La vecchiaia è come il vento, soffia la nebbia e la nebbia ritorna. Non si sa fino a che punto i 90 anni di Fidel raccolgano la febbre del passato nella carrozzella degli smemorati. E non si sa con quali parole lo abbiano preparato al disgelo fino a ieri sacrilego per i teologi della rivoluzione, patria o muerte, zio Sam burattino sui cartelloni del Malecón. Riceve qualche ospite d’onore in pellegrinaggio all’ex voto dell’Avana. Le facce sono cambiate. Le nuove sorridono ai suoi ricordi con la curiosità di capire se davvero si è arreso ai tempi nuovi. Ascoltano e sfogliano le prediche sgranate con parsimonia sul Granma, giornale unico del partito unico. Quando arriva Obama per seppellire il passato ecco l’ultima raffica del Comandante: «A sentire le sue parole ogni cubano rischia l’infarto dopo un assedio lungo 60 anni, l’invasione fallita e le aggressioni mercenarie… Nella sua mente non esistono i nativi cubani. Quando il signor Obama aveva 10 anni la Rivoluzione ha riconosciuto a ogni cittadino i diritti allo studio, al salario, alla pensione…».
Stravaganze, sdrammatizzano gli intellettuali della diploaccademia alla quale il fratello Raúl ha affidato la conversione. Fidel osserva con occhi smarriti. Domande che sorprendono i visitatori. Da Benedetto XVI vuol subito sapere: «Cosa fa davvero il papa tutto il giorno?». Due anni dopo un altro papa ispira la nuova storia e comincia il silenzio dell’ex líder máximo.
La prima immagine dell’«uomo più fotografato del mondo» è un bambino che stringe qualcosa che sembra cioccolata. «Non l’ha rubata la mia Leica» rideva Korda seguendo Fidel nei giorni della gloria. Si incontrano nel ’59 quando Castro trionfa. Korda si accorge che il Comandante adora apparire sui giornali, ma si arrabbia se le foto «non lo rappresentano com’è». Korda viene dalla pubblicità (sigari e rum) e sa come affascinare i distratti: diventa l’ombra dell’uomo del destino, fotografo ufficiale senza contratto, mai due pesos ma lo segue in ogni posto. C’è l’immagine di quando Castro alza l’indice al Palazzo di Vetro: «Se Kennedy non fosse un milionario analfabeta capirebbe che non si può fare la rivoluzione quando i contadini non sono d’accordo». E poi gli scatti di Fidel e il Che, barbe e giacche militari mentre fanno finta di giocare a golf nel club dei milionari scappati a Miami. Intanto il líder máximo raccoglie le foto gialline di famiglia e ordina a Korda di ringiovanirle. Padre sergente spagnolo che s’improvvisa proprietario terriero nell’Oriente di Cuba quando Madrid vende l’isola agli americani. Moglie più giovane di vent’anni, tre maschi e quattro sorelle in preghiera per ringraziare la Virgen de la Caridad quando i fratelli conquistano l’Avana.
Strano il destino di Korda: migliaia e migliaia di foto nell’inseguire Fidel eppure la gloria arriva con le immagini del Che: due clic mentre monta sul palco, occhi sfiniti dall’asma. Malinconici, sognanti. Non si accorge di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir che si incantano ai piedi del Comandante. Due scatti che trasformano il Guevara alle corde nel guerrigliero eroico della leggenda. L’immagine non piace ai giornali della rivoluzione e Korda la appende nella camera da letto che è anche laboratorio, cucina, tutto, e dove un giorno si affaccia Giangiacomo Feltrinelli. Qualche mese dopo il Guevara malinconico diventa la bandiera del Sessantotto: Milano, Parigi, ogni università del mondo.
