LAS VEGAS. David Ayer somiglia al soldato rientrato da una missione, o a un pompiere all’alba, dopo una notte di pericoli. Ha l’aria distrutta, ma appagata. In realtà è solo un regista cinematografico, uno dell’ultima generazione al servizio di Hollywood. Gente che sa molto di tecnica e di inquadrature. Ma che soprattutto sa assumere il controllo, col piglio dei comandanti, del set di uno dei kolossal a base di supereroi che la capitale del cinema ha eletto a produzioni seriali, necessarie e sufficienti alla sua sopravvivenza (vedi box a pagina 130). «Ne esci spossato» ci rivela. «Dirigere un film così è una responsabilità enorme: ti senti addosso gli occhi del mondo». Bisogna stare nei tempi, coordinare la troupe e stabilire un rapporto con dei cast numerosi e adesso sempre più imbottiti di divi: «Vedere Will Smith firmare per questo film, è stato un evento. Oltre a essere un grande attore, lui è un eccellente uomo d’affari. Il segnale è chiarissimo».
Alla fine, senza sforare il budget, il regista della megaproduzione deve consegnare una pellicola pronta, o quasi, a sbancare al botteghino. Perché poi c’è la seconda fase della lavorazione: quella dei ritocchi e dei rifacimenti di tutto ciò che può perfezionare il film, equilibrandone gli ingredienti e assecondando le indicazioni dei focus group. Solo dopo questa massacrante rifinitura, il film va in pista di decollo. A quel punto bisogna farsi barba e capelli ed essere pronti a scendere in campo per il gran finale: il lancio del film, su scala planetaria. Ecco perché David Ayer, che pure ha servito a bordo dei sottomarini della US Navy e non è un novellino (ha firmato un blockbuster come Fury), ora è ridotto così. E la creatura che sente sua – non come l’autore di un prezioso film indipendente, ma come l’armatore al varo di un transatlantico – si chiama Suicide Squad. Che alza l’asticella del genere a cui appartiene, che è quello delle storie prelevate dai fumetti di supereroi, in questo caso della DC Comics, casa madre di Superman, Batman e altri uomini volanti. Infatti la particolarità della Squadra Suicidio è d’essere composta da una banda di delinquenti, al servizio del bene in cambio di uno sconto di pena e sul filo sottile che divide teppismo ed eroismo. Dunque una trasgressione, rispetto all’universo tradizionalmente manicheo, nel quale di solito agiscono i campioni del bene. Teniamone conto: anche così un genere cinematografico si evolve.
Perciò eccoci in una camera del Caesar Palace di Las Vegas, in particolare nella torre-vip di questa spettacolare cattedrale del postmodernismo, a ragionare dell’impresa con l’uomo che l’ha guidata e che ora ostenta l’aria dell’«avevamo una missione e l’abbiamo compiuta», a dispetti dei suoi esordi professionali, che si collocano lontano da tutto ciò: «Presto tornerò a fare film molto più piccoli di questo» ci dice, riferendosi agli inizi incentrati sulla street culture metropolitana, dal debutto alla regia con I giorni dell’odio, ambientato tra le gang di South Central a LA, fino alla collaborazione con James Ellroy per La notte non aspetta nel 2008. «Ma un’esperienza così, è essenziale: ti connette con la materia vera che oggi tiene in piedi il mondo del cinema». Gli antieroi della Suicide Squad comunque non sono personaggi inediti, ma vecchie conoscenze dei lettori dei fumetti DC, adesso reclutati da Amanda Waller (intepretata da Viola Davis, la protagonista della serie tv Le regole del delitto perfetto), una cinica agente federale che coordina le missioni della gang.
C’è Deadshot (Will Smith), un cecchino-killer dall’occhio cibernetico. C’è Enchantress (la supermodel Cara Delevingne), maga specializzata in teletrasporto. Joker (Jared Leto) è la superstar, il cattivo per antonomasia, già veterano del grande schermo, interpretato in passato da Jack Nicholson e da Heath Ledger e di cui stavolta Jared Leto offre una versione sexy e crepuscolare. Harley Quinn (Margot Robbie) è la spasimante di Joker, una punk con le rotelle fuori posto, il cui personaggio, ancor prima dell’uscita del film, già impazza sulla rete: «Harley è al tempo stesso un archetipo e qualcosa d’estremamente semplice da comprendere» dice Ayer. «Con lei sta nascendo una nuova icona pop: la guerriera pazza dal cuore d’oro. C’è richiesta di personaggi femminili di questo genere. Il pubblico delle ragazze sta facendo sentire la sua voce».
Già: Suicide Squad è il primo film di supereroi nel quale lo strapotere maschile lascia spazio alla preminenza del femminile. La presenza di Robbie e Delevingne assicurerà al film la devozione di milioni di vivaci giovinette per le quali loro due incarnano il modello di bellezza, indipendenza e ribellione. A completare la compagnia ci sono El Diablo (Jay Hernandez), gangster con la passione per il fuoco, Rick Flag (Joel Kinnaman), militare sadico e intemerato, Captain Boomerang (Jai Courtney), supercriminale australiano, Killer Croc (Adewale Akinnuoye-Agbaje), reptiliano bruttissimo e supercorazzato, Slipknot (Adam Beach) lo specialista delle corde capace di cavare il peggio da un cappio.
