CONEGLIANO. Il primo è Antonio Conte, agli Europei della grande paura arriva con un’Italia pallida, sembra già stanca. Questa Francia blindata è l’ultima fermata. Finisce il breve ciclo con la Nazionale: presto, Conte ha fretta, deve correre al Chelsea, lavorerà a Londra per il finanziere russo Roman Abramovich, contratto per tre anni con uno degli uomini più ricchi al mondo, numero 15 nella classifica di Forbes, buon viaggio e auguri. L’altro commissario tecnico italiano è Gianni De Biasi, la sua Albania non si era mai entrata nelle finali europee, la qualificazione è stata un trionfo che l’11 ottobre ha portato il popolo nelle piazze. Dal premier Edi Rama al ritorno da Yeveran dopo la vittoria in Armenia è stato accolto come un eroe. Laurea ad honorem in Scienze civili, cittadinanza onoraria, doppio passaporto. Un altro successo per l’Italia ed i suoi allenatori con la valigia: in serie A fischiati, contestati, spesso cacciati, ma stimati fuori. La premier, il campionato inglese, se li contende.
Dieci giugno, giorno di inizio degli Europei 2016. L’emozione profonda ha l’immagine lontana delle strade di Tirana con i quei titoli cubitali (Une Besoj, io ci credo) ma anche le facce olivastre e tese di una Nazionale diversa da tutte: in Francia non cerca solo gol e vittorie, soldi neanche, ma rivalse. De Biasi ripeterà le parole che spinsero l’Albania a battere persino il Portogallo e l’Armenia, nel girone terribile c’era anche la Danimarca e Armenia. «Tra pochi minuti potreste essere voi i primi albanesi a fare qualcosa di molto importante per noi, per il nostro Paese. Andate in campo decisi». De Biasi li ha conquistati così, dice sempre «noi»: su una parola di appena tre lettere ha fondato la Nazionale che non c’era. La Nazionale dei Migranti. Una tragedia che richiama quella ancora più cupa dei nostri giorni. I genitori ed alcuni degli stessi giocatori, allora bambini, sono fuggiti dal Kosovo, da fame e violenze delle guerre etniche, sembrano già dimenticati gli anni Novanta.
De Biasi punta sui sentimenti. Ripete: Dignità e orgoglio. Inventa una Nazionale girando per l’Europa. Raccoglie giocatori che a malapena si conoscono. Pochi ricordano l’Albania. Dignità e orgoglio, insiste lui nella quieta bellezza di Perros Guirec, ottomila abitanti ed i 5 chilometri del Sentiero dei Doganieri, a strapiombo sul mare. Costa del Granito Rosa, in Bretagna. Ha proprio voglia di raccontarla questa storia: «In Albania il calcio cresce lento, poche squadre, i calciatori della Nazionale con il mio bravissimo vice Paolo Tramezzani che voi vedete alla Domenica sportiva sono andato a cercarmeli in tutta Europa. Sono figli dei rifugiati di una volta, scapparono ovunque, per terrore e fame. Svizzera, Germania, anche Svezia. Alcuni guadagnano bene. Ho cercato uomini sparsi, lontani dall’Albania, ma disposti a sognare, li ho riuniti. Oggi sentono la sofferenza dei padri. La fatica per mettersi in salvo. Sono una forza. In campo danno tutto».
Uno solo manca. E sarebbe stato forse il migliore. Adman Januzaj, 19 anni, talento e futuro immensi. Gioca nel Manchester United, attaccante. Nato a Bruxelles da albanesi del Kosovo, nonni turchi. Poteva scegliere tra tre o quattro nazionali. Ha preferito il Belgio, e De Biasi non lo perdona. «Gli altri no, sono con me, pronti a sognare e vincere per la bandiera». Già, orgoglio e dignità. Come il capitano Lorik Cana, «che ha giocato in tanti posti ed è il mio perfetto traduttore, spiega bene i concetti tecnici, il gioco che voglio io, al momento un 4-3-3», racconta De Biasi. Quel Cana, passato anche per la Lazio, ora a Nantes trascina tutti. Nome in codice Il Guerriero. Come Helseid Hysaj, difensore rivelazione del Napoli, soffiato nel 2009 dall’Empoli in un raduno della Fiorentina. Non dimentica l’odissea del padre, Gzim: 1994, dal Nord dell’Albania, da Shkoder su strade sterrate fino a Valona, poi l’arrivo in Puglia con un barcone, lavoretti umili per sfamarsi, poi in Toscana bravo muratore, ma clandestino.
