A Mosca torna in piazza Vladimir il bello (e santo)
dal nostro corrispondente Nicola LombardozziUna statua di 26 metri nel centro della città all’uomo che convertì la Russia. Un dono di Putin al Patriarca, nel nome di un Paese unito dal binomio Patria e Fede. E da una sfida a Kiev...
MOSCA. A guardarlo bene, il volto di Lenin non sembra troppo preoccupato. Riprodotto in 82 statue, piccole e grandi, disseminate in tutti gli angoli della capitale, il Padre della Rivoluzione ha un primato che, per il momento, non teme rivali. Per non parlare delle centinaia di targhe, bassorilievi, incisioni, che nessuno è mai riuscito a contare esattamente nel labirinto di vicoli e cortili del centro di Mosca. O addirittura di quello che resta del suo corpo reale, mummificato e ancora meta di discreto pellegrinaggio al centro della Piazza Rossa.
Eppure, per colui che definì la religione «oppressione spirituale» e proclamò l’ateismo di Stato, scatenando la tragica persecuzione di migliaia di fedeli, la concorrenza è in arrivo, minacciosa e inarrestabile: una gigantesca statua alta 16 metri, più sei di piedistallo, che dominerà presto una delle piazze più frequentate e simboliche del centro di Mosca. Impugner&ag…
Eppure, per colui che definì la religione «oppressione spirituale» e proclamò l’ateismo di Stato, scatenando la tragica persecuzione di migliaia di fedeli, la concorrenza è in arrivo, minacciosa e inarrestabile: una gigantesca statua alta 16 metri, più sei di piedistallo, che dominerà presto una delle piazze più frequentate e simboliche del centro di Mosca. Impugner&ag…
MOSCA. A guardarlo bene, il volto di Lenin non sembra troppo preoccupato. Riprodotto in 82 statue, piccole e grandi, disseminate in tutti gli angoli della capitale, il Padre della Rivoluzione ha un primato che, per il momento, non teme rivali. Per non parlare delle centinaia di targhe, bassorilievi, incisioni, che nessuno è mai riuscito a contare esattamente nel labirinto di vicoli e cortili del centro di Mosca. O addirittura di quello che resta del suo corpo reale, mummificato e ancora meta di discreto pellegrinaggio al centro della Piazza Rossa.
Eppure, per colui che definì la religione «oppressione spirituale» e proclamò l’ateismo di Stato, scatenando la tragica persecuzione di migliaia di fedeli, la concorrenza è in arrivo, minacciosa e inarrestabile: una gigantesca statua alta 16 metri, più sei di piedistallo, che dominerà presto una delle piazze più frequentate e simboliche del centro di Mosca. Impugnerà una gigantesca croce di bronzo protesa verso le folle di passanti e le colonne di auto che a tutte le ore attraversano la Borovitskaja Ploshad, sfiorando l’omonima torre angolare del Cremlino, per puntare verso Piazza del Maneggio e il Teatro Bolshoj. Insomma il cuore della città. E avrà le sembianze del padre della cristianità russa, venerato, dimenticato, e adesso recuperato in piena contesa con il recente «nemico» ucraino: il principe Vladimir, detto il Bello, ma soprattutto il Santo, che nel 988 decise di ripudiare il paganesimo e ordinò a tutti i cittadini di quella che si chiamava la Rus’ il battesimo e la conversione alla Chiesa di Bisanzio.
Una scelta fortemente voluta dal presidente Putin che spera di poterla inaugurare il prossimo 4 novembre, festa dell’Unità Popolare russa. E che ha almeno due obiettivi. Il primo è quello di mollare un sonoro ceffone al governo di Kiev che l’anno scorso ha festeggiato solennemente, e con larghezza di mezzi, i mille anni dalla morte di quello che considera un Santo «solo e unicamente ucraino». Il secondo è quello, ormai conclamato da anni, di stringere sempre più il filo doppio dello Stato con la Chiesa Ortodossa, compiacere al massimo possibile le richieste del Patriarca, e basare sulla religione i nuovi valori della Russia uniti sotto al binomio Patria e Fede. Non è un caso che a formulare, con tanto di raccolta di firme, la proposta ufficiale di un gigantesco Vladimir di bronzo, siano state migliaia di anonimi cittadini capitanati da due personaggi molto diversi tra loro ma ugualmente importanti per il Presidente.
