Perdersi è diventato il lusso più grande. Siamo cresciuti con Chatwin, Il tè nel deserto e I diari della motocicletta, nostalgici di On the Road e addirittura del Grand Tour. E adesso eccoci qui, esploratori da resort, viaggiatori all inclusive, iPhone in mano e Gps acceso, esattamente consapevoli di dove siamo e dove stiamo andando. Se sbagliamo basta un clic, e torniamo sulla retta via. Inventarsi un nuovo modo di perdersi per ritrovarsi è la sfida dei nuovi giovani, i cosiddetti Millennials, la generazione nata tra gli anni Ottanta e il 2000. Prendete la texana Clara Bensen, per esempio. Quando nel 2013, a 25 anni, ha deciso di iniziare un viaggio di tre settimane di cui conosce solo le coordinate di partenza (Houston-Istanbul) e quelle di ritorno (Londra-Houston), si è persa per davvero. Da qualche anno, per quanto «donna, americana, bianca», per quanto di famiglia benestante e dotata di assicurazione sanitaria (o forse proprio per questo?) è preda di un senso di mancanza di significato della vita che la immobilizza, e da cui si sta appena riprendendo.
«Mi ero laureata tra i primi del mio corso, solo per ritrovarmi nel limbo della crisi economica insieme a molti miei coetanei. Era un primo segnale del fatto che non c’era niente di garantito, nemmeno per le brave ragazze che giocavano secondo le regole», scrive oggi nel memoir Io viaggio leggera. Un racconto minimalista di amore e viaggi (Rizzoli, pp. 350, euro 17, trad. Manuela Francescon), dove racconta la sua incredibile e felice esperienza «tre settimane-un solo vestito-otto nazioni-zero valigie». Decide così di partire, accettando l’invito di un uomo che frequenta solo da un mese. Lui è Jeff Wilson, giovane professore universitario di Scienze ambientali in Texas (che poi si guadagnerà il soprannome di professor Dumpster grazie ai suoi progetti di sostenibilità, tra cui quello di vivere un anno dentro un cassonetto riadattato ad abitazione). L’idea è arrivare in aereo in un Paese e ripartire da un altro, senza prenotazioni di sorta nel mezzo. I due si sono conosciuti online: il sito OkCupid ha dato alla coppia il 99 per cento di possibilità di funzionamento. Un match azzeccato, quasi un miracolo, se si tiene presente che vivono a Austin, «dove gli appuntamenti sono una sorta di sport nazionale» scrive nel libro, «e dove metà della popolazione è single e, in certe zone della città, sembra di trovarsi circondati da aitanti ventenni, che in realtà erano già in giro ai tempi del presidente Carter». «Soffrivo di stati d’ansia, ero disillusa, perennemente alla ricerca di un significato» ci racconta l’autrice. «Decidere di partire per un viaggio tanto folle, con una persona che conoscevo appena, è stato un modo di mettermi alla prova. Io che quasi non mi azzardavo a uscire di casa, mi sono ritrovata a fare l’autostop nei Balcani».
Dopo la Turchia, il viaggio di Clara Bensen e Jeff Wilson è proseguito in nave, in autobus, a piedi, in automobile, in treno. Attraverso la Grecia, la Macedonia, la Serbia, la Bosnia Erzegovina, la Croazia, l’Ungheria, i due sono approdati a Londra, dove si sono spostati in bici e hanno ripreso l’aereo verso casa. Unico programma, dormire sui divani altrui, usufruendo della doccia degli ospiti, secondo le regole non scritte della community internazionale del couchsurfing, la tribù digitale di persone disposte ad aprire la porta di casa a perfetti sconosciuti. Soprattutto, Clara e Jeff sono partiti senza bagagli. Hanno indossato sempre gli stessi vestiti: abito verde smeraldo e foulard lei (unica concessione, una borsetta con micro-necessaire e intimo di ricambio). Pantaloni rossi, maglia a righe e vecchio Stetson in testa lui. «All’inizio ero spaventata all’idea di viaggiare così, ma ho scoperto che il rischio più grande è solo la scomodità di lavare ogni sera il tuo abito» continua Bensen. «In cambio ottieni leggerezza, fisica e mentale. Ti svegli al mattino, ti vesti e sei libero di andare dove la curiosità ti porta. Non ci sono piani o scadenze, non c’è fretta. Quando non hai idea di cosa accadrà – dove dormirai, quali strade prenderai – sei sempre presente a te stesso».