Ayer ha fatto da fratello maggiore a questo branco di scatenati, su un set che descrive ben diverso dalla norma: «C’era una chimica fantastica. E loro, un po’ alla volta, hanno cominciato a fidarsi gli uni degli altri. Io, prima di tutto, dovevo portare a casa un film di successo. Ma il fatto che il cast sia diventato una famiglia, ha contribuito parecchio. Guardando le immagini, percepisci che era un sentimento onesto, senza pose». In effetti poco prima siamo stati invitati a un incontro collettivo con la Suicide Squad che ricordava più la cena di fine anno di una classe di discoli, che un’intervista. Però, tra scherzi e battutacce, sembravano davvero tutti diventati amici. Anche se, non lo dimentichiamo, sono pur sempre attori.
Altra novità della Squad: la musica. Molto connessa alla storia, parecchio piaciona e vintage, con Queen a profusione e addirittura I Started a Joke, il vecchio hit strappalacrime dei Bee Gees, a commentare una scena di violenza assoluta. Anche le ambientazioni divergono dalla solita computer graphic: «Abbiamo voluto girare in esterni veri, a Toronto, per le strade della città. Sarebbe stato facile chiuderci negli studios e usare i blue screen. Ma niente sostituisce un’ambientazione reale».
Il film, in conclusione, è uno spasso. Del tutto superfluo – ma cosa del mondo-supereroe appartiene alla sfera del necessario? – però in perfetto equilibrio tra la pochade digitale e lo sparatutto multidimensionale. «I supereroi ora sono il cuore del business» conclude Ayer. «Io non avrei mai pensato di dirigere un film così. Ma da subito di Suicide Squad m’è piaciuta l’imprevedibilità dei personaggi. Tutti sanno come si comporta un eroe positivo, ma se hai a che fare con un cattivo convertito, la faccenda si complica: il pubblico è abituato a odiarli e si mette a tifare per loro. Con la possibilità che siano inaffidabili, che la loro natura malvagia riemerga. La morale, come al solito, sta nella forza dell’amore: se ti meriti il posto come membro di una famiglia, tutto sarà possibile. Quelli della Squadra Suicida all’inizio si detestano, ma alla fine sono pronti a morire l’uno per l’altro. E la gente li adora». Nel tramonto quantistico di Vegas, usciamo dalla presentazione di Suicide Squad con la sensazione d’aver assistito al momento-clou di un genere che ha colpito al cuore il gusto del pubblico. Con la consapevolezza che comunque domani è un altro giorno. E chissà quale incarico impossibile il tenace David Ayer si vedrà recapitare nella cassetta della posta.
(24 giugno 2016)
Alla fine, senza sforare il budget, il regista della megaproduzione deve consegnare una pellicola pronta, o quasi, a sbancare al botteghino. Perché poi c’è la seconda fase della lavorazione: quella dei ritocchi e dei rifacimenti di tutto ciò che può perfezionare il film, equilibrandone gli ingredienti e assecondando le indicazioni dei focus group. Solo dopo questa massacrante rifinitura, il film va in pista di decollo. A quel punto bisogna farsi barba e capelli ed essere pronti a scendere in campo per il gran finale: il lancio del film, su scala planetaria. Ecco perché David Ayer, che pure ha servito a bordo dei sottomarini della US Navy e non è un novellino (ha firmato un blockbuster come Fury), ora è ridotto così. E la creatura che sente sua – non come l’autore di un prezioso film indipendente, ma come l’armatore al varo di un transatlantico – si chiama Suicide Squad. Che alza l’asticella del genere a cui appartiene, che è quello delle storie prelevate dai fumetti di supereroi, in questo caso della DC Comics, casa madre di Superman, Batman e altri uomini volanti. Infatti la particolarità della Squadra Suicidio è d’essere composta da una banda di delinquenti, al servizio del bene in cambio di uno sconto di pena e sul filo sottile che divide teppismo ed eroismo. Dunque una trasgressione, rispetto all’universo tradizionalmente manicheo, nel quale di solito agiscono i campioni del bene. Teniamone conto: anche così un genere cinematografico si evolve.