Davvero Fidel è l’uomo più fotografato, come racconta Enrique Meneses, reporter spagnolo? Marcia con lui nel 1958: i suoi scatti accompagnano nella Sierra Maestra una rivoluzione ancora sconosciuta. Fidel, Raúl, il Che accampati come zingari, armati in qualche modo, eppure la gente apre le porte nella speranza di sciogliere i nodi dell’oppressione dei ponderosos. Enrique imbuca le foto prima di finire nelle galere del generale Batista, presidente cubano agli ordini di Washington. E il nome dell’avvocato Castro, liberale ortodosso, rimbalza per la prima volta sui giornali. Barba da mangiafuoco, occhiali con la montatura nera. Il mito inizia così. La curiosità di tutti corre a cercarlo per capire come vincere le rivoluzioni; per il fascino di incontrare il protagonista dell’incredibile avventura o semplicemente perché è un ragazzone che piace. Sorrisi da Hemingway; Gina Lollobrigida intimidita col sigaro sottile in mano mentre gli occhi di Fidel l’avvolgono insidiosi. Tutti arrivano per capire chi è. Non piace proprio a tutti. Ricordo sconsolato di Rossana Rossanda sbarcata a Cuba con Karol, compagno e marito, autore del bestseller La Cina. L’altro comunismo. Fidel gli chiede un libro su Cuba. Che Karol scrive ma che Castro non gradisce.
Nella memoria di Rossanda le lunghe chiacchierate in jeep su e giù per montagne polverose. Guida lui. Ne scopre l’ignoranza della storia. Mai sentito parlare di Trotzkij e quando lei gli spiega che Stalin lo ha fatto uccidere, Fidel scuote la testa: impossibile, Stalin non lo farebbe mai.
Nei cinquant’anni di potere sfida dieci presidenti Usa, da Eisenhower a Obama: l’undicesimo sta per arrivare. Attraversa quattro generazioni, ancora lì che resiste. Ma la malattia non perdona: nel 2008 passa il bastone a Raúl, indottrinato a Mosca. Due fratelli dalle storie diverse. Fidel cresce coi gesuiti, maturità lusinghiera: «intelligenza viva, qualità di attore». Roberto Fernández Retamar, presidente de Casa de las Américas (istituzione culturale che ha raccolto intellettuali da García Márquez a Vargas Llosa), ascolta all’Avana le prediche di Fidel al teatro dell’università. Lui è un ragazzo, Fidel quasi alla laurea coi baffetti alla Clark Gable. Gli trasmette «lo spirito inquieto» che lo accompagnerà per la vita.
Ma Raúl è di un altro stampo: silenzioso, militare per vocazione. Forse non è d’accordo quando, nell’Avana appena conquistata, Fidel ispira alla rivista Bohemia l’annuncio sul «perché non diventerà mai comunista». Ma l’embargo e l’invasione dei mercenari Cia alla Baia dei Porci (attorno alla quale si allevano coccodrilli) fanno sfiorire la promessa. Fidel si aggrappa all’unica maniglia possibile: Kruscev e i suoi missili, che nel braccio di ferro del 1962 con Kennedy minacciano di sgelare la Guerra fredda nella Terza guerra mondiale. Cominciano il protettorato di Mosca, giochi di spie, trappole misteriose per liquidare «il dittatore rosso che minaccia gli Stati Uniti». L’ambasciata russa all’Avana diventa il palazzone che fa ombra al governo. Cultura, scienze e tecniche dell’Urss trasformano l’isola della canna da zucchero nel Paese più moderno del continente latino. Tutti sanno leggere e scrivere, agli ospedali dei miracoli si affidano anche gli americani dell’altra America. Petrolio scambiato con zucchero, finalmente tutti a tavola a mezzogiorno e sera ma con l’obbligo di un’obbedienza che imbriglia troppe libertà. Poi l’addio di Gorbaciov e il período especial dell’autarchia: Fidel resta solo. Anni Novanta nei quali gioca l’ultima carta per salvare la rivoluzione. Invita sul tappeto rosso dell’aeroporto il candidato che scala la presidenza del Venezuela: Hugo Chávez, ancora ex colonnello dei parà appena uscito di prigione. Lo abbraccia come capo di uno Stato amico. E in due notti gli insegna «come governare gli sfiduciati».