Gzim glielo promise prima di partire: un giorno o l’altro, appena grande, sarebbe arrivato anche lui in Italia. Quando non c’è Cana, il capitano è Hysaj. «Vidi Berisha, parò un rigore ed un altro andò a segnarlo, non ebbi dubbi» riprende De Biasi «sarebbe stato il mio portiere». Avrà con Tramezzani la tessera Mille Miglia. Almeno 50 voli l’anno ciascuno per seguire tutti i giocatori, ad alcuni lasciano un video per imparare gli schemi, non c’è molto spazio per gli stage, molti sono in svizzera. Come Granit Xhaka, a Basilea, Nigjen Basha cittadino svizzero, nato a Losanna, di proprietà del Como ma in prestito al Lucerna.
In Turchia c’è Sokol Cikalleshi che racconta i minuti di terrore della partita sospesa a Belgrado e data vinta d’ufficio all’Albania, 0-3. A Rjieka il più vicino, Roshj. Sulla sponda opposta dell’Adriatico il capitano del Pescara Ledian Memushaj, reduce da un intervento al legamento crociato. Molti hanno sotto le maglie dei vari club il tatuaggio dell’orgoglio albanese. L’aquila nera a due teste su sfondo rosso. Come sono diversi questi calciatori, pochi spiccioli dalla loro Nazionale, solo orgoglio e dignità. Ma De Biasi che li ha riuniti in una identità di nazione ridimensiona la sua opera. «Facile per chi sente ancora la fame che aveva da bambino e quella delle famiglie».
Il pensiero vola ai pigri milionari del campionato italiano, quelli che non sopportavano gli allenamenti in ritiro. «Perché, mister, ci fa correre in salita se il campo è in piano?» ricorda De Biasi, prima di dare un giudizio senza speranze. «In Italia i ragazzi passano dalla culla soffice al benessere, non c’è fame e troppa Playstation, i club non hanno coraggio, non lasciano spazio ai giovani, l’allenatore ha poco spazio e tempo per non essere travolto. All’Udinese non ho fatto in tempo ad arrivare e già ero fuori. Quella ferita mi spinse a cambiare».
Da Udine era tornato nella sua graziosa villetta di Conegliano in via Carpené, la strada degli spumanti. Esitò prima di accettare il contratto dell’Albania. Si era rasserenato, ormai. Nato lì vicino a Sarmede, il paese delle favole, 30 anni di Festival dell’Infanzia: ma era a Conegliano la sua vita. Genitori nel commercio in piazza di asini e cavalli, lui diplomato ragioniere in una scuola privata per ricchi, il calcio da centrocampista, carriera importante da allenatore, Cosenza, Spal, il Modena in due anni dalla C alla A, la promozione del suo Torino davanti a 60mila tifosi impazziti, i trionfi a Levante, grandi vittorie con giovani e pochi soldi, è ancora popolare in Spagna. Bei ricordi per vivere . La presenza discreta di una moglie innamorata. Una figlia ambiziosa che studia medicina. Buone letture e la conoscenza di 4 lingue che lo hanno avvicinato anche alla panchina della Nazionale italiana due mesi fa, per sostituire Conte. Perché partire?
Ha sessant’anni, dopo 5 in Albania, si pente di essere partito tardi. «Pensai che da noi potevo essere al centro di un progetto. Lavorare senza affidare me stesso, il mio destino, a dirigenti e tifosi, come in Italia. Noi siamo stimati all’estero e ci chiamano perché siamo come le massaie: apriamo il frigorifero, senza chiedere altro si prepara un gran piatto con quello che c’è». In Albania ha fatto anche di più, molto di più. «Ma ho trovato anche un’Albania che vuol recuperare il tempo perduto. L’Eldorado era il mio Nord Est, ora vengono da noi: trovano manodopera sottocosto e niente sindacati. La gente ha smesso di fuggire, si adegua, veste alla moda con abiti di griffe taroccate che arrivano dall’Italia, 200 euro lo stipendio medio, 3 per un taxi, l’aeroporto collega Tirana con il mondo, presto lo stadio da ampliare».