Il primo è l’archimandrita Tykon, confessore personale di Putin e autore di altri progetti grandiosi come la costruzione di una cattedrale nei pressi della Lubjanka, tanto grande da contravvenire alla legge che ancora proibisce di elevare chiese più alte della cattedrale della Dormizione all’interno del Cremlino. Il secondo è, incredibilmente, il Chirurgo, al secolo Aleksandr Zaldostanov, leader del gruppo di motociclisti «Lupi della Notte» di cui Putin è membro onorario. La sua è una banda che si ispira, per modi e abbigliamento, ai biker statunitensi ma che sostiene una linea politica ultranazionalista e patriottica ai limiti del fanatismo. Famosi per le loro scorribande nella «Crimea riconquistata» e per aver portato in carovana la bandiera russa fino a Berlino nell’anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale.
Entrambi erano in piazza Borovitskaja il 3 novembre dell’anno scorso a godersi il raggiante compiacimento del Patriarca Kirill mentre poneva la prima pietra per la realizzazione del monumento. Anche la pietra aveva un suo significato preciso. Proveniva infatti da Korsun, vicino a Sebastopoli, in Crimea, dove pare che il Principe Vladimir abbia ricevuto il suo battesimo. Alla cerimonia parteciparono, a sorpresa, anche rappresentanti del Partito Comunista che vedono nella scelta un «passo avanti verso la costruzione di solidi valori nazionali». Un trionfo per Putin e per Kirill, ma che ha comunque incontrato ostacoli, polemiche e resistenze. E non tutte di sapore ideologico. Almeno non ufficialmente.
Per comprensibile prudenza, le motivazioni dell’opposizione a Vladimir sono state sempre soprattutto tecniche o estetiche. La maggioranza dei moscoviti che si interessano di queste cose, sono ancora giustamente scioccati dalla posa di statue e monumenti di una bruttezza indicibile avvenuta nei ruggenti, post comunisti, anni Novanta. Simbolo di questo scempio è la colossale opera dello scultore georgiano Zurab Tsereteli che domina la riva Sud della Moscova. Un enorme Cristoforo Colombo offerto in dono prima agli Stati Uniti e poi a una serie di Stati latino-americani, ma sempre cortesemente rifiutato da tutti i destinatari. Trasformato alla bell’e meglio in Pietro il Grande, l’ex Colombo è finito a Mosca ed è ritenuta la decima statua più brutta del Pianeta. Per questo il progetto della statua di Vladimir è stato selezionato con cura particolare e tenendo conto dei malumori popolari.
L’opera, disegnata dall’architetto Salavat Scherbakov, appare sobria e lineare quanto basta. Restava però il problema della collocazione e delle dimensioni. Il Cremlino l’avrebbe voluta alta 25 metri e piazzata sul belvedere della Collina dei Passeri davanti all’edificio staliniano dell’Università che si affaccia sul più bel panorama cittadino. Indignati per l’invadenza della Chiesa, preoccupati dall’effetto che avrebbe avuto una specie di «Cristo di Rio de Janeiro» nella skyline della città, studenti, architetti, urbanisti, raccolsero firme a migliaia per scongiurare il proposito governativo. Ad aiutarli fu non il senso di opportunità ma la geologia. Perfino i tecnici dell’istituto militare sconsigliarono infatti di sistemare un monumento di oltre 300 tonnellate su una roccia friabile già soggetta a frane e smottamenti.
Un’altra piccola vittoria del fronte del No è arrivata grazie all’Unesco che patrocina il centro storico di Mosca e che ha costretto il Comune a rimpicciolire la statua di nove metri per una ragionevole proporzione con gli altri edifici d’epoca. Trattativa lunga, fissata a 16 metri. Non un centimetro di meno, ovviamente, della statua di Vladimir sul fiume Dnepr a Kiev. Che il principe sia russo e che l’Ucraina non possa farne una sua icona è argomento che al Cremlino non si vuole minimamente mettere in discussione. In realtà Vladimir, principe pagano, celebre in gioventù per gli stravizi, le numerose donne, e una certa crudeltà, dominò la Rus’ dalla capitale Kiev. «Ma quella era appunto la Russia» spiegano gli storici moscoviti, «e l’Ucraina non esisteva nemmeno».
Le leggende e le agiografie sulla conversione di Vladimir si intrecciano tra loro e rendono impossibile ogni certezza. La cosa più probabile è che l’adesione alla Chiesa bizantina sia stata scelta per poter avere in sposa Anna, sorella dell’imperatore Basilio II e consolidare così il potere personale e di tutta la Rus’. In ogni caso fu una conversione spettacolare con la pubblica distruzione degli idoli pagani e un battesimo di massa nelle acque del Dnepr. Quanto basta per essere un prezioso simbolo conteso tra le Chiesa russa e ucraina e un perfetto testimonial del nuovo senso patriottico cui Putin tiene tanto.
