Il Venerdì

D&G: umanità e bellezza, chi se ne frega della moda

Backstage con Domenico Dolce (a sinistra) della campagna autunno-inverno Dolce&Gabbana a Napoli (Studio Pagetti)  
Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno scelto Franco Pagetti, fotografo di guerra, per la nuova pubblicità tra i vicoli e la gente di Napoli. Dicono: «Volevamo scatti emozionanti e onesti. Veri»
2 minuti di lettura
Lui, Franco Pagetti, è un fotografo di guerra che ha testimoniato orrori e bombardamenti in Afghanistan, Kosovo, Sierra Leone e soprattutto in Iraq, dove ha vissuto dal 2003 al 2008. È anche grazie ai suoi reportage, su Time, Newsweek e New York Times, che il mondo ha visto gli effetti delle «bombe intelligenti» sulla popolazione civile. Che uno così abbia deciso di fotografare la campagna pubblicitaria dell’autunno-inverno di Dolce & Gabbana tra i vicoli di Napoli, non era la cosa più scontata. «A convincerlo» spiega Domenico Dolce, «è stato il fatto che appena lo abbiamo incontrato gli abbiamo detto: a noi non ce ne frega niente della moda, chissenefrega anche dei vestiti e delle immagini patinate. Vogliamo foto che siano vere, emozionanti, oneste. Che raccontino Napoli e la sua gente per quello che sono: umanità e bellezza». «A Pagetti» aggiunge Stefano Gabbana, «abbiamo dato carta bianca. Se decidi di affidare la campagna a un fotografo come lui, lo accetti così com’è. Noi non abbiamo fatto nessun ritocco o suggerito tagli. Nemmeno quando nelle foto sono entrati prodotti di altri brand». Che questa serie di scatti non sarebbe stata troppo convenzionale è stato subito chiaro: modelli, truccatori, assistenti, stilisti e fotografo sono arrivati a Napoli quando ancora non era stata scelta nessuna location per gli scatti. L’unica cosa stabilita era che a fare da sfondo ci sarebbero state le vie e la gente di San Lorenzo e Spaccanapoli, di via dei Tribunali e di San Gregorio Armeno, la strada dei presepi.

«Eravamo tutti impreparati. Camminavamo lungo quelle vie e Pagetti decideva di scattare dove sentiva l’energia giusta» dice Dolce, «qualche problema pratico c’è stato, ma lo abbiamo risolto affidandoci all’improvvisazione. Facevamo cambiare le modelle nei negozi, nelle friggitorie, nelle tabaccherie e le truccavamo per strada, mentre le persone continuavano a parlarci. Dopo poche ore conoscevamo tutti». E quei napoletani ora sono entrati, con le loro facce e la loro spontaneità, nelle foto della campagna. «Ovviamente non abbiamo fatto alcun casting» dice Gabbana, «non guardavamo se avevano il fisico giusto o quella certa borsa e non li abbiamo messi in posa. Un ragazzo prima di farsi fotografare ci ha anche chiesto: “non è che dopo volete dei soldi?”»

Ritrarre modelle con abiti da sogno accanto a uomini in carne con tute comprate al mercato non può creare uno spiacevole effetto la Bella e la bestia? «No, proprio non ci siamo», il tono della voce di Dolce si fa aspro: «L’idea, al contrario, è di portare la moda tra la gente, dire che questo è un sogno che tutti possono sognare. A ispirarci sono stati i classici della commedia napoletana e Sophia Loren, icona indiscussa di bellezza. Ci piaceva ricreare l’atmosfera di Miseria e nobiltà, con queste nostre moderne principesse che vivono tra i vicoli. E l’effetto sarà ancora più evidente quando dal 7 al 10 luglio presenteremo tra quelle strade le collezioni di alta sartoria. Soprattutto per gli ospiti stranieri, quelle saranno sfilate che difficilmente dimenticheranno».

I due stilisti raccontano una Napoli allegra e solare, dove al bar ti offrono il caffè anche se non hai il portafoglio («Col cavolo che sarebbe successo a Milano» scherza Dolce). Eppure la magistratura, la stampa, le serie tv come Gomorra raccontano come in certe zone, controllate giorno e notte da vedette, niente si muova senza l’ok del boss di quartiere. «Non dico che non sia così» racconta Dolce, «ma a noi nessuno ha chiesto niente. Io sono di Polizzi Generosa, vicino a Palermo, e so cosa significa andare in giro per il mondo e sentirti dire Sicilia uguale mafia. Espressa in maniera così generica questa è un’equazione del cavolo, e lo stesso vale per Napoli e la camorra. Chissà, sarà il lontano influsso del Regno delle due Sicilie, ma io, lì, mi sono sentito subito a casa».

(10 giugno 2016)