È l’ultima conquista. Con Chávez presidente la rivoluzione respira ammorbidita dal turismo e dall’attenzione dell’Europa che timidamente allarga gli affari nell’isola proibita. Cronache del passato prossimo. Adesso Fidel aspetta il 13 agosto per la festa dei 90 anni. «Mio fratello Ramon è morto a 91…». E si rifugia nei ricordi.
(1 luglio 2016)
Stravaganze, sdrammatizzano gli intellettuali della diploaccademia alla quale il fratello Raúl ha affidato la conversione. Fidel osserva con occhi smarriti. Domande che sorprendono i visitatori. Da Benedetto XVI vuol subito sapere: «Cosa fa davvero il papa tutto il giorno?». Due anni dopo un altro papa ispira la nuova storia e comincia il silenzio dell’ex líder máximo.
La prima immagine dell’«uomo più fotografato del mondo» è un bambino che stringe qualcosa che sembra cioccolata. «Non l’ha rubata la mia Leica» rideva Korda seguendo Fidel nei giorni della gloria. Si incontrano nel ’59 quando Castro trionfa. Korda si accorge che il Comandante adora apparire sui giornali, ma si arrabbia se le foto «non lo rappresentano com’è». Korda viene dalla pubblicità (sigari e rum) e sa come affascinare i distratti: diventa l’ombra dell’uomo del destino, fotografo ufficiale senza contratto, mai due pesos ma lo segue in ogni posto. C’è l’immagine di quando Castro alza l’indice al Palazzo di Vetro: «Se Kennedy non fosse un milionario analfabeta capirebbe che non si può fare la rivoluzione quando i contadini non sono d’accordo». E poi gli scatti di Fidel e il Che, barbe e giacche militari mentre fanno finta di giocare a golf nel club dei milionari scappati a Miami. Intanto il líder máximo raccoglie le foto gialline di famiglia e ordina a Korda di ringiovanirle. Padre sergente spagnolo che s’improvvisa proprietario terriero nell’Oriente di Cuba quando Madrid vende l’isola agli americani. Moglie più giovane di vent’anni, tre maschi e quattro sorelle in preghiera per ringraziare la Virgen de la Caridad quando i fratelli conquistano l’Avana.
Strano il destino di Korda: migliaia e migliaia di foto nell’inseguire Fidel eppure la gloria arriva con le immagini del Che: due clic mentre monta sul palco, occhi sfiniti dall’asma. Malinconici, sognanti. Non si accorge di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir che si incantano ai piedi del Comandante. Due scatti che trasformano il Guevara alle corde nel guerrigliero eroico della leggenda. L’immagine non piace ai giornali della rivoluzione e Korda la appende nella camera da letto che è anche laboratorio, cucina, tutto, e dove un giorno si affaccia Giangiacomo Feltrinelli. Qualche mese dopo il Guevara malinconico diventa la bandiera del Sessantotto: Milano, Parigi, ogni università del mondo.
Davvero Fidel è l’uomo più fotografato, come racconta Enrique Meneses, reporter spagnolo? Marcia con lui nel 1958: i suoi scatti accompagnano nella Sierra Maestra una rivoluzione ancora sconosciuta. Fidel, Raúl, il Che accampati come zingari, armati in qualche modo, eppure la gente apre le porte nella speranza di sciogliere i nodi dell’oppressione dei ponderosos. Enrique imbuca le foto prima di finire nelle galere del generale Batista, presidente cubano agli ordini di Washington. E il nome dell’avvocato Castro, liberale ortodosso, rimbalza per la prima volta sui giornali. Barba da mangiafuoco, occhiali con la montatura nera. Il mito inizia così. La curiosità di tutti corre a cercarlo per capire come vincere le rivoluzioni; per il fascino di incontrare il protagonista dell’incredibile avventura o semplicemente perché è un ragazzone che piace. Sorrisi da Hemingway; Gina Lollobrigida intimidita col sigaro sottile in mano mentre gli occhi di Fidel l’avvolgono insidiosi. Tutti arrivano per capire chi è. Non piace proprio a tutti. Ricordo sconsolato di Rossana Rossanda sbarcata a Cuba con Karol, compagno e marito, autore del bestseller La Cina. L’altro comunismo. Fidel gli chiede un libro su Cuba. Che Karol scrive ma che Castro non gradisce.