Resta il fatto di un santo con tanto di croce gigante piazzato al centro di una città dove fino a pochi anni fa era vietata ogni riproduzione scultorea di immagini sacre. Pochissime eccezioni. Come San Giorgio, patrono di Mosca, che controlla la città dalle cupole del Maneggio ma che dai moscoviti è vissuto più come un guerriero che come una figura religiosa. O Santo Ermogene, patriarca di Mosca lasciato morire di fame dagli invasori polacchi nelle segrete del Cremlino nel 1612. La statua di Ermogene, realizzata tre anni fa, aveva segnato il primo successo del Patriarcato e fatto storcere la bocca ai difensori del laicismo di Stato. Ma Ermogene è molto discreto. Se ne sta in un angolo dei giardini d’Alessandro e le sue dimensioni non pretendono di sfidare altri monumenti. Niente a che vedere con il Principe Vladimir che si ripromette presto di stravolgere l’immagine di Mosca e di consacrare una supremazia della Chiesa degna dei tempi dello zar.
(3 giugno 2016)
Eppure, per colui che definì la religione «oppressione spirituale» e proclamò l’ateismo di Stato, scatenando la tragica persecuzione di migliaia di fedeli, la concorrenza è in arrivo, minacciosa e inarrestabile: una gigantesca statua alta 16 metri, più sei di piedistallo, che dominerà presto una delle piazze più frequentate e simboliche del centro di Mosca. Impugnerà una gigantesca croce di bronzo protesa verso le folle di passanti e le colonne di auto che a tutte le ore attraversano la Borovitskaja Ploshad, sfiorando l’omonima torre angolare del Cremlino, per puntare verso Piazza del Maneggio e il Teatro Bolshoj. Insomma il cuore della città. E avrà le sembianze del padre della cristianità russa, venerato, dimenticato, e adesso recuperato in piena contesa con il recente «nemico» ucraino: il principe Vladimir, detto il Bello, ma soprattutto il Santo, che nel 988 decise di ripudiare il paganesimo e ordinò a tutti i cittadini di quella che si chiamava la Rus’ il battesimo e la conversione alla Chiesa di Bisanzio.
Una scelta fortemente voluta dal presidente Putin che spera di poterla inaugurare il prossimo 4 novembre, festa dell’Unità Popolare russa. E che ha almeno due obiettivi. Il primo è quello di mollare un sonoro ceffone al governo di Kiev che l’anno scorso ha festeggiato solennemente, e con larghezza di mezzi, i mille anni dalla morte di quello che considera un Santo «solo e unicamente ucraino». Il secondo è quello, ormai conclamato da anni, di stringere sempre più il filo doppio dello Stato con la Chiesa Ortodossa, compiacere al massimo possibile le richieste del Patriarca, e basare sulla religione i nuovi valori della Russia uniti sotto al binomio Patria e Fede. Non è un caso che a formulare, con tanto di raccolta di firme, la proposta ufficiale di un gigantesco Vladimir di bronzo, siano state migliaia di anonimi cittadini capitanati da due personaggi molto diversi tra loro ma ugualmente importanti per il Presidente.
Il primo è l’archimandrita Tykon, confessore personale di Putin e autore di altri progetti grandiosi come la costruzione di una cattedrale nei pressi della Lubjanka, tanto grande da contravvenire alla legge che ancora proibisce di elevare chiese più alte della cattedrale della Dormizione all’interno del Cremlino. Il secondo è, incredibilmente, il Chirurgo, al secolo Aleksandr Zaldostanov, leader del gruppo di motociclisti «Lupi della Notte» di cui Putin è membro onorario. La sua è una banda che si ispira, per modi e abbigliamento, ai biker statunitensi ma che sostiene una linea politica ultranazionalista e patriottica ai limiti del fanatismo. Famosi per le loro scorribande nella «Crimea riconquistata» e per aver portato in carovana la bandiera russa fino a Berlino nell’anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale.
Entrambi erano in piazza Borovitskaja il 3 novembre dell’anno scorso a godersi il raggiante compiacimento del Patriarca Kirill mentre poneva la prima pietra per la realizzazione del monumento. Anche la pietra aveva un suo significato preciso. Proveniva infatti da Korsun, vicino a Sebastopoli, in Crimea, dove pare che il Principe Vladimir abbia ricevuto il suo battesimo. Alla cerimonia parteciparono, a sorpresa, anche rappresentanti del Partito Comunista che vedono nella scelta un «passo avanti verso la costruzione di solidi valori nazionali». Un trionfo per Putin e per Kirill, ma che ha comunque incontrato ostacoli, polemiche e resistenze. E non tutte di sapore ideologico. Almeno non ufficialmente.