I barconi non portano più i disperati in fuga, solo marijuana e armi dall’Est per la Sacra Corona Unita, magari le ultime schiave da sbattere sui marciapiede italiani, ma il calcio ora nasconde tutto, e fa sognare tutti in Albania, grazie all’uomo venuto da Sarmede, il paese trevigiano delle favole.
(10 giugno 2016)
Dieci giugno, giorno di inizio degli Europei 2016. L’emozione profonda ha l’immagine lontana delle strade di Tirana con i quei titoli cubitali (Une Besoj, io ci credo) ma anche le facce olivastre e tese di una Nazionale diversa da tutte: in Francia non cerca solo gol e vittorie, soldi neanche, ma rivalse. De Biasi ripeterà le parole che spinsero l’Albania a battere persino il Portogallo e l’Armenia, nel girone terribile c’era anche la Danimarca e Armenia. «Tra pochi minuti potreste essere voi i primi albanesi a fare qualcosa di molto importante per noi, per il nostro Paese. Andate in campo decisi». De Biasi li ha conquistati così, dice sempre «noi»: su una parola di appena tre lettere ha fondato la Nazionale che non c’era. La Nazionale dei Migranti. Una tragedia che richiama quella ancora più cupa dei nostri giorni. I genitori ed alcuni degli stessi giocatori, allora bambini, sono fuggiti dal Kosovo, da fame e violenze delle guerre etniche, sembrano già dimenticati gli anni Novanta.
De Biasi punta sui sentimenti. Ripete: Dignità e orgoglio. Inventa una Nazionale girando per l’Europa. Raccoglie giocatori che a malapena si conoscono. Pochi ricordano l’Albania. Dignità e orgoglio, insiste lui nella quieta bellezza di Perros Guirec, ottomila abitanti ed i 5 chilometri del Sentiero dei Doganieri, a strapiombo sul mare. Costa del Granito Rosa, in Bretagna. Ha proprio voglia di raccontarla questa storia: «In Albania il calcio cresce lento, poche squadre, i calciatori della Nazionale con il mio bravissimo vice Paolo Tramezzani che voi vedete alla Domenica sportiva sono andato a cercarmeli in tutta Europa. Sono figli dei rifugiati di una volta, scapparono ovunque, per terrore e fame. Svizzera, Germania, anche Svezia. Alcuni guadagnano bene. Ho cercato uomini sparsi, lontani dall’Albania, ma disposti a sognare, li ho riuniti. Oggi sentono la sofferenza dei padri. La fatica per mettersi in salvo. Sono una forza. In campo danno tutto».
Uno solo manca. E sarebbe stato forse il migliore. Adman Januzaj, 19 anni, talento e futuro immensi. Gioca nel Manchester United, attaccante. Nato a Bruxelles da albanesi del Kosovo, nonni turchi. Poteva scegliere tra tre o quattro nazionali. Ha preferito il Belgio, e De Biasi non lo perdona. «Gli altri no, sono con me, pronti a sognare e vincere per la bandiera». Già, orgoglio e dignità. Come il capitano Lorik Cana, «che ha giocato in tanti posti ed è il mio perfetto traduttore, spiega bene i concetti tecnici, il gioco che voglio io, al momento un 4-3-3», racconta De Biasi. Quel Cana, passato anche per la Lazio, ora a Nantes trascina tutti. Nome in codice Il Guerriero. Come Helseid Hysaj, difensore rivelazione del Napoli, soffiato nel 2009 dall’Empoli in un raduno della Fiorentina. Non dimentica l’odissea del padre, Gzim: 1994, dal Nord dell’Albania, da Shkoder su strade sterrate fino a Valona, poi l’arrivo in Puglia con un barcone, lavoretti umili per sfamarsi, poi in Toscana bravo muratore, ma clandestino.