Nella memoria di Rossanda le lunghe chiacchierate in jeep su e giù per montagne polverose. Guida lui. Ne scopre l’ignoranza della storia. Mai sentito parlare di Trotzkij e quando lei gli spiega che Stalin lo ha fatto uccidere, Fidel scuote la testa: impossibile, Stalin non lo farebbe mai.
Nei cinquant’anni di potere sfida dieci presidenti Usa, da Eisenhower a Obama: l’undicesimo sta per arrivare. Attraversa quattro generazioni, ancora lì che resiste. Ma la malattia non perdona: nel 2008 passa il bastone a Raúl, indottrinato a Mosca. Due fratelli dalle storie diverse. Fidel cresce coi gesuiti, maturità lusinghiera: «intelligenza viva, qualità di attore». Roberto Fernández Retamar, presidente de Casa de las Américas (istituzione culturale che ha raccolto intellettuali da García Márquez a Vargas Llosa), ascolta all’Avana le prediche di Fidel al teatro dell’università. Lui è un ragazzo, Fidel quasi alla laurea coi baffetti alla Clark Gable. Gli trasmette «lo spirito inquieto» che lo accompagnerà per la vita.
Ma Raúl è di un altro stampo: silenzioso, militare per vocazione. Forse non è d’accordo quando, nell’Avana appena conquistata, Fidel ispira alla rivista Bohemia l’annuncio sul «perché non diventerà mai comunista». Ma l’embargo e l’invasione dei mercenari Cia alla Baia dei Porci (attorno alla quale si allevano coccodrilli) fanno sfiorire la promessa. Fidel si aggrappa all’unica maniglia possibile: Kruscev e i suoi missili, che nel braccio di ferro del 1962 con Kennedy minacciano di sgelare la Guerra fredda nella Terza guerra mondiale. Cominciano il protettorato di Mosca, giochi di spie, trappole misteriose per liquidare «il dittatore rosso che minaccia gli Stati Uniti». L’ambasciata russa all’Avana diventa il palazzone che fa ombra al governo. Cultura, scienze e tecniche dell’Urss trasformano l’isola della canna da zucchero nel Paese più moderno del continente latino. Tutti sanno leggere e scrivere, agli ospedali dei miracoli si affidano anche gli americani dell’altra America. Petrolio scambiato con zucchero, finalmente tutti a tavola a mezzogiorno e sera ma con l’obbligo di un’obbedienza che imbriglia troppe libertà. Poi l’addio di Gorbaciov e il período especial dell’autarchia: Fidel resta solo. Anni Novanta nei quali gioca l’ultima carta per salvare la rivoluzione. Invita sul tappeto rosso dell’aeroporto il candidato che scala la presidenza del Venezuela: Hugo Chávez, ancora ex colonnello dei parà appena uscito di prigione. Lo abbraccia come capo di uno Stato amico. E in due notti gli insegna «come governare gli sfiduciati».
È l’ultima conquista. Con Chávez presidente la rivoluzione respira ammorbidita dal turismo e dall’attenzione dell’Europa che timidamente allarga gli affari nell’isola proibita. Cronache del passato prossimo. Adesso Fidel aspetta il 13 agosto per la festa dei 90 anni. «Mio fratello Ramon è morto a 91…». E si rifugia nei ricordi.
(1 luglio 2016)