In ogni tappa, Clara e Jeff si fanno fotografare nella stessa posa: un metro e mezzo di distanza tra loro, i piedi uniti, la schiena dritta e lo sguardo fisso, come due statue, «la precisione un po’ maniacale dei film di Wes Anderson». Il gioco inizia per caso già all’aeroporto di Houston, prosegue con un gruppo di ciclisti iraniani davanti a Hagia Sophia, e quando sul ponte di Galata si mettono ai lati di due sposini (la sposa è in rosa e ha un bouquet di palloncini colorati), ci vuole poco a capire che quel modo di fotografarsi sarà il leit motiv del viaggio. Il simbolo della giusta distanza che stanno mettendo tra loro per annusarsi e capirsi, tra libertà e vincolo, tra avventura e stabilità. Lei proviene dal buio, lui da quando il precedente matrimonio è finito vive illegalmente nel suo ufficio all’Università, arrotolando di giorno dentro il cestino del riciclo il materassino nel quale dorme di notte. Hanno bisogno di tempo. Durante il viaggio ne avranno moltissimo.
Facendo propria la frase del Libro d’ore di Rilke («Lascia che tutto ti accada. Bellezza e terrore»), Clara conoscerà gente che se ne va per il mondo in bici a piantare alberi per i bambini delle scuole. Affronterà crisi d’ansia zigzagando in auto a tutta velocità nel caotico traffico di Atene. Sperimenterà i morsi della gelosia (mentre fino a quel momento i due si considerava molto americanamente una «coppia aperta») quando una turista francese troppo carina si unirà a loro sulla tratta Budapest-Sarajevo (percorsa in autostop e in autobus). Riuscirà a convincere Jeff che almeno un tubetto di dentifricio è bene averlo sempre con sé, invece di affidarsi solo al caso. Scoprirà che Dubrovnik invasa dai crocieristi e dai turisti Easy Jet britannici e scandinavi assomiglia tremendamente a una «Disneyland medievale». Soprattutto, imparerà che vivere con meno (come insegnano i manuali orientali ora tanto di moda che aiutano a sgomberare l’inutile dalle nostre case e dai nostri cuori) è un modo per «sentire» di più.
Tornata a casa, scriverà un articolo su Salon.com letto da mezzo milione di persone, da cui nascerà il libro. «Ho imparato il potere della sperimentazione. Ora sto lavorando a un progetto che tiene insieme una serie di persone che siamo soliti considerare come dei folli: gli avversari politici, i complottisti… E perfino le donne, che è stato a lungo normale, e probabilmente lo è ancora, descrivere come un po’ “matte”». Leggero e al contempo profondo, divertente e poetico, il libro di Bensen è un racconto di viaggio come iniziazione alla vita e una storia di formazione sentimentale. Perché non sarebbe carino definirla una storia d’amore che ha funzionato nonostante nessuno ci scommettesse un dollaro, anche se in realtà è andata proprio così: «Sono passati tre anni e siamo ancora insieme, con grande sorpresa di amici e parenti. Da allora abbiamo fatto altri quattro viaggi “leggeri”. Ora siamo dei veri esperti». Sudamerica, Caucaso, Scandinavia, Giappone le tappe successive. Il cinema si è ovviamente interessato a loro: «Quando penso che faranno un film su di noi mi vengono le vertigini e non so ancora quali attori mi piacerebbero nei nostri ruoli». Beh, forse Zooey Deschanel nel ruolo della protagonista non sarebbe male.
(10 giugno 2016)
«Mi ero laureata tra i primi del mio corso, solo per ritrovarmi nel limbo della crisi economica insieme a molti miei coetanei. Era un primo segnale del fatto che non c’era niente di garantito, nemmeno per le brave ragazze che giocavano secondo le regole», scrive oggi nel memoir Io viaggio leggera. Un racconto minimalista di amore e viaggi (Rizzoli, pp. 350, euro 17, trad. Manuela Francescon), dove racconta la sua incredibile e felice esperienza «tre settimane-un solo vestito-otto nazioni-zero valigie». Decide così di partire, accettando l’invito di un uomo che frequenta solo da un mese. Lui è Jeff Wilson, giovane professore universitario di Scienze ambientali in Texas (che poi si guadagnerà il soprannome di professor Dumpster grazie ai suoi progetti di sostenibilità, tra cui quello di vivere un anno dentro un cassonetto riadattato ad abitazione). L’idea è arrivare in aereo in un Paese e ripartire da un altro, senza prenotazioni di sorta nel mezzo. I due si sono conosciuti online: il sito OkCupid ha dato alla coppia il 99 per cento di possibilità di funzionamento. Un match azzeccato, quasi un miracolo, se si tiene presente che vivono a Austin, «dove gli appuntamenti sono una sorta di sport nazionale» scrive nel libro, «e dove metà della popolazione è single e, in certe zone della città, sembra di trovarsi circondati da aitanti ventenni, che in realtà erano già in giro ai tempi del presidente Carter». «Soffrivo di stati d’ansia, ero disillusa, perennemente alla ricerca di un significato» ci racconta l’autrice. «Decidere di partire per un viaggio tanto folle, con una persona che conoscevo appena, è stato un modo di mettermi alla prova. Io che quasi non mi azzardavo a uscire di casa, mi sono ritrovata a fare l’autostop nei Balcani».