Perciò eccoci in una camera del Caesar Palace di Las Vegas, in particolare nella torre-vip di questa spettacolare cattedrale del postmodernismo, a ragionare dell’impresa con l’uomo che l’ha guidata e che ora ostenta l’aria dell’«avevamo una missione e l’abbiamo compiuta», a dispetti dei suoi esordi professionali, che si collocano lontano da tutto ciò: «Presto tornerò a fare film molto più piccoli di questo» ci dice, riferendosi agli inizi incentrati sulla street culture metropolitana, dal debutto alla regia con I giorni dell’odio, ambientato tra le gang di South Central a LA, fino alla collaborazione con James Ellroy per La notte non aspetta nel 2008. «Ma un’esperienza così, è essenziale: ti connette con la materia vera che oggi tiene in piedi il mondo del cinema». Gli antieroi della Suicide Squad comunque non sono personaggi inediti, ma vecchie conoscenze dei lettori dei fumetti DC, adesso reclutati da Amanda Waller (intepretata da Viola Davis, la protagonista della serie tv Le regole del delitto perfetto), una cinica agente federale che coordina le missioni della gang.
C’è Deadshot (Will Smith), un cecchino-killer dall’occhio cibernetico. C’è Enchantress (la supermodel Cara Delevingne), maga specializzata in teletrasporto. Joker (Jared Leto) è la superstar, il cattivo per antonomasia, già veterano del grande schermo, interpretato in passato da Jack Nicholson e da Heath Ledger e di cui stavolta Jared Leto offre una versione sexy e crepuscolare. Harley Quinn (Margot Robbie) è la spasimante di Joker, una punk con le rotelle fuori posto, il cui personaggio, ancor prima dell’uscita del film, già impazza sulla rete: «Harley è al tempo stesso un archetipo e qualcosa d’estremamente semplice da comprendere» dice Ayer. «Con lei sta nascendo una nuova icona pop: la guerriera pazza dal cuore d’oro. C’è richiesta di personaggi femminili di questo genere. Il pubblico delle ragazze sta facendo sentire la sua voce».
Già: Suicide Squad è il primo film di supereroi nel quale lo strapotere maschile lascia spazio alla preminenza del femminile. La presenza di Robbie e Delevingne assicurerà al film la devozione di milioni di vivaci giovinette per le quali loro due incarnano il modello di bellezza, indipendenza e ribellione. A completare la compagnia ci sono El Diablo (Jay Hernandez), gangster con la passione per il fuoco, Rick Flag (Joel Kinnaman), militare sadico e intemerato, Captain Boomerang (Jai Courtney), supercriminale australiano, Killer Croc (Adewale Akinnuoye-Agbaje), reptiliano bruttissimo e supercorazzato, Slipknot (Adam Beach) lo specialista delle corde capace di cavare il peggio da un cappio.
Ayer ha fatto da fratello maggiore a questo branco di scatenati, su un set che descrive ben diverso dalla norma: «C’era una chimica fantastica. E loro, un po’ alla volta, hanno cominciato a fidarsi gli uni degli altri. Io, prima di tutto, dovevo portare a casa un film di successo. Ma il fatto che il cast sia diventato una famiglia, ha contribuito parecchio. Guardando le immagini, percepisci che era un sentimento onesto, senza pose». In effetti poco prima siamo stati invitati a un incontro collettivo con la Suicide Squad che ricordava più la cena di fine anno di una classe di discoli, che un’intervista. Però, tra scherzi e battutacce, sembravano davvero tutti diventati amici. Anche se, non lo dimentichiamo, sono pur sempre attori.
Altra novità della Squad: la musica. Molto connessa alla storia, parecchio piaciona e vintage, con Queen a profusione e addirittura I Started a Joke, il vecchio hit strappalacrime dei Bee Gees, a commentare una scena di violenza assoluta. Anche le ambientazioni divergono dalla solita computer graphic: «Abbiamo voluto girare in esterni veri, a Toronto, per le strade della città. Sarebbe stato facile chiuderci negli studios e usare i blue screen. Ma niente sostituisce un’ambientazione reale».
Il film, in conclusione, è uno spasso. Del tutto superfluo – ma cosa del mondo-supereroe appartiene alla sfera del necessario? – però in perfetto equilibrio tra la pochade digitale e lo sparatutto multidimensionale. «I supereroi ora sono il cuore del business» conclude Ayer. «Io non avrei mai pensato di dirigere un film così. Ma da subito di Suicide Squad m’è piaciuta l’imprevedibilità dei personaggi. Tutti sanno come si comporta un eroe positivo, ma se hai a che fare con un cattivo convertito, la faccenda si complica: il pubblico è abituato a odiarli e si mette a tifare per loro. Con la possibilità che siano inaffidabili, che la loro natura malvagia riemerga. La morale, come al solito, sta nella forza dell’amore: se ti meriti il posto come membro di una famiglia, tutto sarà possibile. Quelli della Squadra Suicida all’inizio si detestano, ma alla fine sono pronti a morire l’uno per l’altro. E la gente li adora». Nel tramonto quantistico di Vegas, usciamo dalla presentazione di Suicide Squad con la sensazione d’aver assistito al momento-clou di un genere che ha colpito al cuore il gusto del pubblico. Con la consapevolezza che comunque domani è un altro giorno. E chissà quale incarico impossibile il tenace David Ayer si vedrà recapitare nella cassetta della posta.
(24 giugno 2016)