Il Venerdì

Akira Kurosawa, la lezione del samurai sconfitto

(Getty Images) 
L’epica del regista inizia con una spada di bambù. Poi si alternano successi e fallimenti. Ora si riparla di lui (nei cinema inglesi è tornato il suo "Ran") nell’anniversario di un certo William Shakespeare
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Ran di Akira Kurosawa è tornato nei cinema inglesi per il quattrocentenario dalla morte di Shakespeare e dopo trent’anni dalla prima edizione; nelle librerie escono libri a lui dedicati come Rashomon Effects; e infine, a diciott’anni dalla sua morte, la Toho Studios di Tokio restaura I sette samurai. Peraltro di lui ci si era ricordati già nel 2011, quando uno dei suoi film difficili, quel Sogni senza successo undici anni prima, si era rivelato invece perfetto presagio del disastro di Fukushima. Il film era la descrizione del monte Fuji devastato dall’esplosione di una centrale atomica che contaminava il Giappone intero e lo precipitava in orrendo girone dantesco. Certo i rifacimenti in stile samurai delle tragedie shakespeariane o dei western americani restano ancora i suoi lavori più famosi, eppure vi si respira la stessa idea epica ed apocalittica che costui aveva della vita.

Kurosawa plasmò del resto i suoi film nella materia dei ricordi: delle felicità e dei pericoli più intensi e puri, come sono quelli infantili, quando il tempo si allenta, e mantiene non più lo svolgersi, ma la fissità d’un evento. Com’è quasi immobile, in paradossale durata, appunto la scena perfetta del duello iniziale del film I sette samurai del 1954; mentre Kyuzo, schermitore magistrale e silente, è costretto al duello da un altro samurai irritato dalla sua calma. Si difende, e difendersi è più difficile di attaccare, eppure attende immobile l’avversario. Quindi, come in una danza fuori dal tempo, gli squarcia il petto con la spada: l’altro gli cade accanto morto. E questa scena al rallentatore era pure il suo infantile ricordo, di quanto gli era avvenuto trentacinque anni prima.

Aveva allora nove anni, kimono a pois, zoccoli di legno ai piedi, e stava tornando a casa per una strada diversa. Una spada di bambù era infilata nella fascia che legava la sua tenuta da scherma. Ma benché felice dei suoi progressi nel kendo, andava svagato, anzi un po’ tardo, lento a capire. Giacché era imprudente andare per una nuova strada, ed esporsi alle imboscate dei monelli di un altro quartiere. Sentì un sibilo, mentre si toccava con la mano la testa, il sasso l’aveva già colpito. Sopra una minima salita c’era una banda di bambinetti irsuti che gli tiravano sassate. Un impulso gli disse di fuggire. Invece estrasse la sua spada di bambù. La brandì, certo di poterli intimorire; ma da quel suo bambù pendeva ridicolo il fagottino della divisa. L’orda ostile non s’intimorì. Anzi agitando i bastoni l’attaccò. Non ne ebbe paura. Quando si erano messi a gridare gli avversari non erano così spaventosi come quando restavano in silenzio. Erano sette o otto, ma abile nel kendo, bastonò il primo sulla testa; un altro, che si rigirava, lo colpì a una spalla; il tutto sentendosi fuori dal tempo. Pochi colpi: s’era sentito eterno, e aveva costretto i rimanenti a fuga indecorosa. 


Fu quella vittoria che gli diede la calma del coraggio silente per cui poté rivivere e far vivere tante battaglie? O fu piuttosto l’educazione severissima che gli impose il padre, istruttore militare e discendente di samurai? Bambino si destava tre ore prima dei coetanei per raggiungere la palestra di scherma,  mezz’ora per ritornare a casa in strade mal illuminate, e la sosta prescritta nel tempio shinto. Da casa ripartiva per scuola cogli altri ragazzini, loro, appena svegli. Poi c’era la lezione di calligrafia in cui riusciva male. La sua era stata un’educazione samurai, ma peggiorata dalla scuola, che per il sentimentale Kurosawa era incubo celebrale. Eppure un giorno il maestro, signor Tachikawa, rimirò luci e ombre di un suo disegno, le elogiò, lo additò come esempio a tutta la classe. Ne emanava forse l’identica luce ombrata di quel campo di fiori in cui il più giovane dei sette samurai s’innamorò, ma ebbe paura della sua innamorata. E quante altre volte Kurosawa dirigendo quel suo capolavoro poté dire di sé quello che nel film dice Kikuchiyo, ovvero Toshiro Mifune? Il samurai contadino, che salva dai banditi un neonato e mentre lo guarda, piangendo urla agli altri: «Questo sono io, è quanto è successo a me». 