Gzim glielo promise prima di partire: un giorno o l’altro, appena grande, sarebbe arrivato anche lui in Italia. Quando non c’è Cana, il capitano è Hysaj. «Vidi Berisha, parò un rigore ed un altro andò a segnarlo, non ebbi dubbi» riprende De Biasi «sarebbe stato il mio portiere». Avrà con Tramezzani la tessera Mille Miglia. Almeno 50 voli l’anno ciascuno per seguire tutti i giocatori, ad alcuni lasciano un video per imparare gli schemi, non c’è molto spazio per gli stage, molti sono in svizzera. Come Granit Xhaka, a Basilea, Nigjen Basha cittadino svizzero, nato a Losanna, di proprietà del Como ma in prestito al Lucerna.
In Turchia c’è Sokol Cikalleshi che racconta i minuti di terrore della partita sospesa a Belgrado e data vinta d’ufficio all’Albania, 0-3. A Rjieka il più vicino, Roshj. Sulla sponda opposta dell’Adriatico il capitano del Pescara Ledian Memushaj, reduce da un intervento al legamento crociato. Molti hanno sotto le maglie dei vari club il tatuaggio dell’orgoglio albanese. L’aquila nera a due teste su sfondo rosso. Come sono diversi questi calciatori, pochi spiccioli dalla loro Nazionale, solo orgoglio e dignità. Ma De Biasi che li ha riuniti in una identità di nazione ridimensiona la sua opera. «Facile per chi sente ancora la fame che aveva da bambino e quella delle famiglie».
Il pensiero vola ai pigri milionari del campionato italiano, quelli che non sopportavano gli allenamenti in ritiro. «Perché, mister, ci fa correre in salita se il campo è in piano?» ricorda De Biasi, prima di dare un giudizio senza speranze. «In Italia i ragazzi passano dalla culla soffice al benessere, non c’è fame e troppa Playstation, i club non hanno coraggio, non lasciano spazio ai giovani, l’allenatore ha poco spazio e tempo per non essere travolto. All’Udinese non ho fatto in tempo ad arrivare e già ero fuori. Quella ferita mi spinse a cambiare».
Da Udine era tornato nella sua graziosa villetta di Conegliano in via Carpené, la strada degli spumanti. Esitò prima di accettare il contratto dell’Albania. Si era rasserenato, ormai. Nato lì vicino a Sarmede, il paese delle favole, 30 anni di Festival dell’Infanzia: ma era a Conegliano la sua vita. Genitori nel commercio in piazza di asini e cavalli, lui diplomato ragioniere in una scuola privata per ricchi, il calcio da centrocampista, carriera importante da allenatore, Cosenza, Spal, il Modena in due anni dalla C alla A, la promozione del suo Torino davanti a 60mila tifosi impazziti, i trionfi a Levante, grandi vittorie con giovani e pochi soldi, è ancora popolare in Spagna. Bei ricordi per vivere . La presenza discreta di una moglie innamorata. Una figlia ambiziosa che studia medicina. Buone letture e la conoscenza di 4 lingue che lo hanno avvicinato anche alla panchina della Nazionale italiana due mesi fa, per sostituire Conte. Perché partire?
Ha sessant’anni, dopo 5 in Albania, si pente di essere partito tardi. «Pensai che da noi potevo essere al centro di un progetto. Lavorare senza affidare me stesso, il mio destino, a dirigenti e tifosi, come in Italia. Noi siamo stimati all’estero e ci chiamano perché siamo come le massaie: apriamo il frigorifero, senza chiedere altro si prepara un gran piatto con quello che c’è». In Albania ha fatto anche di più, molto di più. «Ma ho trovato anche un’Albania che vuol recuperare il tempo perduto. L’Eldorado era il mio Nord Est, ora vengono da noi: trovano manodopera sottocosto e niente sindacati. La gente ha smesso di fuggire, si adegua, veste alla moda con abiti di griffe taroccate che arrivano dall’Italia, 200 euro lo stipendio medio, 3 per un taxi, l’aeroporto collega Tirana con il mondo, presto lo stadio da ampliare».
I barconi non portano più i disperati in fuga, solo marijuana e armi dall’Est per la Sacra Corona Unita, magari le ultime schiave da sbattere sui marciapiede italiani, ma il calcio ora nasconde tutto, e fa sognare tutti in Albania, grazie all’uomo venuto da Sarmede, il paese trevigiano delle favole.
(10 giugno 2016)