimi anni, complice l’assenza di fondi, si è reso via via più evidente.

Benevento era conosciuta come «la città dei teatri», dove Ugo Gregoretti nel lontano 1980 creò la rassegna Benevento Città-Spettacolo. Solo cinque anni fa si contavano sette spazi aperti, mentre al momento ne resta in piedi soltanto uno, il Massimo, con il Teatro Comunale che è inspiegabilmente chiuso da tre anni per problemi non certo insormontabili. 
«È evidente come l’amministrazione uscente non abbia inciso a livello culturale»  spiega Yuri di Gioia, proprietario di una libreria sul pedonale Corso Garibaldi, il salotto buono della città, che faceva quasi cento eventi l’anno ma che 18 mesi fa ha definitivamente chiuso per via della crisi. «In 10 anni uno si aspetterebbe che si lasci almeno una traccia, un percorso da prendere, ma purtroppo non è successo».

«Impossibile tacere sulle condizioni pietose dei nostri teatri» aggiunge Peppe Fonzo, direttore artistico del teatro Magnifico Visbaal.  La compagnia lo ha perso con l’arrivo dell’alluvione. «Le energie civiche ci sono, ma manca un’idea di progettualità. Noi non chiediamo fondi, ma che i teatri siano dati in affidamento, come succede in tutte le città del mondo». 
Non è solo il comparto culturale a soffrire. L’università degli Studi del Sannio, conosciuta soprattutto per l’eccellenza della sua facoltà di Ingegneria, ha perso in breve tempo duemila studenti, assestandosi a seimila iscritti. Scendesse sotto i cinquemila rischierebbe di perdere la sua autonomia.

E come se non bastasse i fondi stanziati per l’alluvione, che «ha danneggiato la più importante area industriale cittadina» spiega Biagio Mataluni, presidente di Confindustria, «sono già assegnati ma non ancora utilizzabili, perché mancano i decreti attuativi del ministero dell’economia». Che non si sa quando arriveranno.


Benevento è una conca circondata da colline e si dice che le sue cime, viste dalla città, disegnino la sagoma di una donna distesa, la dormiente del Sannio. In tempi di campagna elettorale però, tutti  improvvisamente si risvegliano, dopo anni di letargo, rientrando in scena con mirabolanti proposte e promesse indecenti. La chiamano «la politica del bisogno». Ha da passà ‘a nuttata dice il medico a Gennaro Jovine in Napoli Milionaria dopo aver somministrato la medicina alla figlia. Una frase intesa come un segnale di speranza. Ma da questi parti il rischio più grande è che il giorno dopo tutto torni come prima. 

(27 maggio 2016)