In breve: non c’è coraggio, quieta fede in se e nel cielo, senza l’esperimento dell’orrore. E neppure esso mancò a Kurosawa, ben prima di Hiroshima e Nagasaki. Nato nel 1910, vide il terremoto di Tokio: «A perdita d’occhio, il paesaggio calcinato aveva preso una tinta rosso-bruno...In mezzo a questa distesa nauseabonda giacevano cadaveri in tutte le pose immaginabili. Vidi corpi carbonizzati; riversi nei rigagnoli, galleggiavano, intralciavano gli incroci ... gonfi fino quasi al punto di scoppiare, gli ani aperti come la bocca d’un grosso pesce». Seguirono i pogrom e massacri di coreani, e lui annotò: «Vedendo gli adulti che si comportavano così, non potevo evitare di scuotere la testa e meravigliarmi della razza umana». Perciò sarebbe stato molto d’accordo con quanto notava nel ‘75 l’orientalista Ivan Morris: «L’eroe in Giappone è votato alla causa perdente e conoscerà ineluttabilmente la sconfitta. Per quanti scontri possa vincere o lodi ricevere, il destino che attende l’eroe è tragico. Niente è più nobile della sconfitta». E forse perciò nel Bushido perdere richiede il sacrificio, che sovente evolve in suicidio.   

E quella di Kurosawa regista fu un’esistenza di successi certo, ma intervallati a lungo da opere incomprese, disastri, e incubi protratti. Durante la guerra dovette gran fama ai due film sul judo, Sanshiro Sugata I e II. Ma la rivide vacillare negli anni  successivi. Ai successi dei grandi film degli anni Cinquanta che lo resero famoso in Occidente, seguirono fiaschi imbarazzanti. Mai conobbe vera quiete nella sua opera; e la sconfitta anzi arrivava puntuale nel quadro seguente, inatteso della vita, e con lei la vergogna, l’esperimento dell’insostenibilità di aver fallito nel compito che al quale si è preposti. E magari proprio al culmine del successo, come quando a 56 anni lasciò i Toho studios in crisi e si trovò in America, messo a contratto da Hollywood. Incaricato dalla 20th Century Fox di girare il film d’azione più immenso mai girato: Tora! Tora! Tora! sull’attacco a Pearl Harbour. Però i film di Hollywood sono industria; ne possiedono gli enormi bilanci, ma anche i tempi tagliati e le procedure sbrigative. Come potevano esse prestarsi alla sua contemplazione del disastro ch’è una guerra? Mesi e mesi di fatiche nervose ma solo qualche settimana di regia… a Natale del 1968 si trovò licenziato, e la parte giapponese del film affidata ad altri.

Seguì il ritorno in Giappone e l’ulteriore disastro di un altro insuccesso, Dodesukaden. Così pochi giorni prima del Natale 1971, Kurosawa pensò di tagliarsi le vene dei polsi e la gola in più punti. Ma neppure il tentato suicidio ebbe successo; morirà nel 1998, ottantottenne. 
Del resto pure il film I sette samurai termina con le parole «e anche stavolta siamo stati noi i vinti». È Kanbei, il più vecchio e saggio di loro, a dire tutto con questa frase, che era ed è più complicata di quanto appaia. Perché v’erano sì le tombe dei samurai morti davanti a lui; ma i banditi erano stati sterminati, e i contadini da abbruttiti erano tornati ad umanissima dignità, seppure dimentica, beata dal precario successo. Al quale né il samurai Kanbei e neppure Kurosawa adulto o bambino invece badavano. Nei suoi film l’eroismo si rivela solo nella sconfitta.

(8 luglio 2016)