Per comprensibile prudenza, le motivazioni dell’opposizione a Vladimir sono state sempre soprattutto tecniche o estetiche. La maggioranza dei moscoviti che si interessano di queste cose, sono ancora giustamente scioccati dalla posa di statue e monumenti di una bruttezza indicibile avvenuta nei ruggenti, post comunisti, anni Novanta. Simbolo di questo scempio è la colossale opera dello scultore georgiano Zurab Tsereteli che domina la riva Sud della Moscova. Un enorme Cristoforo Colombo offerto in dono prima agli Stati Uniti e poi a una serie di Stati latino-americani, ma sempre cortesemente rifiutato da tutti i destinatari. Trasformato alla bell’e meglio in Pietro il Grande, l’ex Colombo è finito a Mosca ed è ritenuta la decima statua più brutta del Pianeta. Per questo il progetto della statua di Vladimir è stato selezionato con cura particolare e tenendo conto dei malumori popolari.
L’opera, disegnata dall’architetto Salavat Scherbakov, appare sobria e lineare quanto basta. Restava però il problema della collocazione e delle dimensioni. Il Cremlino l’avrebbe voluta alta 25 metri e piazzata sul belvedere della Collina dei Passeri davanti all’edificio staliniano dell’Università che si affaccia sul più bel panorama cittadino. Indignati per l’invadenza della Chiesa, preoccupati dall’effetto che avrebbe avuto una specie di «Cristo di Rio de Janeiro» nella skyline della città, studenti, architetti, urbanisti, raccolsero firme a migliaia per scongiurare il proposito governativo. Ad aiutarli fu non il senso di opportunità ma la geologia. Perfino i tecnici dell’istituto militare sconsigliarono infatti di sistemare un monumento di oltre 300 tonnellate su una roccia friabile già soggetta a frane e smottamenti.
Un’altra piccola vittoria del fronte del No è arrivata grazie all’Unesco che patrocina il centro storico di Mosca e che ha costretto il Comune a rimpicciolire la statua di nove metri per una ragionevole proporzione con gli altri edifici d’epoca. Trattativa lunga, fissata a 16 metri. Non un centimetro di meno, ovviamente, della statua di Vladimir sul fiume Dnepr a Kiev. Che il principe sia russo e che l’Ucraina non possa farne una sua icona è argomento che al Cremlino non si vuole minimamente mettere in discussione. In realtà Vladimir, principe pagano, celebre in gioventù per gli stravizi, le numerose donne, e una certa crudeltà, dominò la Rus’ dalla capitale Kiev. «Ma quella era appunto la Russia» spiegano gli storici moscoviti, «e l’Ucraina non esisteva nemmeno».
Le leggende e le agiografie sulla conversione di Vladimir si intrecciano tra loro e rendono impossibile ogni certezza. La cosa più probabile è che l’adesione alla Chiesa bizantina sia stata scelta per poter avere in sposa Anna, sorella dell’imperatore Basilio II e consolidare così il potere personale e di tutta la Rus’. In ogni caso fu una conversione spettacolare con la pubblica distruzione degli idoli pagani e un battesimo di massa nelle acque del Dnepr. Quanto basta per essere un prezioso simbolo conteso tra le Chiesa russa e ucraina e un perfetto testimonial del nuovo senso patriottico cui Putin tiene tanto.
Resta il fatto di un santo con tanto di croce gigante piazzato al centro di una città dove fino a pochi anni fa era vietata ogni riproduzione scultorea di immagini sacre. Pochissime eccezioni. Come San Giorgio, patrono di Mosca, che controlla la città dalle cupole del Maneggio ma che dai moscoviti è vissuto più come un guerriero che come una figura religiosa. O Santo Ermogene, patriarca di Mosca lasciato morire di fame dagli invasori polacchi nelle segrete del Cremlino nel 1612. La statua di Ermogene, realizzata tre anni fa, aveva segnato il primo successo del Patriarcato e fatto storcere la bocca ai difensori del laicismo di Stato. Ma Ermogene è molto discreto. Se ne sta in un angolo dei giardini d’Alessandro e le sue dimensioni non pretendono di sfidare altri monumenti. Niente a che vedere con il Principe Vladimir che si ripromette presto di stravolgere l’immagine di Mosca e di consacrare una supremazia della Chiesa degna dei tempi dello zar.
(3 giugno 2016)