Dopo la Turchia, il viaggio di Clara Bensen e Jeff Wilson è proseguito in nave, in autobus, a piedi, in automobile, in treno. Attraverso la Grecia, la Macedonia, la Serbia, la Bosnia Erzegovina, la Croazia, l’Ungheria, i due sono approdati a Londra, dove si sono spostati in bici e hanno ripreso l’aereo verso casa. Unico programma, dormire sui divani altrui, usufruendo della doccia degli ospiti, secondo le regole non scritte della community internazionale del couchsurfing, la tribù digitale di persone disposte ad aprire la porta di casa a perfetti sconosciuti. Soprattutto, Clara e Jeff sono partiti senza bagagli. Hanno indossato sempre gli stessi vestiti: abito verde smeraldo e foulard lei (unica concessione, una borsetta con micro-necessaire e intimo di ricambio). Pantaloni rossi, maglia a righe e vecchio Stetson in testa lui. «All’inizio ero spaventata all’idea di viaggiare così, ma ho scoperto che il rischio più grande è solo la scomodità di lavare ogni sera il tuo abito» continua Bensen. «In cambio ottieni leggerezza, fisica e mentale. Ti svegli al mattino, ti vesti e sei libero di andare dove la curiosità ti porta. Non ci sono piani o scadenze, non c’è fretta. Quando non hai idea di cosa accadrà – dove dormirai, quali strade prenderai – sei sempre presente a te stesso».
In ogni tappa, Clara e Jeff si fanno fotografare nella stessa posa: un metro e mezzo di distanza tra loro, i piedi uniti, la schiena dritta e lo sguardo fisso, come due statue, «la precisione un po’ maniacale dei film di Wes Anderson». Il gioco inizia per caso già all’aeroporto di Houston, prosegue con un gruppo di ciclisti iraniani davanti a Hagia Sophia, e quando sul ponte di Galata si mettono ai lati di due sposini (la sposa è in rosa e ha un bouquet di palloncini colorati), ci vuole poco a capire che quel modo di fotografarsi sarà il leit motiv del viaggio. Il simbolo della giusta distanza che stanno mettendo tra loro per annusarsi e capirsi, tra libertà e vincolo, tra avventura e stabilità. Lei proviene dal buio, lui da quando il precedente matrimonio è finito vive illegalmente nel suo ufficio all’Università, arrotolando di giorno dentro il cestino del riciclo il materassino nel quale dorme di notte. Hanno bisogno di tempo. Durante il viaggio ne avranno moltissimo.
Facendo propria la frase del Libro d’ore di Rilke («Lascia che tutto ti accada. Bellezza e terrore»), Clara conoscerà gente che se ne va per il mondo in bici a piantare alberi per i bambini delle scuole. Affronterà crisi d’ansia zigzagando in auto a tutta velocità nel caotico traffico di Atene. Sperimenterà i morsi della gelosia (mentre fino a quel momento i due si considerava molto americanamente una «coppia aperta») quando una turista francese troppo carina si unirà a loro sulla tratta Budapest-Sarajevo (percorsa in autostop e in autobus). Riuscirà a convincere Jeff che almeno un tubetto di dentifricio è bene averlo sempre con sé, invece di affidarsi solo al caso. Scoprirà che Dubrovnik invasa dai crocieristi e dai turisti Easy Jet britannici e scandinavi assomiglia tremendamente a una «Disneyland medievale». Soprattutto, imparerà che vivere con meno (come insegnano i manuali orientali ora tanto di moda che aiutano a sgomberare l’inutile dalle nostre case e dai nostri cuori) è un modo per «sentire» di più.
Tornata a casa, scriverà un articolo su Salon.com letto da mezzo milione di persone, da cui nascerà il libro. «Ho imparato il potere della sperimentazione. Ora sto lavorando a un progetto che tiene insieme una serie di persone che siamo soliti considerare come dei folli: gli avversari politici, i complottisti… E perfino le donne, che è stato a lungo normale, e probabilmente lo è ancora, descrivere come un po’ “matte”». Leggero e al contempo profondo, divertente e poetico, il libro di Bensen è un racconto di viaggio come iniziazione alla vita e una storia di formazione sentimentale. Perché non sarebbe carino definirla una storia d’amore che ha funzionato nonostante nessuno ci scommettesse un dollaro, anche se in realtà è andata proprio così: «Sono passati tre anni e siamo ancora insieme, con grande sorpresa di amici e parenti. Da allora abbiamo fatto altri quattro viaggi “leggeri”. Ora siamo dei veri esperti». Sudamerica, Caucaso, Scandinavia, Giappone le tappe successive. Il cinema si è ovviamente interessato a loro: «Quando penso che faranno un film su di noi mi vengono le vertigini e non so ancora quali attori mi piacerebbero nei nostri ruoli». Beh, forse Zooey Deschanel nel ruolo della protagonista non sarebbe male.
(10 giugno 2016)